Comitato Genovese Italia / Vietnam

Comitato Genovese Italia / Vietnam Il Comitato I/VN nasce alla fine degli anni '60 a sostegno del popolo vietnamita, su iniziativa dei lavoratori portuali di tutte le categorie.

CAMALLI DI RAZZA. O QUASIAccolgono i rifugiati e bloccano i carichi di armi. Ma hanno i conti in rosso.Restano fedeli al...
04/10/2019

CAMALLI DI RAZZA. O QUASI
Accolgono i rifugiati e bloccano i carichi di armi. Ma hanno i conti in rosso.
Restano fedeli alle tradizioni di sinistra ma c'è chi si butta a destra.
Viaggio tra i "nuovi" portuali genovesi.

GENOVA. Un sms li chiama in banchina con due ore di preavviso. È finito il tempo in cui i camalli di Genova aspettavano l'avviamento al lavoro nella sala Chiamata, che oggi è a disposizione della città. Dalla festa dei buddisti cingalesi alle serate di fine anno dei liceali, una nuova vita sociale scorre nell’edificio in cemento e mattoni rossi di fronte alla Lanterna, sede della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie. Qualche imbarazzo resta, se ancora due anni fa una classe del D'Oria, il liceo più elitario di Genova, andò a ballare altrove, lontano dallo sguardo duro di Paride Batini dipinto su una parete accanto al pugno con il gancio e al simbolo internazionale della working class, i martelli incrociati.

IL GENERALE GIAP
Sono cambiati i riti del lavoro, le navi, i porti, i padroni del vapore. Però lo spirito della Compagnia è ancora quello del 1973, quando i portuali, dopo mesi di boicottaggio delle navi americane dirette in Vietnam, portarono ad Haiphong la carretta Australe carica di aiuti. Il generale Giap venne in ltalia per ringraziarli. Cambia il mondo, ma nel Paese dei porti chiusi sono ancora loro di guardia sull’ultima frontiera dell'umanità: loro, i camalli, dall’arabo hamal (facchino), temuti e detestati per il privilegio che si tramandano di padre in figlio, quel monopolio del lavoro nato a Genova nel 1340 con la Compagnia dei Caravana e sopravvissuto nell'era dei colossi multinazionali. E così sono loro, il 20 maggio, a scioperare d'accordo con la Cgil per non imbarcare due generatori di uso anche militare sulla nave saudita Bahri Yanbu diretta nello Yemen, dove la guerra ha già ucciso sessantamila civili. Sono loro a fermarsi nuovamente, il 20 giugno, quando una nave gemella prova a imbarcare le apparecchiature rimaste in porto. E sono sempre loro ad appendere alla Lanterna uno striscione con la scritta “Benvenuti” per accogliere il 2 giugno i cento profughi salvati nel mare della Libia dal pattugliatore della Marina "Cigala Fulgosi". È nel loro Dna. Otto anni fa ospitarono nella sala Chiamata seicento migranti dalla Tunisia che nessuno voleva.

DAL SOVIET ALL'IMPRESA
Dal Vietnam a oggi tutto è cambiato. Allora il porto di Genova era pubblico, adesso è privatizzato. I camalli erano 6.200, sono rimasti 1.100, e quelli operativi sono 930. In mezzo c'è la riforma portuale del'94 e la scelta del console Batini di trasformare la Compagnia in impresa. Metamorfosi incompiuta, perché organizzazione e profitto non sono nel codice genetico dei portuali; però coraggiosa, come riconosce l’armatore Bruno Musso, il primo a rompere il monopolio del camalli nel luglio 1992 chiedendo di utilizzare anche personale proprio. « Batini era un genio, capì che doveva perdere per vincere. Il più grosso Soviet italiano scese a 500 soci e risali a mille solo perché molti dipendenti dei terminal erano rimasti senza lavoro».
Il ricordo è cavalleresco: « Avevano un favoloso livello di umanità e cultura operaia. Io ero il nemico, ma Batini aveva ordinato di non toccarmi. Una volta un tizio mi tirò un grosso tacco di legno e mi mancò. Lo massacrarono». Ora sulle banchine privatizzate dalle famiglie genovesi sono sbarcati i fondi e i giganti come PSA di Singapore o MSC di Ginevra, con manager la cui unica religione e l'ebitda, il margine operativo lordo. Nessuno fa commenti ufficiali per timore di rompere la pace sociale, ma i giudizi a microfoni spenti sono durissimi. “I portuali non hanno il controllo del costo del lavoro, hanno quattro milioni di crediti inesigibili verso soci, le spese generali sono folli. Tecnicamente sono già falliti, ogni anno dobbiamo integrare i loro ricavi. E pensare che potrebbero fare un sacco di utili”.

