Nato a Venosa nel 1614, compì gli studi giuridici prima a Salerno e poi a Napoli, presso la cui Università conseguì, nel 1635, la laurea e rimase poi nella città partenopea ad esercitare l'avvocatura. Costretto da una grave malattia a rientrare a Venosa, qui, a metà del 1639, fu nominato vicario capitolare della Cattedrale, continuando a esercitare la professione legale. Nel 1644 si trasferì a Rom
a ove, grazie alla protezione del principe Nicolò Ludovisi che, fra i suoi numerosi titoli feudali, includeva pure la signoria di Venosa, entrò presto nei circoli più influenti della città, venendo anche nominato uditore dello stesso principe. In questo ambiente, fece amicizia con mons. Andosilla, un altro dei legali della famiglia Ludovisi, cui succedette, nel 1658, come avvocato del re di Spagna a Roma. Grazie all'esercizio dell'avvocatura, divenne uno dei più celebri legali di Roma, entrando in contatto con i papi Innocenzo X (Pamphili, Roma 1644 - 1655) e Alessandro VII (Chigi, Siena 1655 – Roma 1667). Nel 1676, con l'elezione al papato del card. Benedetto Odescalchi (Como 1611 – Roma 1689), che assunse il nome di Innocenzo XI, il De Luca venne dal pontefice chiamato a ricoprire le cariche di uditore e di segretario dei memoriali, entrando così nella vita politica dello Stato e partecipando a numerose «congregazioni» incaricate di proporre riforme nell'ordinamento. Negli incarichi pubblici si creò la fama di persona laboriosa, integerrima e di sobrie abitudini. Nel settembre 1681 venne nominato cardinale, concludendo con la porpora la sua brillante carriera nella Curia Romana, e il 5 febbraio 1683 morì, lasciando erede dei beni il pontefice mentre legò la biblioteca con i suoi manoscritti al cardinale Benedetto Pamphili, che gli fece erigere un monumento sepolcrale nella chiesa di S. Spirito dei Napoletani in Roma, ove tuttora riposano le spoglie mortali. La rinuncia espressa all’eredità da parte del pontefice rese possibile l’esecuzione delle ultime volontà di De Luca, disposte a beneficio dei suoi concittadini e consistenti nell’erezione di un Monte Frumentario e di un Monte di Maritaggio per la locale classe meno abbiente. Nel quadro della cultura giuridica italiana del seicento spicca la figura del Cardinal Giovan Battista De Luca come famoso avvocato, padrone dei complessi meccanismi del tardo diritto comune, divulgatore del sapere giuridica mediante nuove forme di comunicazione e tenace uomo di governo in materia di giustizia e amministrazione dei domini temporali della Chiesa. Tre distinti profili (giureconsulto, divulgatore e riformatore) accomunati tutti dalla consapevolezza della centralità del diritto per la definizione e conservazione del vivere civile. La sua opera più importante e monumentale è il Theatrum veritatis et iustitiae che in 15 libri raccoglie oltre 2500 pareri resi nei più diversi campi del diritto civile, canonico e feudale. Tale opera, pur se a tratti risponde ad una certa vocazione enciclopedica tipica del seicento, si differenzia da una vera e propria enciclopedia perchè il materiale in esso contenuto, seppur munito di una sommaria partizione sistematica, risulta privo della necessaria trattazione astratta e teorica propria dell’illuminismo. Nel Theatrum sono ridotte al minimo le allegazioni dottrinali abusate nella letteratura giuridica del tempo e si propone, più al giurista pratico che all’accademico, una dottrina essenziale priva di ridondanti raffinatezze antiquarie ed inutile erudizione fine a se stessa. In esso emerge nitidamente la complessità dell’esperienza giuridica del tardo diritto comune, caratterizzata da una pluralità di fonti normative e dalla sincronica coesistenza del diritto romano e dei diritti particolari prodotti della frammentaria legislazione sovrana. De Luca raccoglie l’eredità della tradizione italiana di diritto comune (mos italicum), arricchita dalle nuove metodologie dell’umanesimo giuridico prodotte dell’esperienza giuridica francese del cinquecento (mos gallicus) che privilegia la giurisprudenza dei grandi tribunali, l’attenzione per il diritto locale, il potenziamento della componente volontaristica dello strumento legislativo, il senso ed il ruolo della storia nell’interpretazione