Diverso DA CHI ?

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Diverso  DA CHI ? Essere Asperger non vuol dire essere diversi, ma soltanto essere unici.

25/10/2026

Mi auguro che il sig.Vannacci legga.

**Gentile Generale Vannacci,**

ho seguito con attenzione il dibattito sulle Sue posizioni riguardanti la scuola e, in particolare, l'idea di creare classi separate per gli studenti con particolari difficoltà linguistiche o di apprendimento.

Comprendo la preoccupazione che sta alla base della Sua proposta: garantire un livello adeguato di insegnamento per tutti e consentire agli studenti che incontrano maggiori ostacoli di ricevere un supporto più efficace. È un problema reale che molti insegnanti e famiglie vivono quotidianamente.

Tuttavia, ritengo che la separazione stabile degli alunni rischi di produrre effetti contrari a quelli desiderati. La scuola non è soltanto il luogo in cui si acquisiscono conoscenze, ma anche quello in cui si impara a convivere con persone diverse per storia, cultura, capacità e condizioni sociali. Creare percorsi separati potrebbe favorire l'emarginazione anziché l'integrazione.

Per questo vorrei proporre una soluzione diversa.

Invece di dividere gli studenti in classi separate, si potrebbero creare **laboratori di potenziamento temporanei**, attivati durante alcune ore della settimana. Gli studenti che necessitano di recuperare competenze linguistiche, matematiche o altre abilità di base parteciperebbero a questi gruppi ristretti con insegnanti specializzati, per poi tornare nella propria classe.

Questo sistema offrirebbe diversi vantaggi:

- sostegno personalizzato per chi è in difficoltà;
- mantenimento dell'integrazione nella classe di appartenenza;
- riduzione delle disuguaglianze senza creare etichette permanenti;
- miglior utilizzo delle risorse educative.

Una scuola efficace deve certamente garantire il merito e l'apprendimento, ma dovrebbe farlo senza rinunciare alla funzione sociale e inclusiva che rappresenta uno dei pilastri della nostra democrazia.

Mi auguro che il confronto pubblico su questi temi possa svilupparsi nel rispetto reciproco e nella ricerca di soluzioni concrete, capaci di coniugare qualità dell'insegnamento e coesione sociale.

Con cordialità,

**Antonio Carere**

25/10/2026

# Inclusione: il valore della diversità nella società contemporanea

L’inclusione rappresenta uno dei principi fondamentali di una società moderna, equa e solidale. Significa garantire a ogni persona la possibilità di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale, educativa e lavorativa, indipendentemente dalle proprie caratteristiche personali, dalle condizioni fisiche, dall’età, dall’origine, dalle convinzioni o dalle esperienze di vita. Essere inclusivi non vuol dire semplicemente accettare le differenze, ma riconoscerle come una risorsa capace di arricchire l’intera collettività.

In un mondo sempre più interconnesso, la diversità è una realtà quotidiana. Nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle comunità convivono persone con background differenti, ognuna portatrice di competenze, idee e punti di vista unici. L’inclusione favorisce il dialogo e la comprensione reciproca, contribuendo a creare ambienti più accoglienti e rispettosi. Quando ogni individuo si sente valorizzato e ascoltato, aumenta il senso di appartenenza e si rafforzano i legami sociali.

Un ruolo centrale è svolto dall’educazione. Fin dall’infanzia è importante promuovere il rispetto delle differenze e combattere pregiudizi e stereotipi. La scuola non è soltanto un luogo di apprendimento delle conoscenze, ma anche uno spazio in cui si costruiscono relazioni e si sviluppano competenze sociali fondamentali. Educare all’inclusione significa insegnare l’empatia, la collaborazione e la capacità di riconoscere il valore di ogni persona.

Anche il mondo del lavoro ha una grande responsabilità. Le organizzazioni che adottano politiche inclusive favoriscono il benessere dei dipendenti e valorizzano i talenti senza discriminazioni. Un ambiente professionale aperto e rispettoso permette alle persone di esprimere al meglio le proprie capacità, contribuendo alla crescita e all’innovazione. La pluralità di esperienze e prospettive può infatti diventare un motore di creatività e sviluppo.

Tuttavia, l’inclusione non è un traguardo già raggiunto. Esistono ancora situazioni di esclusione, discriminazione e marginalizzazione che limitano le opportunità di molte persone. Per questo motivo è necessario un impegno costante da parte delle istituzioni, delle organizzazioni e dei singoli cittadini. Piccoli gesti quotidiani, come ascoltare senza giudicare, utilizzare un linguaggio rispettoso e favorire la partecipazione di tutti, possono contribuire a costruire una cultura più inclusiva.