LO SCONTRO SULLE SEI ORE
Per aiutare la Compagnia a rimettere ordine nei conti. un anno fa, arrivano due commercialisti suggeriti dail'Autorità di sistema portuale, Alessandro Marenco e Lelio Fornabaio. il bilancio viene rivoltato come un calzino. Sotto la lente finiscono le polizze assicurative da un milione di euro e anche la mensa, aperta a tutti a 2,80 euro per un pasto che ne costa 12. E poi i due o trecento soci inabili e inattivi, entrati anche grazie all'intercessione della politica, della curia e di don Andrea Gallo. Malgrado le 224 mila giornate lavorate, i conti non quadrano nemmeno nel 2018: 51 milioni i ricavi, 54 milioni i costi, risultato operativo in rosso per 3 milioni, pareggio raggiunto solo con le integrazioni dei privati (2,2 milioni) e i contributi del decreto Genova (0,8). Undici mesi fa l’assemblea dei soci approva il piano di riorganizzazione e rilancio, che però è ancora quasi tutto da mettere in pratica. Eppure il modello della Compagnia, quello di un fornitore di manodopera in regime pubblicistico, sarebbe l'ideale per un porto che si prepara ad accogliere le mega navi, con picchi di traffico improvvisi. Ai privati fa comodo avere un costo variabile che consente di non fare nuove assunzioni fisse. Purché siano garantite «efficacia, efficienza e sicurezza».
Antonio Benvenuti, classe 1951, portuale dal '74 e console della Compagnia dalla morte di Batini nel 2009, replica ai mugugni dei terminalisti fumando una sigaretta dietro l’altra. “La nostra forza è che non è facile sostituirci. Loro non sono attrezzati per rispondere alla concentrazione di lavoro legata al ciclo dei contenitori, dei traghetti e delle crociere. Quando arrivano quattro navi con 16 mila passeggeri, noi mandiamo anche 120 persone in un turno per portare i bagagli. Siamo indispensabili”. Ma se vi pagano un turno di sei ore, perché ve ne andate appena avete finito? «I portuali guadagnano meno dei dipendenti dei terminal. Ci obbligano a passare il badge, e va bene, ma non possono chiedermi di multare chi esce prima perché ha finito il lavoro. Genova è l’unico porto dove si possono fare sette chiamate al giorno. Loro non riescono ad apprezzare nemmeno questo».

LA SIGNORINA MARCO CANEPA
Benvenuti è di Lotta Comunista. «Ho le mie idee, ma faccio il console pro tempore e devo gestire un bilancio».
Ricorda quando il Pci faceva della Compagnia un soggetto politico, mentre oggi «nessun partito ci rappresenta all’esterno, ci rappresentiamo da soli.» In consiglio ci sono anche uomini vicini al governatore Giovanni Toti e fra i soci c’è chi ha votato per Forza Italia, Lega e perfino Casa Pound, un paradosso se pensiamo che i portuali andarono in piazza il 30 giugno 1960 per impedire il congresso del Movimento Sociale Italiano.
Ma sono scelte personali, non cambi di fronte. Come quelle di Marco Canepa, che si fa chiamare signorina Marco Canepa, perché è la prima camalla trans d’Italia con il nome di Valentina: in pochi mesi è passata dai verdi al sovranismo illuminato. L’unico politico che apprezza oggi è nonno Silvio, però vorrebbe un mondo di tante piccole Grete rompiscatole e condivide il boicottaggio della nave saudita. Dice che Maciste, il gigante buono interpretato sullo schermo dal portuale Bartolomeo Pagano, non se la prenderebbe con i poveracci ma con i mercanti d’armi e con lo Stato che non controlla.
Fermo come una roccia sulle sue idee è invece Luca Franza, sinceramente ateo e mentalmente anarcoide, delegato sindacale Filt/Cgil e membro storico del collettivo autonomo lavoratori del porto, l’organismo più radicale sulle banchine genovesi. Nel suo Pantheon ci sono il Che, per averci insegnato a conservare la tenerezza che abbiamo dentro e Fidel Castro perché ha resistito ad un embargo mondiale. Non sono comunista perché non amo i regimi», Privilegiato? «Guadagniamo le giornate che facciamo, a 52 anni mi devo ancora inginocchiare per ore a mettere delle catene, Provate voi». C'è futuro per la Compagnia? « È casa nostra. Guai a chi me la tocca, Abbiamo le nostre contraddizioni, ma se non ci fossimo noi, i conti dovrebbero farli tutti, compresi i padroni»,
Ventidue diversi gruppi della sinistra frequentano il circolo ricreativo del porto presieduto da Danilo Oliva, ultimo leader dei portuali Cgil e primo Segretario della Filt, che si definisce ancora comunista del Pci. « Le nave delle armi? Venticinque anni fa non le avremmo nemmeno fatte entrare in porto»,
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Venerdì 28 giugno 2019 Alessandro Cassinis - il Venerdì di Repubblica

