16/10/2026
E grazie anche a chi non ha potuto esserci ... per loro, ecco l'intervento del nostro presidente, il cui sguardo, coerente con l'identità della Fondazione, ha percorso miti e fiabe in un viaggio affascinante...
L’amore nelle fiabe e nei miti
Michele Genisio
15-10 -2026 Torino Spiritualità
“L’amore è una trappola, mica sempre però, alle volte ti libera e ti senti una favola…” questa strofa di una canzone di Jovanotti ci introduce al tema dell’edizione di quest’anno di Torino Spiritualità, Memento Amoris. E contiene due parole chiave per il nostro discorso: amore e favola. Fra i tanti modi in cui si può declinare l’amore, noi qui ci concentriamo su quello che gli antichi Greci chiamavano eros, che non era solo l’amore romantico, ma una forza travolgente capace di trascinare l’essere umano fuori da sé, una forza che ha come confine solo la morte. “Forte come la morte è l’amore” recita il Cantico dei Cantici, e la poetessa Saffo scriveva: “ed io infatti intendo amarti finché avrò respiro”. Parliamo dell’amore usando fiabe e miti, un po’ perché questa è la vocazione della Fondazione Colonnetti, un po’ perché contengono tesori inestimabili, oggi sottovalutati. Le fiabe infatti non sono nate semplicemente per intrattenere i bambini, ma per prepararli, attraverso immagini, ad affrontare le grandi prove della vita e condurli nel cammino verso l’amore. Marie-Louise von Franz, psicoanalista e collaboratrice di Jung dice: “Le fiabe non spiegano l'amore ai bambini con definizioni; lo raccontano attraverso immagini che parlano direttamente all’anima”. Anche i miti hanno funzioni simili, “sono serbatoi di archetipi, strutture profonde dell’esperienza umana”, che parlano rivolgendosi direttamente all’inconscio. Fiabe e miti non sono da capire, ma da assorbire e vivere come un’esperienza immersiva. Come i sogni sono soggetti a tante interpretazioni. Qui ne propongo una, a voi cercare le tante altre. Cominciamo.
1. La Bella e la Bestia → L’amore è vedere
Questa fiaba è antichissima, risale all’età del bronzo. Insegna a scoprire l’altro nella sua unicità e che per entrare nel giardino della sua anima l’unica chiave è l’amore. Bella ama la Bestia quando questa è mostruosa e isolata agli occhi del mondo. Ma il suo amore la trasforma, non nel senso che la cambia, ma la aiuta a diventare ciò che realmente è: un principe. La fiaba mostra che per amare occorre vedere la realtà, a volte offuscata dalla apparenze: occorre vedere se stessi, vedere l’altro e, se si può, aiutarlo a vedere se stesso. Così si compie il miracolo dell’amore. È interessante che la parola “teatro” deriva dal greco antico θεάομαι (theáomai) che significa vedere. Nel teatro greco lo spettatore poteva vedere rappresentati sulla scena i suoi moti d’animo, belli e brutti. Vedere davvero qualcuno significa, in qualche modo, guardare dentro la sua anima.
2. La Sirenetta → L’amore trasforma
Seguiamo la versione di Andersen, non quella di Disney con il bel finale. Quando salva un principe da un naufragio, la Sirenetta s’innamora di lui e vuole diventare umana per stare al suo fianco. Fa un patto con una strega del mare: avrà le gambe in cambio della sua bellissima voce, ma ogni passo le provocherà un dolore atroce e, se il principe sposerà un’altra, lei morirà diventando schiuma del mare. La Sirenetta accetta. Il principe però si innamora di una principessa che crede essere la sua salvatrice, senza sapere che a salvarlo è stata la Sirenetta. Lei si trova così di fronte alla perdita di tutto ciò per cui ha sacrificato tanto. La strega le offre una possibilità di salvarsi: dovrà uccidere il principe con un coltello magico. Ma la Sirenetta preferisce rinunciare alla propria vita piuttosto che uccidere colui che ama. Si getta così tra le onde, credendo di dissolversi nella schiuma del mare. Ma non scompare: viene trasforma in uno spirito dell’aria, e potrà conquistare un’anima immortale se continua a fare del bene. Non sempre l’amore ci dà ciò che chiediamo; qualche volta ci sorprende portandoci là dove non avremmo mai immaginato di arrivare.
3. Alceste → L’amore è risurrezione
Admeto, marito innamoratissimo di Alceste, per negligenza fa uno sgarbo alla dea Artemide, che lo vuole punire con la morte. Interviene in suo favore Apollo e ottiene dalle Moire, che governano il destino dei mortali, una concessione straordinaria: non sarebbe morto nel momento stabilito se qualcuno avesse accettato di morire al suo posto. Quando giunge il giorno fatidico Admeto si guarda attorno, ma né padre, né madre, né fratelli e sorelle, né congiunti e amici, vogliono sacrificarsi per lui. Lo fa invece sua moglie Alceste, per il grande amore che ha per lui. Alceste muore e la casa di Admeto piomba nel dolore. Poco dopo arriva al palazzo l’eroe Eracle. Admeto lo accoglie con tutti gli onori senza rivelargli quanto è successo. Ma i pettegolezzi corrono veloci. Eracle scopre cosa è accaduto e interviene: scende negli inferi, lotta contro la Morte, riporta Alceste tra i vivi e la riconsegna ad Admeto. La coppia è riunita. Admeto, in questa storia, non fa una gran bella figura. Alceste sì, e rimane per sempre simbolo dell’amore inossidabile che porta alla resurrezione. L’amore ha un valore immenso anche se chi lo riceve non è all’altezza di chi lo dona.