In conclusione, l’inclusione è un valore che riguarda l’intera società e non soltanto le persone che rischiano di essere escluse. Creare contesti in cui ciascuno possa sentirsi accolto, rispettato e valorizzato significa costruire una comunità più forte, più giusta e più umana. Investire nell’inclusione significa investire nel futuro, perché una società che riconosce il valore delle differenze è una società capace di crescere e prosperare nel rispetto di tutti.
A.C

05/09/2026

Orizzonte Scuola Notizie

Disabilità e scuola, la Cassazione dice no all’orario ridotto per gli alunni con handicap: “Il tempo-scuola è un diritto fondamentale e non può essere ridotto per mancanza di insegnanti di sostegno”

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L’ultima parola sulla frequenza scolastica degli alunni con disabilità arriva dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione. Con la sentenza n. 23363 del 16 luglio scorso, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito un principio destinato a fare giurisprudenza: il bambino con disabilità ha diritto di frequentare la scuola per l’intero orario previsto per tutti gli alunni.

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Una riduzione dell’orario può essere ammessa solo in casi eccezionali, quando esistano valide ragioni legate alla salute e alle specifiche esigenze del minore, e non può mai essere imposta per mancanza di personale o per difficoltà organizzative.

La decisione, accogliendo il ricorso dei genitori di un bambino con grave disabilità iscritto a una scuola dell’infanzia paritaria, ribalta completamente la sentenza della Corte d’Appello che aveva invece ritenuto legittima la riduzione dell’orario. I giudici di legittimità hanno infatti riconosciuto che l’assegnazione di un insegnante di sostegno per un numero di ore inferiore all’orario scolastico non può tradursi automaticamente in una limitazione della frequenza.

Il caso
La vicenda ha origine da una scuola dell’infanzia paritaria del Veneto, dove un bambino con grave disabilità certificata, accompagnata da comportamenti definiti “potenzialmente pericolosi per sé e per gli altri”, era stato costretto a uscire anticipatamente alle 14.30 mentre i compagni proseguivano le attività fino alle 16.00. I genitori si sono rivolti al Tribunale di Treviso, denunciando una condotta discriminatoria ai sensi della legge n. 67 del 2006. Il Tribunale aveva dato loro ragione, condannando la scuola al risarcimento del danno non patrimoniale per 10.000 euro.

La Corte d’Appello, tuttavia, aveva ribaltato la decisione. Secondo i giudici del gravame, il diritto alla piena integrazione scolastica del minore disabile non si realizzerebbe attraverso l’astratta attribuzione di un determinato monte ore, ma attraverso il Piano Educativo Individualizzato che, per quell’anno scolastico, prevedeva 20 ore settimanali di sostegno e 9 di assistenza. La frequenza a tempo pieno, sostenevano, non era possibile perché le ore di sostegno assegnate non coprivano l’intero orario.

I genitori del bambino non si sono arresi e hanno presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la scuola avrebbe dovuto garantire la frequenza per tutto l’orario, indipendentemente dal numero di ore di sostegno programmate.

Le motivazioni del giudice
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, formulando un principio di portata generale. “Il bambino disabile, anche in situazione di grave handicap, ha il diritto di frequentare la scuola per l’intero orario scolastico settimanale, uguale per tutti gli alunni”, si legge nella sentenza. Una riduzione di tale orario può essere ammessa “soltanto in casi eccezionali, allorché ricorrano valide e certificate ragioni nell’interesse dello stesso alunno disabile”, con specifico riguardo alle esigenze di cura e salute.

I giudici hanno chiarito che “al bambino disabile non può essere imposta una frequenza dimidiata o una riduzione di orario per la mera circostanza che l’insegnante di sostegno non copra l’intero orario di frequenza scolastica previsto per gli altri alunni”. La contrazione dell’orario “non può farsi dipendere da carenza di personale o da difficoltà organizzative della scuola” né può rappresentare “la soluzione a comportamenti problematici dell’alunno stesso”.

Il ragionamento del giudice si fonda su un’interpretazione sistematica delle norme: l’art. 12 della legge n. 104 del 1992, la legge n. 67 del 2006 sulla discriminazione, la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata con legge n. 18 del 2009) e i principi costituzionali degli artt. 2, 3, 32, 34 e 38 della Costituzione. La Corte ha richiamato in particolare la sentenza della Corte Costituzionale n. 215 del 1987, che già trentanove anni fa aveva riconosciuto che “la frequenza scolastica è un essenziale fattore di recupero del portatore di handicap e di superamento della sua emarginazione”.