NdR. Questo articolo traccia la storia della Compagnia Unica del Porto di Genova in maniera molto semplice e un po' folcloristica. È un vero peccato che il collega dell'autore dell'articolo del venerdì, Eugenio Agosti, sia prematuramente scomparso di recente. Avrebbe dato a Cassinis maggiori informazioni sulla storia di questa Compagnia Unica, creata dopo la 2° guerra mondiale. Da Ponte Morosini a Piazzale San Benigno, gli uomini della Compagnia hanno sempre lavorato, ieri come oggi, per il proprio benessere certo, ma anche con amore per il porto e per la città in generale.
Purtroppo l'invidia, l'odio, l'arroganza e tanto altro ancora, non hanno giocato a favore dei lavoratori portuali ma vi posso assicurare che la stragrande maggioranza dei lavoratori portuali della Compagnia Unica ha come base culturale e sociale l'aiuto e il sostegno a chi è nel bisogno. Qualche piccola testimonianza di quanto dico la si può trovare in: "NERO FUMO" e "ROTTA 17° PARALLELO".
http://www.comitatoge40.org/Nero_Fumo.htm
http://www.comitatoge40.org/ROTTA_17_PARALLELO.htm

24/09/2019

DA TIMOR ALL’ITALIA.
CON L’AGOPUNTURA SI PUÒ GUARIRE

A 7 anni Paino è stato rapito nella cittadina di Venilale, a Timor Est. Lo hanno ritrovato 24 anni dopo; e solo allora si è scoperto che a sequestrarlo erano stati compaesani senza scrupoli, che avevano ridotto il ragazzo in schiavitù. Fino a trasformarlo in una larva umana, che neanche si reggeva sulle gambe.
Ma il mese scorso Paino ha ripreso a camminare. Un miracolo in un Paese dove quasi la metà della popolazione vive in povertà estrema e poche malattie si curano.
A rimetterlo in piedi sono stati due medici italiani che, in zone del mondo dove scarseggiano i farmaci, trattano i pazienti con l'agopuntura. Gratuitamente.
Perché Paola Poli e Carlo Moiraghi hanno fondato Agom - Agopuntura nel mondo, l'unica onlus italiana che pratica l'antico metodo terapeutico cinese in situazioni d'emergenza. Curando un po' di tutto, dalla tosse al diabete, dall'ipertensione alle malattie della pelle, lì dove la popolazione è troppo povera per permettersi la medicina occidentale: in India, Nepal, Filippine, Timor Est.
Non solo, gli aghi di Agom alleviano ansia, depressione, insonnia in zone colpite da calamità naturali, come ad Amatrice dopo il terremoto. Finora i 42 agopuntori volontari della onlus hanno praticato 4.420 trattamenti.
E Paola e Carlo si sono specializzati anche nell'uso dell'agopuntura in oncologia, da affiancare a chemio e radio per ridurre dolore e nausea... Così hanno contribuito creare un ambulatorio ad hoc al Niguarda di Milano e una volta a settimana curano gratis i pazienti oncologici nel loro studio milanese.
Di tutto ciò si parlerà questo weekend nel convegno internazionale organizzato da Agom e da Alma (Associazione lombarda medici agopuntori) alla Statale di Milano.
lnfo: agopuntura-alma.it.
Nel 2010 la medicina cinese è entrata nel patrimonio Unesco dell'Umanità.

il venerdì di Repubblica - 20 settembre 2019

Il suo impegno in favore del Comitato Genovese Italia/VietNam
10/09/2019

Il suo impegno in favore del Comitato Genovese Italia/VietNam

15/07/2019

1972 Le capanne vietnamite costruite nell'officina di Ponte Caracciolo, sono ora ospiti della Festa de l'Unità (provinciale) che ha luogo nei giardini di Villa Rossi a Sestri Ponente (GE)

Siamo nei giardini di Piazza Verdi di fronte alla Stazione Brignole, dove ora posteggiano e partono  i bus dell'APT per ...
11/07/2019

Siamo nei giardini di Piazza Verdi di fronte alla Stazione Brignole, dove ora posteggiano e partono i bus dell'APT per l'entroterra ligure .... vengono montate le capanne stile vietnam per manifestare contro la guerra in corso in quel lontano paese ... le capanne sono state costruite nell'officina di Ponte Caracciolo dalle maestranze della Compagnia Unica .. a guidare le operazioni Luciano Sossai, dinamico consigliere della Compagnia stessa.

11/07/2019

Capanne Vietnamite a Genova. Anno 1972

11/07/2019

Dall'album dei ricordi:
1972 Giardini di Piazza Verdi (di fronte alla Stazione Brignole) dove ora posteggiano i bus ATP per l'entroterra ligure .... posizionamento delle capanne vietnamite, costruite nell'officina CULMV di Ponte Caracciolo, per conto del Comitato Genovese Italia/Vietnam

11/07/2019
Registrazioni originali effettuate da Emilio Sarzi Amadé ad Hanoi, Quang Binh e Nam Ha. Realizzazione discografica a cur...
12/10/2017

