28/10/2026
_ 𝑳'𝑰𝒕𝒂𝒍𝒊𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒂 𝒆 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒑𝒐𝒗𝒆𝒓𝒂. 𝑳𝒂 𝒄𝒓𝒆𝒔𝒄𝒊𝒕𝒂 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒈𝒊𝒖𝒔𝒕𝒊𝒛𝒊𝒂 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒃𝒂𝒔𝒕𝒂 _
"Il lavoro deve essere uno strumento di emancipazione, non una condizione di sopravvivenza".
Il Rapporto ISTAT 2026 ci consegna una fotografia dell'Italia che dovrebbe interrogare profondamente la politica, le istituzioni e le parti sociali. Un Paese nel quale l'occupazione cresce, ma il potere d'acquisto dei salari non ha ancora recuperato le perdite degli ultimi anni. Un Paese nel quale si può avere un lavoro e continuare a vivere in povertà. Un Paese nel quale il diritto alla salute e all'assistenza dipende ancora troppo spesso dal territorio in cui si nasce e si vive.
Alla fine del 2025 le retribuzioni contrattuali avevano perso l'8,6% del loro potere d'acquisto rispetto al 2019. E i dati più recenti sulla povertà ci dicono che 5,4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Ancora più significativo è che questa condizione riguarda anche l'8,5% delle famiglie la cui persona di riferimento è un lavoratore dipendente, percentuale che sale al 14,3% per le famiglie di operai e assimilati.
È la dimostrazione che avere un'occupazione non basta più a garantire una vita dignitosa. E quando il lavoro perde la capacità di assicurare autonomia economica, sicurezza e possibilità di progettare il futuro, non si indebolisce soltanto il reddito delle persone. Si incrina uno dei fondamenti della nostra democrazia.
Per questo la questione salariale deve tornare al centro delle scelte economiche del Paese. Per la UIL FP significa innanzitutto rinnovi contrattuali tempestivi, recupero del potere d'acquisto, valorizzazione delle professionalità e rafforzamento della contrattazione. Abbiamo sostenuto con convinzione la necessità di anticipare tutte le risorse disponibili per il triennio 2025-2027 perché il tempo è salario e gli aumenti che arrivano in ritardo non restituiscono alle persone quanto hanno già perduto.
Ma il Rapporto ISTAT ci pone davanti a un'altra questione altrettanto decisiva: quella delle disuguaglianze nell'accesso ai servizi pubblici. Nel 2023, per gli interventi e i servizi sociali destinati alle persone anziane, la spesa comunale al Sud è stata di appena 46 euro all'anno per residente ultrasessantaquattrenne, meno di un quarto di quella del Nord-est. Non sono soltanto differenze contabili. Dietro quei numeri ci sono persone non autosufficienti, famiglie lasciate sole, donne sulle quali continua a ricadere gran parte del lavoro di cura.
La sanità pubblica, i servizi sociali e l'assistenza territoriale rappresentano la misura concreta dell'uguaglianza tra le persone. E invece continuiamo ad assistere a profonde differenze nella possibilità di accedere alle cure, alla prevenzione e all'assistenza. Non basta incrementare i finanziamenti se poi quelle risorse non si traducono in personale, in una migliore organizzazione del lavoro, in servizi accessibili e in risposte tempestive ai bisogni della popolazione.
È una questione che riguarda direttamente anche la sanità privata accreditata e il Terzo settore. Non possiamo accettare che servizi essenziali, spesso sostenuti da finanziamenti pubblici, si reggano su contratti non rinnovati, salari inadeguati e forme di dumping contrattuale. La qualità dell'assistenza è inseparabile dalla qualità del lavoro. Chi opera con risorse pubbliche deve garantire il rispetto dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative e condizioni di lavoro dignitose.
C'è poi una responsabilità verso le nuove generazioni. Un Paese che non valorizza le competenze, che costringe tanti giovani a scegliere tra precarietà, retribuzioni insufficienti ed emigrazione, è un Paese che sta consumando il proprio futuro. Investire nel lavoro pubblico, nella formazione continua, nel ricambio generazionale e nelle nuove tecnologie significa offrire opportunità concrete e non promesse destinate a rimanere tali.
La vera sfida non è scegliere tra crescita economica e giustizia sociale. È comprendere che non può esserci uno sviluppo duraturo senza salari dignitosi, servizi pubblici efficienti e diritti garantiti.
La politica dovrebbe misurare i propri risultati non soltanto attraverso i conti pubblici e gli indicatori economici, ma anche attraverso la capacità di ridurre la povertà, le disuguaglianze e le distanze tra le persone.
Perché la ricchezza di un Paese non si misura soltanto da quanto produce, ma da quante persone riescono a vivere dignitosamente grazie al proprio lavoro e da quanti diritti riesce a garantire a tutte e a tutti.
È questa l'idea di sviluppo che dobbiamo rivendicare. È questa l'Italia per cui vogliamo continuare a batterci.