Un passaggio cruciale della decisione riguarda il ruolo dell’insegnante di sostegno: “L’assegnazione dell’insegnante di sostegno rappresenta una misura compensativa che ha l’obiettivo di favorire la piena integrazione” e non può trasformarsi “in uno strumento che finisce per limitare la frequenza scolastica consentita”. L’insegnante di sostegno, secondo l’ordinamento, non è un “sorvegliante speciale” ma partecipa alla programmazione educativa e didattica in contitolarità con gli altri docenti.

Quanto al PEI, la Corte ha precisato che “l’atto amministrativo non può comprimere il diritto fondamentale all’integrazione e all’inclusione scolastica”. La mancata impugnazione del piano dinanzi al TAR non impedisce al giudice ordinario di accertare incidentalmente l’illegittimità dell’atto e di disapplicarlo.

La sentenza si applica anche alle scuole paritarie, che “svolgendo un servizio pubblico, sono tenute ad accogliere chiunque […] compresi gli alunni e gli studenti con disabilità”, come già stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2017.

La Corte ha quindi cassato la sentenza della Corte d’Appello e rinviato la causa a diversa composizione. Il giudice del rinvio dovrà ora decidere anche sulle spese processuali.

Orizzonte Scuola Notizie
OS

09/07/2026

Negli ultimi anni, diversi studi hanno osservato che l’ipermobilità articolare è più frequente nelle persone autistiche e nelle persone con ADHD rispetto alla popolazione generale.

Questo non significa che tutte le persone autistiche o ADHD siano ipermobili, né che una condizione causi l’altra.

Significa solo che l’associazione è più frequente di quanto ci si aspetterebbe per caso.

La ricerca sta cercando di capire il perché.

Tra le ipotesi studiate ci sono differenze nella propriocezione, cioè nella percezione della posizione del corpo nello spazio, e nelle strategie che il corpo utilizza per aumentare la stabilità.

Ad esempio, alcune persone riferiscono di:
* tenere le mani in posizione “T-Rex”, con gomiti e polsi flessi, perché questa posizione può risultare più stabile o confortevole;
* appoggiarsi spesso a pareti o mobili quando sono in piedi;
* sedersi in posizioni molto raccolte o con le gambe sotto il corpo;
* mantenere una tensione costante di mandibola, spalle o altri muscoli per sentirsi più stabili.

Questi comportamenti non sono criteri diagnostici e possono essere presenti anche in persone senza autismo, ADHD o ipermobilità.

Il punto non è usare questi segnali per fare autodiagnosi.

È ricordare che un comportamento apparentemente “strano” potrebbe avere una funzione adattiva.

Prima di giudicarlo, vale la pena chiedersi:
A cosa serve, per quella persona?

09/07/2026
19/05/2026

“Le piccole luci che mi tengono insieme”

Ci sono giorni in cui il mio corpo sembra un luogo antico,
una casa con stanze che si aprono e si chiudono da sole,
come se avessero una loro volontà segreta.
E io cammino dentro di me,
ascoltando scricchiolii, correnti d’aria,
piccoli segnali che non so sempre interpretare.

La neurodivergenza non è un enigma da risolvere,
è più simile a un paesaggio:
un territorio che cambia luce a seconda dell’ora,
che a volte si apre in una chiarezza improvvisa
e altre volte si stringe in un labirinto di rumori,
di pensieri che corrono troppo veloci,
di stanchezze che non so nominare.

Eppure, in questo paesaggio,
ci sono presenze minuscole che mi accompagnano.
Non sono eroi, non sono cure,
non promettono salvezza.
Sono vitamine, dicono i medici.
Ma per me sono altro:
sono piccole luci,
piccoli gesti di cura che il corpo fa a se stesso
quando io non lo guardo.

Le vitamine del gruppo B — le artigiane del pensiero
Le immagino come donne anziane,
mani sottili e precise,
che si siedono al tavolo dei miei neuroni
e iniziano a intrecciare fili.
Fili di attenzione,
fili di memoria,
fili di calma.

Quando la mia mente si sfalda,
quando lo stress mi strappa i bordi,
loro ricuciono.
Non chiedono niente,
non fanno rumore.
Sono la parte di me che continua a lavorare
anche quando io non riesco più a farlo.