Registrazioni originali effettuate da Emilio Sarzi Amadé ad Hanoi, Quang Binh e Nam Ha. Realizzazione discografica a cura di A. Virgilio e di E. Sarzi Amadé. Anno 1973. I dischi dello Zodiaco.
Sulle strade del Vietnam... ma anche sui canali e sui fiumi de! Vietnam, nei cortili dell'antico Tempio della Letteratura di Hanoi, tra le risaie dì Quang Binh e sulla costa di Nam Ha, una delle molte culle della rivoluzio¬ne vietnamita.
I vietnamiti cantano spesso, e sanno cantare: li facilita la lingua, duttile, sottile, allusiva ed estremamente pre¬cisa, e per tutte queste ragioni difficilmente traducibile. Le parole vietnamite sono dei monosillabi, variati nel si¬gnificato da sei intonazioni diverse, alcune delle quali scarsamente riproducibili dalla voce europea dai toni sempre uguali. Due monosillabi accoppiati evocano, per esempio, in virtù del tono e del senso che la pa¬rola composita assume, significati che non trovano ri¬scontro nel nostro linguaggio. Per questo, dove è stato possibile fornire un testo italiano per le canzoni ripro¬dotte in questo disco, si è evitata la traduzione della forma poetica originale in altra forma poetica che avrebbe tradito il senso della canzone. Si è preferito di conseguenza fornire soltanto un canovaccio del testo.
II disco è nato nel corso di un lungo viaggio attraverso tutto il Vietnam del Nord, tra una «scalata» e l'altra (quella di Johnson e quella di Nixon), nel 1970, quando il giornalista Emilio Sarzi Amadè ebbe occasione di fermarsi nel villaggio di An Thuy (Acqua Calma) del di¬stretto di Le Thuy (Acqua Bella) nella provincia di Quang Binh, la più bombardata di tutto il Vietnam. Qui Sarzi Amadé fu ricevuto da sedici «sampaniere», le barcaiole dei «sampan» (le strette, lunghe, leggere e rapide imbarcazioni dei canali e dei fiumi vietnamiti) che lo accompagnarono, lungo il fiume Kien Giang, fino ad An Thuy, cantando e lanciandosi stornelli e ri¬sposte improvvisate da un «sampan» all'altro. Alla sera, le stesse sampaniere dettero spettacolo cantando sul¬le rive del fiume le canzoni tradizionali e quelle della lotta.
Il villaggio di An Thuy si stende lungo il Kien Giang, 300 metri di larghezza per 7 chilometri di lunghezza, con 2 cooperative, 17 brigate di produzione agricola e 14 brigate per altre occupazioni, 1200 famiglie, 7000 abitanti circa, 1447 contadini in grado di lavorare (con¬tro i 2200 di prima della guerra). Aveva subito, fino al 1968, 3007 attacchi aerei e navali, e il 98 per cento del¬le case era stato distrutto o danneggiato. Aveva subito, in più, le calamità naturali, con siccità prolungate e inondazioni alle prime grandi piogge.
La popolazione ha resistito sulla base dei «tre non im¬porta come» (cioè: a qualunque costo aggrapparsi alla terra per produrre, aggrapparsi ai crateri delle bombe per la produzione, aggrapparsi alla coltivazione inten¬siva) e dei «tre avere»: ogni famiglia abbia un rifugio in casa, ogni casa abbia un rifugio all'esterno, le risaie e le strade siano costellate di rifugi. In media ciascuna famiglia finì con l'avere a disposizione cinque rifugi. E ancora: «le case entrino nella terra». E ancora: «pun¬tare sulle 5 rapidità» (cioè, se i rifugi crollano, bisogna: 1) andare rapidamente sul posto, 2) scavare rapida¬mente, 3) cercare rapidamente i sepolti, 4) bendare rapidamente i feriti, 5) portare rapidamente i feriti al¬l'ospedale).
È in questa atmosfera che sono cresciute le 16 ragaz¬ze dei «sampan» che intonarono le loro canzoni, in una sera di agosto, sulle rive del Kien Giang, e le 37 ragazze artigliere di Ngo Thuy (altro villaggio che gli aerei americani «finirono di distruggere nel 1968») che cantarono accanto ai loro cannoni tipo seconda guer¬ra mondiale sulle bianche dune delle spiagge di Quang Binh.
È questa la materia, imperfetta forse nella registrazio¬ne ma esemplare nella sostanza, della prima facciata del disco. La seconda facciata è composta di canzoni raccolte ad Hanoi, Cao Bang e nel villaggio di Hai Tinh (provincia costiera di Nam Ha) i cui miliziani rac¬contano, nella canzone «Hai Tinh solleva ondate di odio», scritta da essi stessi, la loro lotta contro gli aerei sulla riva del mare.

IL PERSONAGGIOFra il 1966 e il 1967 lo scrittore di “Furore”, da poco insignito del Nobel, raccontò il conflitto nel Sud...
20/06/2017

IL PERSONAGGIO
Fra il 1966 e il 1967 lo scrittore di “Furore”, da poco insignito del Nobel, raccontò il conflitto nel Sud-Est asiatico. Partì animato da sentimenti patriottici che poi si affievolirono. Ora i suoi dispacci sono raccolti in un volume.

STEINBECK in VIETNAM
Un grande reporter sulle sponde del Mekong, dove muore la “meglio gioventù” americana.