4. Filemone e Bauci → L’amore è accoglienza
Zeus e Ermes visitano la Frigia travestiti da mortali, per mettere alla prova l’ospitalità degli umani. Dopo essere stati respinti da tutte le case, arrivano da Filemone e Bauci, due coniugi anziani, con una vita passata assieme nella devozione reciproca. Sono contadini e vivono modestamente nella loro capanna. I due anziani accolgono gli stranieri offrendo tutto ciò che hanno, cucinando anche la loro unica oca. Ma mentre cenano, notano che il vino nella brocca non finisce mai, e si rendono conto che gli ospiti sono divinità. Si scusano per la povertà del banchetto. Zeus e Ermes sono però stati toccati dalla loro generosità. Allora li fanno salire su una collina, da dove assistono a una terribile inondazione che distrugge il villaggio, colpevole di non aver ospitato gli dei, mentre la loro capanna diventa un tempio d’oro. Quando Zeus domanda a Filemone e Bauci che dono desiderassero, essi chiedono di diventare custodi del tempio e di morire nello stesso momento, in modo da non dover vivere l’uno senza l’altro. Vengono esauditi. Alla morte sono trasformati in due alberi intrecciati, una quercia e un tiglio cresciuti dallo stesso tronco, per simboleggiare il loro amore eterno. Jung fu molto colpito da questo racconto, elesse Filemone a una specie di suo angelo custode, e commentò: “Sopravvive chi ama”.
5. Eros e Psiche → L’amore porta all’unità
Afrodite, invidiosa della straordinaria bellezza di Psiche (Anima) ordina a suo figlio Eros (Amore) di farla innamorare dell’uomo più spregevole che ci sia, usando le sue frecce magiche. Ma Eros, vedendola, si innamora lui stesso di Psiche. A insaputa di sua madre, la porta nel suo palazzo incantato, dove Psiche ha tutto ciò che desidera, ma le chiede di non cercare di vederlo, perché lui è un dio e non può mostrarsi. “Ogni notte le si accosta lo sposo, sale sul letto e la fa sua; e prima che sorgesse il giorno se n’era già andato”. Psiche lo ama perdutamente, ma vuole vederlo: una notte accende una lampada mentre Eros dorme. Una goccia d’olio cade sul dio. Lui si sveglia e subito scompare. Psiche vaga alla sua ricerca. Poi, disperata, si butta in un fiume, ma un’onda la salva gettandola su un prato. Lì incontra il poco raccomandabile Pan, dio della natura selvaggia e del desiderio sessuale. Pan, sempre connesso alla vita, la consola e la sprona a non arrendersi. Lei va al tempio di Afrodite e chiede alla dea di riavere Eros. Ma Afrodite è furiosa e le impone una serie di prove durissime. Psiche le affronta, scende anche nel regno dei morti. Alla fine cede e cade in un sonno mortale. Interviene Eros, che la risveglia e porta la questione davanti a Giove, che concede a Psiche l’immortalità. I due possono sposarsi. Psiche non ha riconquistato Eros solo cercandolo, ma lei stessa ha compiuto un viaggio interiore che l’ha portata alla completezza. L’amore conduce allo sposalizio tra corpo e spirito e all’incanto dell’unità con l’amato, con l’amata.
6. La Rosa di Bagdad → Tutto vince l’amore
Non è una fiaba classica, ma scritta da Anton Gino Domenighini come copione del film d’animazione di cui lui stesso fu regista, La Rosa Di Bagdad del 1949. Nel fantastico Oriente, l’incantevole Zeila, la Rosa di Bagdad, è la figlia del sultano. È promessa in sposa al visir Jafar, uomo ambizioso e cattivo, che lei non ama. Il giovane Amin, musicista povero ma buono, ama invece Zeila ed è ricambiato. Jafar vuole liberarsi di Amin e conquistare la principessa con la stregoneria del malvagio Burk. Amin combatte contro Burk, ma rischia di lasciarci la pelle. Alla fine però, con l’aiuto del cielo, vince: Zeila e Amin si riuniscono e si possono sposare. È la vittoria dell’amore sulle difficoltà, sulla malvagità e sull’inganno. La Rosa di Bagdad condensa quanto dicono fiabe e miti: l’amore non sta fermo, va a cercare l’amato; l’amore “osa tutto, affronta tutto, non conosce limiti; i suoi desideri sono la sua regola; i suoi trasporti sono la sua legge; i suoi eccessi sono la sua misura” (Anonimo XVII sec., L’amore di Maddalena). Non ha paura di sfidare la morte, ma alla fine trionfa. Risuonano le parole di Virgilio: Omnia vincit amor. Anche se la realtà sembra contraddire questa aspettativa, la lezione della fiaba rimane preziosa. Perché dà la capacità di credere nell’amore, nella riconciliazione, nel significato delle cose, nella meraviglia. Di vivere, già qui in terra, l’amore come la “breve eternità” di cui cantava Moustaki.