e nell’applicazione del diritto, l’allontanamento dai canoni argomentativi scolastici con la conseguente valorizzazione del probabile in luogo del vero assoluto. De Luca ricorda che la giurisprudenza deve anzitutto rispondere alle concrete necessità della società e non ritirarsi a speculazioni teoriche o alla venerazione di qualche testo giuridico sacralizzato ed intangibile. Il compito del giurista non è la mera conoscenza astratta dei principi e delle regole ma la loro concreta ed appropriata applicazione ai singoli casi particolari. Il Dottor volgare può considerarsi una versione in italiano del Theatrum, con un taglio libero dalle esigenze forensi, dove il pensiero del De Luca sulle varie tematiche affiora più nitidamente. Con tale opera la lingua italiana fece il suo ingresso nelle trattazioni giuridiche di alto livello. La scelta fu epocale, consapevole, coraggiosa e suscitò aspre critiche. Dopo il Dottor Volgare de Luca scrisse, tra il 1674 ed il 1680, quasi esclusivamente in lingua italiana, indirizzandosi ad un pubblico eterogeneo ma qualificato: principi e governanti, nobili, ecclesiastici e religiosi, avvocati, giudici e studenti. Da queste opere emerge l’adesione dell’autore alle varie correnti del pensiero seicentesco europeo ed in particolare l’empirismo delle scienze sperimentali, il neo stoicismo ed un moderato scetticismo. Negli scritti che toccano più direttamente la sfera politica si coglie la consapevolezza che il diritto deve mantenere quella centralità già attribuita dalla tradizione giuridica medioevale. L’arte del governo deve fondarsi sulla legge, sull’equità e sulla giustizia, non può basarsi su mere considerazioni utilitaristiche, né su dogmi teologici o sulla mutevole precettistica etica. Non si può prescindere dal bene comune, dal servizio imparziale alla res pubblica, dal rigoroso senso civico che trova riscontro nel pensiero di Lucio Anneo Seneca e Marco Aurelio esponenti dello stoicismo antico, riproposti in una chiave di lettura cristiana. Da uomo di governo, chiamato da Innocenzo XI a risolvere i gravi problemi che affliggevano lo Stato Pontificio (crisi del papato sullo scenario internazionale, dissesto finanziario, disfunzioni nel governo dei territori, degenerazione dei costumi), De Luca rimase fedele ai valori espressi nelle sue opere. Ispirò numerose riforme per la soppressione di tribunali particolari, per la razionalizzazione delle giurisdizioni, l’abolizione del nepotismo e della venalità degli uffici, la restrizione dell’immunità e dei privilegi connessi. Trovò sul suo cammino un’agguerrita resistenza di un compatto numero di cardinali membri delle congregazioni dell’Immunità e dell’Inquisizione che accusarono De Luca e le sue opere di essere prossime all’eresia e contrarie alla libertà della Chiesa. Lui rispose con la dottrina della separazione del potere spirituale da quello temporale, con il requisito del merito per l’accesso alle cariche pubbliche, con il rigore e l’imparzialità nell’amministrazione della giustizia, con il dovere del sovrano di amministrare le risorse statali nella coscienza di gestire l’altrui patrimonio. Il contrasto impedì l’immediata realizzazione delle riforme più incisive, in realtà solo rimandate di qualche anno dopo la morte, durante il pontificato di Papa Innocenzo XII (Pignatelli, Spinazzola 1615 – Roma 1700), a conferma della fondatezza del suo pensiero e della sua opera. Il De Luca riformatore fu coerente sia con il giureconsulto che con il divulgatore, non cambiò opinione in ossequio alla ragion di stato, restò sempre a servizio della verità e della giustizia. Egli lasciò una grande eredità alla cultura giuridica successiva e la sua dottrina rimase un punto di riferimento autorevolissimo fino alle codificazioni ottocentesche. Le sue riflessioni furono riprese più volte durante tutto il settecento (Ludovico Antonio Muratori nel Trattato dei difetti della giurisprudenza) ed il lessico giuridico odierno deve molto all’opera volgarizzatrice di De Luca. Alle sue puntuali testimonianze devono tantissimo gli studiosi che hanno svolto indagini sulla cultura, sulla chiesa, sulle istituzioni e sulle condizioni sociali ed economiche presenti in Italia durante il seicento.