Nelle foto appare un po' appesantito, come se facesse fatica a impugnare le armi, mirare al bersaglio, farsi largo nella sterpaglia con il suo elmetto d'acciaio. Ma quando punta l'obiettivo del fotografo, John Steinbeck tenta di soffocare in un ghigno furbo la marea di dubbi dentro la sua testa.
Stava per compiere 65 anni, troppi per partecipare a una guerra. Troppi per continuare a credere che la guerra in Vietnam fosse necessaria. Sareb¬be morto due anni più tardi, tra molti ripensamenti.
È difficile tenere insieme due simboli apparentemen¬te inconciliabili, come possono esserlo luce e ombra, un icona tra le più alte del Novecento letterario - il narrato¬re dell'epopea di migranti all'epoca della Grande Depres¬sione – e la fotografia insanguinata dell'intervento ame¬ricano. E non è un caso che la storia di Steinbeck in Viet¬nam sia rimasta nel backstage dell'immaginario colletti¬vo, fin quando un paio d'anni fa è uscita negli Stati la pri¬ma raccolta completa del suoi dispacci, una serie di cinquantotto articoli scritti per il Newsday dal dicembre del 1966 all'aprile del 1967 (ora tradotta in Italia da Rossana Macuz Varrocchi nelle edizioni Leg, Vietnam in guer-ra, con saggi di Thomas E. Barden e Cinzia Scarpino).
So¬no corrispondenze in forma di missiva, pubblicate sotto la testatina "lettere ad Alicia". Così aveva voluto lo scrit¬tore per rendere omaggio ad Alicia Patterson, la fondatrice del giornale scomparsa poco tempo prima.
All'inizio Steinbeck non voleva partire, il presidente Johnson aveva cercato di convincerlo in tutti i modi, ma lui resisteva all'idea di diventare un testimonial del fron¬te asiatico: e certo lo sarebbe diventato vista la sua gigan¬tesca fama recentemente incoronata dal Nobel. Finché un'occasione famigliare lo spinge a Saigon: l'arruolamento in Vietnam del secondogenito John IV.
Non era imma¬ginabile che il grande reporter di guerra, l'autore di pagi¬ne indimenticabili sul secondo conflitto mondiale (Once There Was a War), disertasse il campo di battaglia fre-quentato dal figlio. Su incarico dell'editore Guggenheim — e non del presidente Johnson — nel dicembre del 1966 Steinbeck parte con la moglie per Saigon. Per poi visitare anche Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong.
Cosa vede Steinbeck della guerra? Si sposta in elicotte¬ro lungo il Mekong, assiste al bombardamento di un B-52, partecipa come osservatore alle escursioni aeree. Sembra confuso, ha l'impressione che la guerra gli sfug¬ga. Ma le sue corrispondenze non vengono mai meno a quello spirito patriottico e interventista con cui era parti¬to.
Agli occhi del reporter, la "meglio gioventù" non era¬no gli hippies o i debosciati che perdevano tempo nelle marce pacifiste ma quei coraggiosi ragazzi che in tuta mi¬metica si immolavano per la patria. Tornato negli Usa al¬la fine di aprile — siamo nel 1967—Steinbeck smette di occuparsi pubblicamente del Vietnam per confessare le sue riserve solo agli amici.
«Sono quasi sicuro che quelli che dirigono questa guerra non abbiano né un'idea né il controllo», scrive in agosto all'editor Elizabeth Otis. Muo¬re sedici mesi più tardi. Fortunatamente non fa a tempo a vedere i reduci in carrozzella scagliare le loro medaglie contro la gradinata del Campidoglio.

“Non esistono buone guerre, sono tutte cattiva”.

JOHNSTCHVBECK

NEW YORK, 3 DICEMBRE 1966
Cara Alicia,
Notizie molto eccitanti per me. Newsday vuole che mia moglie ed io andiamo a farci un giro nell'Asia Orientale, fin dove riusciamo ad arrivare, per vedere tutto quello che è possibile vedere. Ti sembra ridicolo a 64 anni? Si dice che non ci sia vecchio peggiore di un vecchio scemo, ma quando vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere, mi pare che noi vecchi non siamo gli unici scemi. Non che per questo siamo meno scemi, ma siamo in buona compagnia. (...). Ti racconterò tutto, se ti interessa. Io ormai non sto più nella pelle. Sono impaziente. Non si sa mai che mi sfugga qualcosa.

HONOLULU, 9 DICEMBRE 1966
Cara Alida,
d siamo fermati qui per ricevere ragguagli dal Comando del Pacifico, e non sono ragguagli da poco. Per due giorni sono stato esposto a un maremoto di informazioni fornite dall'Esercito, dalla Marina, dai Marines e dall'Aeronautica militare. Lasciami dire che se i giornali hanno riportato le dimensioni e la complicatezza delle nostre operazioni nell'Est Asiatico, io devo aver letto senza molta attenzione perché non avevo idea dell'enormità di ciò che c'è da fare. Mi domando quanti in America sanno quello che si fa qui {...}.
La prima sorpresa è stata la relativa assenza di segretezza. Come ricorderai, durante la seconda guerra mondiale, praticamente tutto era classificato come segreto, anche quello che avevi mangiato a colazione. Sembra che questo non valga più. Per ogni domanda che ho fatto, mi hanno risposto con franchezza, quasi con ansia di raccontare: come si spiega questo cambiamento? Se non sapevano come rispondermi, me lo dicevano chiaramente. Nella mia passata esperienza con i militari, non ho mai sentito nessuno ammettere la propria ignoranza. In un certo senso la cosa è piacevole, ma fa anche un po'di paura.

