07/09/2026
Riguardo la vicenda della piccola Bianca e dei suoi genitori Luca e Valentina di Pietralata, non riesco proprio, come invece ho visto fare a giornalisti, politici e perfino attiviste/i con disabilità che hanno velocemente pubblicato la grafichina con la propria smorfia di disappunto in primo piano, a rincorrere la notizia con frasi sensazionalistiche per qualche like messo per pietismo e indignazione.
Voglio però ribadire alcuni concetti per rimettere sì al centro il bisogno di umanità, ma con una punta di realismo per quanto possa apparire fastidiosamente cinico:
1) La disperazione di un genitore che compie un simile gesto non la può capire nessun’altra persona, è vero, per questo dovremmo sospendere ogni tipo di giudizio. Al tempo stesso, però, non chiedetemi di empatizzare a pieno con chi uccide un figlio o una figlia innocente, perché la disabilità non è mai una colpa né può essere propria la responsabilità di un sistema che ha fallito. Il dolore lo rispetto, la deliberata scelta di scegliere per la vita o la morte di altre persone no.
2) I giornali che stanno romanticizzando questa tragedia senza mai nominare la negligenza delle Istituzioni alimentano quella cultura per la quale le difficoltà non vengono lucidamente prevenute ma affrontate solo a posteriori, spesso togliendole di mezzo nel modo peggiore (alla faccia del welfare che dovrebbe funzionare per diritto e per dovere, anche grazie alle nostre tasse…).
3) Le Istituzioni, non pervenute, continueranno a non essere pervenute nelle grandi città dispersive dove le persone nemmeno si conoscono così come nelle remote periferie dove le risorse non arrivano e i servizi non esistono. Vogliamo fare qualcosa, cari amministratori e amministratrici, anziché limitarsi a indossare gli occhiali da sole ai funerali per tentare di nascondere l’indifferenza generale?
4) Se due genitori sono disposti a spendere 300.000 euro per una terapia sperimentale ideata da un “guru” in Messico senza alcuna validità scientifica, ritrovandosi così sul lastrico, il problema non è solo assistenziale, spingendo pazienti a emigrare in cerca di alternative, ma soprattutto culturale, perché non è concepibile nel 2026 che da un lato vengano alimentate delle false speranze e che dall’altro ci si cada pure. Attenzione: non si chiama colpevolizzazione ma responsabilizzazione. Educare è anche un compito collettivo.
In tutto questo, viene spesso ignorato il fatto che Bianca non sia la causa del suo stesso omicidio, anzi disabilicidio. Così come non è lei il frame, la cornice simbolica, di un fatto straziante in cui la disperazione, senz’altro presente, viene erroneamente dipinta come movente quasi accettabile.
Bianca, semmai, è il soggetto principale. La vittima di questa storia che deve riaccendere le coscienze.
Perché lo Stato ha il compito di arrivarci. E dove non arriva lo Stato può arrivare il volontariato. E dove non arriva il volontariato può nascere una rete, il così detto “villaggio”, di affetti intorno alla persona.
Ma nessun individuo può e deve, oggi, restare isolato, se solo si guardassero le cose da una diversa prospettiva. Che magari non è quella ideale, purtroppo, ma sicuramente la meno dolorosa. Perché una mano, per quanto non risolutiva, la si trova sempre. Perciò se non arriva come dovrebbe da chi ha il dovere, appunto, di supportare, chiedete. E dopo aver chiesto gridate se non bastasse.
Non siamo soli. È inconcepibile crederlo, ancor più assurdo esserlo davvero. Se così fosse, avremmo davvero fallito, senza vie di ritorno, e non voglio pensarlo.