La vitamina D — la finestra che si apre
Lei arriva come luce.
Non come una promessa,
ma come un fatto:
un raggio che attraversa la stanza
e mi ricorda che il mondo esiste anche fuori dalla mia testa.

La vitamina D parla con l’umore,
con l’infiammazione,
con quella stanchezza profonda
che non è sonno e non è tristezza,
ma un peso che si appoggia sulle ossa.

È la voce che dice:
“Puoi respirare.
Puoi distenderti.
Puoi tornare a sentire.”

Le vitamine A ed E — le sentinelle silenziose
Queste non si mostrano.
Sono come guardiani notturni:
camminano lungo le pareti delle cellule,
controllano che tutto sia integro,
che nulla si consumi troppo in fretta.

Sono antiossidanti, dicono.
Io le immagino come ombrelli aperti
sotto una pioggia invisibile.
Proteggono,
semplicemente.
E in un mondo che spesso mi attraversa con troppa forza,
questa protezione è una forma di tenerezza.

Perché mi parlano, queste vitamine?
Perché vivere con una mente come la mia
significa oscillare continuamente
tra iper-luce e buio,
tra intuizione e sovraccarico,
tra una sensibilità che vede tutto
e una fatica che non riesce a spiegarsi.

Le vitamine non cambiano chi sono.
Non normalizzano,
non correggono,
non spengono la mia forma.

Ma sostengono il ritmo.
Rendono più morbidi i bordi.
Danno respiro ai sistemi che si affaticano.
Sono come compagni di viaggio discreti:
non guidano,
non decidono,
ma tengono la torcia accesa
quando il sentiero si fa stretto.

E allora sì,
forse non sono solo sostanze.
Forse sono un modo che il corpo ha
per ricordarmi che non sono fatto per crollare,
ma per continuare a muovermi,
a modo mio,
con la mia luce obliqua,
con la mia forma diversa
che non chiede di essere capita,
ma solo di essere lasciata respirare.
@ Antonio Carere

19/05/2026

Misofonia

La misofonia è una condizione in cui alcuni suoni specifici provocano una reazione emotiva e fisica molto intensa.
Non si tratta di “fastidio normale” o di semplice irritazione: per chi vive la misofonia, certi rumori possono generare rabbia, ansia, disgusto, tensione, panico o bisogno immediato di allontanarsi.
Il termine deriva dal greco: miso = odio e phonos = suono.
Ma attenzione: non significa “odiare tutti i suoni”.
La misofonia riguarda soprattutto suoni particolari, spesso legati a situazioni quotidiane e ripetitive.
Le persone con misofonia possono reagire in modo molto forte a suoni come masticare, bere rumorosamente, respirare forte, schioccare la lingua, tamburellare con le dita, cliccare una penna, digitare sulla tastiera, tossire, russare, sussurrare, rumori della saliva, deglutire.
A volte anche movimenti ripetitivi, gesti associati al suono, vibrazioni, suoni “deboli” che altri quasi non notano che possono diventare estremamente disturbanti.
Molte persone con misofonia si sentono dire: “Esageri”, “Ignoralo”, “È solo un rumore”, “Tutti danno fastidio ogni tanto”.
Ma nella misofonia il cervello non vive quel suono come neutro. Lo percepisce quasi come una minaccia o un’invasione.
La reazione può essere immediata, involontaria e/o difficile da controllare.
Anche sapendo razionalmente che il rumore è innocuo.

La persona può provare rabbia improvvisa, irritazione intensa, disgusto, ansia, frustrazione, agitazione, senso di intrappolamento, bisogno di fuga.
In alcuni casi crisi di pianto, attacchi di panico, esplosioni emotive, shutdown o meltdown.
Il corpo può reagire con tachicardia, tensione muscolare, aumento dell’adrenalina, sudorazione, rigidità, sensazione di allarme. Come se il cervello entrasse in modalità: “devo scappare da questo suono”.

I suoni che scatenano la misofonia vengono chiamati trigger.
La cosa particolare è che non tutti i suoni disturbano, spesso i trigger sono molto specifici, lo stesso suono può essere tollerabile in un contesto e insopportabile in un altro.
Per esempio il rumore della masticazione può essere insopportabile se fatto da una persona vicina ma meno disturbante in televisione o in mezzo al rumore generale.