SAIGON, 31 DICEMBRE 1966
Cara Alida
(...) Non saresti orgogliosa di me. Sono qui da due giorni, quasi tre, e non ho una sahariana di sartoria, camicia azzurra e cerone per comparire in televisione, e non sono un'autorità in merito a questa guerra. Sono successe tantissime cose e ci vorrà tempo per capirle: sono in un certo senso cose incredibili. Ieri per esempio abbiamo preso un elicottero per raggiungere il 23° Gruppo di Artiglieria che pattuglia uno degli avvicinamenti alla città. Hanno obici da 105 mm che portano qua e là in areo, come dei Babbi Natali che portano doni.
Mi hanno fatto l'onore di sparare i primi colpi dalla canna n.4. È stato un momento di grande orgoglio, e mi hanno dato il bossolo da portare a casa. La logistica sarà problematica, ma la gestirò. (... ) Nel pomeriggio vado al poligono per provare armi di piccole dimensioni, lanciagranate e mortai. Sono quasi tutte armi che non ho mai visto e tanto meno usato. Ma non voglio essere una zavorra: non mi sono mai piaciuti gli osservatori innocenti. Preferisco essere un osservatore colpevole, se necessario. Per quanto io ami la pace, c'è una bella differenza tra una colomba e un piccione.

SAIGON, 14 GENNAIO 1967
Cara Alida,
questa guerra lascia davvero confusi, e non solo i vecchi osservatori ma anche quelli che in patria leggono e cercano di capire. È difficile soprattutto a causa dei preconcetti che si sono accumulati in migliaia di anni. Questa guerra non assomiglia a nessun altro conflitto in cui siamo stati coinvolti.
Cercherò di raccontare alcune delle differenze che ho osservato io.
Era facile raccontare le guerre di movimento, di posizioni conquistate, difese o perdute, di linee definite e ben chiare, di truppe che si affrontano e combattono fino a che una parte o l'altra è sconfitta. È possibile immaginare una grande battaglia, e la si può raccontare come si racconta un combattimento tra tori. Puoi rivedere, magari su una mappa, tutte le guerre che ci sono state finora: da una parte della linea noi e i nostri amici, dall'altra i nemici. Il Vietnam non è affatto così e mi domando se sarà mai possibile descriverlo. Forse è proprio l'impossibilità di descrivere le sue caratteristiche la causa dello scontento e della frustrazione dei giornalisti venuti quaggiù. (...) È una guerra di sensazioni, senza un fronte e senza retroguardie. È dappertutto come un gas sottile e pervasivo.

(SENZA INDICAZIONE DI LUOGO) 3 FEBBRAIO 1967
Cara Alicia,
(...) viene sempre il momento di fare i conti, e in guerra i conti sono sempre tristi. Nell'esplosione secondaria erano morte 20 o 30 persone: però erano morte mentre fabbricavano armi per uccidere noi. Ma gli esseri umani che assemblavano le granate all'interno di quella che ora è solo una voragine nera e fumante cosa avevano a che fare con l'uso di quei piccoli strumenti di morte? Chi è colpevole e chi è innocente? Ho visto cosa fanno quelle granate nei mercati dei villaggi, nei piccoli ristoranti, persine sulle barche cariche di gente.
Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto. Però non riesco a capire quelli che credono di essere innocenti solo perché distolgono lo sguardo e girano le spalle: quelli che distolgono lo sguardo hanno forse scoperto che c'è una guerra buona e una cattiva?
Masterson, il soldato semplice di marina che guada le paludi pullulanti di sanguisughe, la famiglia di contadini delle risaie che si rintana terrorizzata nella sua capanna minata all'estremità di un sentiero pieno di trappole esplosive, io che ho visto questa guerra da vicino: tutti saremmo d'accordo nel dire che è tutto cattivo. Ma tutto il male va eliminato in una volta sola, altrimenti continuerà a esistere come è sempre esistito.

Simonetta Fiori – la Repubblica 2 giugno 2017

VIETNAM IN GUERRA

II libro

I brani qui anticipati sono tratti da John Steinbeck, Vietnam in guerra
(Libreria Editrice Goriziana, euro 22)

20/06/2017
http://www.comitatoge40.org/Sull'Home Page del Comitato è stato pubblicato il racconto della Nave dell'Amicizia. Siamo n...
10/04/2017

http://www.comitatoge40.org/

Sull'Home Page del Comitato è stato pubblicato il racconto della Nave dell'Amicizia. Siamo nel 1973 e da Genova parte una Nave carica di aiuti per il popolo vietnamita in guerra da più di 20 anni. A bordo di quella nave c'è un nocchiere d'eccezione, il portuale della CULMV LUCIANO SOSSAI ......................

