29/08/2026
Sono Sara Restante
Intervengo in questa discussione non solo come mamma, ma nel mio ruolo di Presidente di AIPD Grosseto e di Consigliera Nazionale di AIPD.
Parto da una cosa molto semplice: ho chiesto direttamente di correggere quel post e, non essendo stato fatto, ho ritenuto doveroso segnalarlo al Garante della disabilità Montani Diego garante della disabilità del comune di Grosseto Diego Montani. Non è stata quindi la mia prima scelta “pubblicizzare” la vicenda, ma chiedere che venisse corretto un contenuto che ritenevo offensivo.
Sono convinta che Riccardo , presidente della palestra, non avesse alcuna intenzione di offendere le persone con sindrome di Down. Credo che abbia utilizzato quella parola come fanno purtroppo ancora moltissime persone: senza conoscerne davvero il significato e soprattutto la sua origine.
Nel suo video di scuse parla della “perdita del significato” di quella parola. E penso che sia proprio questo il punto: quella parola, nel linguaggio comune, è stata progressivamente utilizzata come insulto, fino a far dimenticare a molti da dove provenga e quale storia abbia alle spalle. Ma il fatto che il significato originario sia stato dimenticato non significa che la parola abbia perso anche il suo peso.
Proprio per questo, secondo me, sarebbe bastato riconoscere l’errore e correggere il post. Non per accusare qualcuno di essere una persona discriminatoria, ma per fare un passo di consapevolezza.
Quello che invece mi ha colpito, e devo dirlo con sincerità, è che alcuni dei commenti successivi sono stati, a mio parere, persino più problematici dell’errore iniziale di Riccardo.
Perché quasi nessuno sembra essersi fermato a chiedersi quale sia realmente il problema.
Si è discusso dell’intenzione, della libertà di fare ironia, del fatto che “si è sempre detto”, del fatto che “non si voleva offendere nessuno”. Ma il problema non è stabilire se Riccardo sia una brava o una cattiva persona. Il problema è capire perché una parola che identifica una condizione legata alla sindrome di Down sia diventata, nel linguaggio comune, un sinonimo di incapacità, stupidità o ridicolo.
E se non riusciamo neppure a cogliere questo punto, allora abbiamo perso completamente il senso della discussione.
Mi dispiace, ma su questo non posso essere d’accordo: “mongolo” non dovrebbe essere utilizzato come insulto o come sinonimo di incapace, stupido o ridicolo. Nemmeno “tra amici al bar”. È un intercalare che io sento continuamente e che considero offensivo, anche quando chi lo pronuncia non ha alcuna intenzione di riferirsi a una persona con trisomia 21.
Usare “mongolo” per indicare una persona proveniente dalla Mongolia è ovviamente corretto. Usarlo per definire negativamente una persona, invece, è un’altra cosa.
Quasi tutti noi ci indigniamo quando vengono utilizzate con accezione negativa parole come “finocchio”, “lesbica”, “negro”, “ciccione”, “nano” e altre espressioni che trasformano una caratteristica, una condizione o un’identità in un’offesa.
Perché “mongolo” dovrebbe essere diverso?
Edoardo, uscendo dal caso specifico, perché riconosco che questo è stato molto probabilmente un errore involontario e dettato dall’ignoranza, non dalla volontà di discriminare, credo però che non possiamo giustificare il sarcasmo o la comicità costruiti sulle caratteristiche genetiche, fisiche o sulle condizioni di altre persone con il fatto che “si è sempre fatto” o che “una volta faceva ridere”.
Lo dico anche assumendomi una parte di responsabilità personale: sono stata anch’io, da ragazza, una persona che ha fatto del bullismo e oggi ne sono profondamente pentita. Proprio per questo so quanto sia importante imparare a guardare le parole e i comportamenti con gli occhi di chi li subisce.
Il “percepito” è cambiato. E dobbiamo essere capaci di cambiare anche noi.
Trovo inoltre fuori luogo la lettera dell’avvocata della palestra, soprattutto perché mi sembra che abbia spostato il focus dalla questione sostanziale — cioè l’utilizzo di una parola che non dovrebbe essere usata come insulto — alla modalità con cui la vicenda è stata affrontata.
Capisco perfettamente che un professionista debba tutelare il proprio cliente. Ma credo che, in questa situazione, sarebbe stato molto più utile valorizzare il fatto che Riccardo aveva già riconosciuto l’errore, si era scusato e aveva rimosso il post, trasformando tutto questo in un’occasione di confronto e sensibilizzazione.
Non credo che nessuno abbia bisogno di essere messo alla gogna.
Ma nemmeno credo che chi solleva una questione di discriminazione debba essere messo sotto accusa per averla sollevata.
Io vorrei un mondo migliore per mia figlia e per tutti i ragazzi e le ragazze con trisomia 21. E credo che questo mondo migliore si costruisca anche attraverso cose apparentemente piccole: una parola che scegliamo di non usare, una battuta che decidiamo di non fare, un errore che abbiamo il coraggio di riconoscere e correggere.
Per questo non considero questa vicenda una “caccia alle streghe” e nemmeno un attacco a Riccardo o alla palestra.
Al contrario, credo che Riccardo abbia avuto il coraggio di chiedere scusa e che da questa vicenda possa nascere qualcosa di positivo, se la usiamo per aumentare la consapevolezza.
Ma proprio perché non penso che ci fosse cattiva intenzione, penso che sia ancora più importante spiegare perché quella parola non va utilizzata in quel modo.
Perché mia figlia è una persona con trisomia 21. Non “mongola” ma italiana.
E forse la responsabilità della mia generazione è proprio questa: non possiamo pretendere che i nostri figli imparino ad accettare le differenze se continuiamo a utilizzare quelle stesse differenze come sinonimo di qualcosa di negativo.
Non è una questione di censurare le parole.
È una questione di scegliere consapevolmente quali parole vogliamo lasciare alle generazioni future.
E io, per mia figlia e per tutti i ragazzi e le ragazze con trisomia 21, vorrei lasciare un linguaggio un po’ più rispettoso di quello che abbiamo ricevuto.