La misofonia è ancora studiata e non esiste una spiegazione unica definitiva.
Tuttavia, le ricerche suggeriscono un coinvolgimento di elaborazione sensoriale, sistema limbico (emozioni), risposta di allarme, connessioni tra suono ed emozione.
Alcuni studi mostrano che il cervello delle persone con misofonia può reagire in modo più intenso ai trigger sonori.
Non è una “scelta”. Non è mancanza di educazione.
Non è cattiveria. È una risposta neurologica ed emotiva reale.

La misofonia può comparire anche in persone Neurotipiche, ma è più frequente in alcune condizioni Neurodivergenti, come: Autismo, ADHD, AuDHD, Disturbo d’Ansia, DOC, PTSD, Alta Sensibilità Sensoriale.
Questo perché molte Neurodivergenze coinvolgono differente elaborazione sensoriale, difficoltà nel filtrare gli stimoli, iperattivazione del sistema nervoso.

Nelle persone Autistiche la misofonia può intrecciarsi con ipersensibilità uditiva, sovraccarico sensoriale, difficoltà di regolazione, burnout Autistico.
Un suono trigger può quindi diventare non solo fastidioso ma fisicamente e neurologicamente invadente.

Nell’ADHD la misofonia può essere legata a difficoltà nel filtrare gli stimoli, attenzione “catturata” dai rumori, disregolazione emotiva, sovraccarico mentale.
Molte persone ADHD descrivono: “Una volta sentito quel rumore, non riesco più a pensare ad altro.”

Molte persone con misofonia provano vergogna, senso di colpa, paura di sembrare aggressive o “esagerate”.
Soprattutto quando i trigger riguardano familiari, partner, figli, colleghi.
Questo può portare a isolamento, evitamento, conflitti, stress continuo.

La misofonia può influenzare scuola, lavoro, relazioni, convivenza, sonno, pasti, mezzi pubblici, ambienti affollati.
Alcune persone evitano di mangiare con altri, usano cuffie continuamente, cercano ambienti silenziosi, si isolano per proteggersi.

È importante capire che la reazione è verso il trigger, non verso la persona.
Anche se emotivamente può sembrare il contrario.
Molte persone soffrono proprio perché vogliono bene alla persona ma il suono scatena comunque una reazione fortissima.

Non esiste una cura universale, ma alcune strategie possono ridurre il disagio:
* cuffie antirumore
* rumore bianco
* musica
* pause sensoriali
* ambienti meno sovraccarichi
* capire cosa scatena, quando succede, quanto si è già sovraccarichi può aiutare a prevenire l’esplosione emotiva.

Spiegare la misofonia a familiari e partner può aiutare molto.
Non in modo accusatorio: “Mi fai impazzire quando mastichi” ma esplicativo: “Quel suono mi manda davvero in sovraccarico, non ce l’ho con te.”

Alcune persone trovano beneficio con:
* terapia psicologica
* percorsi sulla regolazione sensoriale
* supporto neurodivergence-affirming
* tecniche di gestione dell’ansia e del sovraccarico

La misofonia viene spesso minimizzata perché il trigger sembra piccolo o banale.
Ma il problema non è il volume del suono.
È la risposta del sistema nervoso.
Una persona con misofonia non sta scegliendo di reagire così.
Sta vivendo un’esperienza sensoriale ed emotiva intensa e reale.
La misofonia è una forte reazione a specifici suoni trigger, una risposta neurologica ed emotiva reale, spesso collegata alla sensibilità sensoriale, frequente nelle Neurodivergenze, invalidante nella vita quotidiana.
Non è maleducazione, “dramma”, cattiveria, semplice irritazione.
Comprenderla meglio significa smettere di giudicare chi la vive e iniziare a vedere quanto il sistema nervoso possa percepire il mondo in modi molto diversi.
@2026
Tria Francesca

26/04/2026

Il corpo neurodivergente conosce il mondo attraverso fenditure minuscole. Una vibrazione nell’aria, un’ombra che cambia direzione, un odore che si apre come una porta socchiusa. Sono dettagli che per altri svaniscono, ma qui diventano architettura.

Ogni stimolo è una lettera. Ogni contatto, una frase. Ogni rumore, un capitolo che si scrive da solo.

E allora il corpo legge. Legge il mondo con la pelle, con il diaframma, con la nuca che si irrigidisce come un animale in allerta. Legge ciò che non è stato detto, ciò che è stato nascosto, ciò che è stato dimenticato.

Tratto da Essere umani diversi

Essere Umani, diversi
21/04/2026

Essere Umani, diversi

Pensieri portati su carta
16/04/2026

Pensieri portati su carta

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