Curcuma, Dolce di Fagioli Mung, Madleine Vietnamite e Zenzero Candito, A parte  Huong Nguyen (dolcetto a base di fagioli...
28/03/2017

Curcuma, Dolce di Fagioli Mung, Madleine Vietnamite e Zenzero Candito, A parte Huong Nguyen (dolcetto a base di fagioli, tipico del Nord VN) il resto è produzione del sig. Tran Huu Roong, nonno della sig.ra Oanh Giovanelli (residente in Trentino A.A.).

Te di carciofi.  Al ca****fo aggiungono un'erba dal gusto dolciatro. Da provare.
28/03/2017

Te di carciofi. Al ca****fo aggiungono un'erba dal gusto dolciatro. Da provare.

Balsami usati per raffreddori e mal di testa.
28/03/2017

Balsami usati per raffreddori e mal di testa.

03/02/2017
Oggi ho cambiato gestore e ho cambiato il modem WI-FI.Guardate un po' dove viene fabbricato!
16/01/2017

Oggi ho cambiato gestore e ho cambiato il modem WI-FI.
Guardate un po' dove viene fabbricato!

02/01/2017

I NUOVI SCHAVI
VANIGLIA AMARA NEI CAMPI DEL MADAGASCAR
La vaniglia è la spezia più ricercata al mondo per la produzione dei dolci, ma sta diventando sempre più "amara" per i bambini che devono raccoglierla in Madagascar.
Un rapporto della ong Danwatch, ripreso dal britannico Guardian, ha lanciato l'allarme sui livelli di sfruttamento a cui sono sottoposti i minori impegnati in una delle più importanti attività economiche del Paese.
Le famiglie povere, infatti, sono costrette a impiegare perfino i loro piccoli di pochi anni per poter sopravvivere. Ore e ore di lavoro per vedersi pagare meno di 9 dollari un chilo di una delle spezie più pregiate al mondo, seconda solo allo zafferano. Quella stessa quantità viene poi rivenduta sui mercati delle commodities a cifre che vanno dai 200 ai 400 dollari.
Secondo le stime della International Labour Organisation, sono 20 mila i bambini impiegati nel commercio della vaniglia e la gran parte di loro vive nella regione di Sava, a nord del Paese.
A ben poco sono servite le convenzioni internazionali contro il lavoro minorile che il Madagascar ha siglato. Ci sono infatti nel Paese circa 2 milioni di minori, dai 5 ai 17 anni, utilizzati in vari tipi di attività economiche, circa il 9 per cento dell'intera popolazione. In teoria nell'isola l'istruzione è obbligatoria fino ai 14 anni, ma le famiglie più povere non se la possono permettere, considerando anche che le scuole pubbliche sono poche e quelle private sono costose.
L'ultimo tentativo per contrastare questo grave problema è stata la creazione nel 2015 di un codice di condotta nel settore della vaniglia. Ma secondo la presidente di uno dei comitati regio¬nali creati per vigilare sul lavoro minorile, Bety Florent, mancano le risorse e le nuove norme così non vengono applicate, mentre lo sfruttamento dei bambini va avanti.
(alessandro carlini) il Venerdì 30 dicembre 2016

LA GUERRA DEL VIETNAM CONTRO I MOTORINICinque milioni e mezzo di veicoli a due ruote ad Hanoi, uno ogni due vietnamiti i...
29/12/2016

LA GUERRA DEL VIETNAM CONTRO I MOTORINI
Cinque milioni e mezzo di veicoli a due ruote ad Hanoi, uno ogni due vietnamiti in tutto il Paese. Sfrecciano senza regole. Incastrati in ingorghi inestricabili. Così il governo ora ha avuto un'idea...

HANOI. È un'esperienza indi¬menticabile guidare sulle strade della capitale del Vie¬tnam. Un'auto come una mo¬tocicletta. Percorrere la via Yen Phu, che collega il centro di Hanoi con la zona residenziale di West Lake, imboccare il ponte Cau Chuong Duong che attraversa il Fiume Rosso, penetrare nelle stradine della Old City di Hanoi da sempre una sensazione che poche città al mondo offrono. Ti senti avvolto e travolto da un fiume in piena di motociclette, motorini, vespe, ciclomotori di ogni forma, colore e cilindrata. Mezzi carichi spesso all'in¬verosimile, di esseri umani come di og¬getti che si muovono con regole tutte loro tra automobili, camion e autobus piccoli e grandi.
Solo ad Hanoi mi è accaduto di rimane¬re imbottigliato quasi due ore a un incro¬cio tra due vie che corrono parallele lungo un canale e sono attraversate ogni 200-300 metri da un ponte di collegamento e sco¬prire che tale era il nodo intricato di lamie¬re che neppure i mezzi a due ruote riusci¬vano più ad andare un solo centimetro avanti o indietro, a destra o sinistra. Tutti bloccati, fermi, incapaci di inventare qualcosa per districarsi. Esperienza unica, pur avendo guidato perle strade di città sem¬pre sull'orlo della paralisi come Mumbai, Shanghai o Beirut.
Ad Hanoi, ogni giorno è peggio, e il fu¬turo può trasformarsi in un incubo. Circo¬lano quasi 5 milioni e 500 mila veicoli a due ruote (la nazione con i suoi 90 milioni di abitanti ne ha oltre 46 milioni, uno ogni due vietnamiti). Alcune statistiche indica¬no che la strada verso il precipizio chia¬mato paralisi potrebbe essere vicina: gli studi raccontano che l'80 per cento degli spostamenti all'interno di Ha¬noi sono effettuati a bordo di un moto¬veicolo, e solo il 9 per cento con mezzi pubblici. Questo dato non può che peggiorare perché il Paese sta crescendo economicamente e uno degli effetti dello sviluppo è la corsa a possedere un mezzo a due e a quattro ruote.
Ecco allora che dirigenti, ammini¬stratori della città e dirigenti locali del Partito comunista del Vietnam hanno pensato che la soluzione sia vietare traffico nel centro di Hanoi a tutti i motoveicoli, anche se da queste parti centro è un'area difficile da identificai con precisione se si esclude la Old City decisamente piccola.
A che cosa si riferiscono gli ideatori? All'area ad alta densità governativa che gravita intorno i palazzo presidenziale e al mausoleo del padre della patria Ho Chi Minh? O quella molto più vasta che può avere come vertici a nord e a sud i laghi HoThay e Ho Bay Mau? Per adesso non si sa.
Ovviamente la misura dell'interdizione della circolazione ai motoveicoli è lontana nel tempo. È fissata per il 2025 e legata direttamente ai progetti di realizzazione di sei linee della metropolitana e tre di autobus veloci e su corsie riservate per collegare le periferie al centro.
Il progetto è già avviato ma i problemi sono stati più numerosi del previsto: ce ne sono stati tra i sub appaltatori del progetto, tutte imprese di nazionalità diversa che fanno capo alla China Railway; e poi tra il governo cinese, grande sponsor e finanziatore di progetto, e quello vietnamita, che è arrivato a bloccare i lavori per garantire la sicurezza delle condizioni di lavoro nei cantieri. Risultato? La conclusione dell'opera stata spostata sempre più in avanti. Adesso, tra molti dubbi, è previsto il primo viaggio per la fine de!2016, ma solo sui 13,5 chilometri che corrono allo scoperto collegando il centro con le periferie.
Il resto del sistema di trasporto pub¬blico dovrebbe vedere la luce per il 2025. Così, la notizia della chiusura di una parte della capitale ai motoveicoli sembra più appartenere all'inizio di una campagna di educazione stradale che il governo sta conducendo su diversi fronti e con una evidente difficoltà sia per i costi che com¬porterebbe, sia per la vastità della platea cui si riferisce, e per la evidente arretra¬tezza della cultura stradale dei vietnami¬ti.
Come in qualsiasi Paese che improvvi¬samente accede a moto e auto, le regole rischiano sempre di essere all'ultimo posto, perché al primo c'è possedere un mezzo di locomozione privato e avventurarsi per le strade. Chi guida ad Hanoi si accorge subito come sia assolutamente normale che un'intera famiglia di 4 o 5 persone, bambini piccoli inclusi, viaggi a bordo di uno scooter. Così come un incro¬cio regolato da un semaforo non garanti¬sce la sicurezza: il segnale rosso viene considerato con una frequenza impressio¬nante non un obbligo a fermarsi, ma sem-plicemente una macchia di colore nel pae¬saggio cittadino. Lo stesso vale nel rappor¬to auto e moto con i pedoni. I primi consi¬derano regolarmente le strisce pedonali non un obbligo a lasciare passare chi a piedi, ma una fastidiosa macchia di vernice sull'asfalto. Se poi si guida fuori città, sulle autostrade che stanno mese dopo mese collegando in modo più moderno il Paese, l'uso sconsiderato della corsia di emergenza da parte di auto, camion e autobus per correre e sorpassare è considerato il normale modo di condurre il proprio mezzo.
Naturalmente, al primo posto di que¬sta educazione stradale a colpi di divieto di circolazione ci sono i motoveicoli, vi¬sto che stiamo parlando di decine di milioni di mezzi che corrono sulle strade del Paese. Ben sapendo che il blocco del¬la circolazione annunciato con così gran¬de anticipo e per una data lontana nove anni non viene tenuto in gran conto, le autorità di Hanoi (e quelle di Ho Chi Minh City) hanno messo sul tavolo delle restri¬zioni al traffico anche il controllo dei gas di scarico delle moto. A cominciare dal 2017, e all'inizio solo per quelli di cilin-drata superiore ai 175 cc.
Che l'inquina¬mento da traffico sia un problema molto serio è evidente guardando i conducenti delle moto quasi sempre con una ma¬scherina sul viso. Adesso, poi, si è messa di mezzo pure l'ambasciata americana ad Hanoi, la cui centralina atmosferica ha segnalato che i dati sui fumi di scari¬co sono arrivati ad essere sette volte su¬periori ai limiti consentiti dall'Organiz¬zazione mondiale per la salute.

Antonio Carlucci 16 SETTEMBRE 2016 - IL VENERDÌ

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