20/10/2026
Prima l'Albania. Poi Francia, Spagna e, infine, l'Italia. Ogni paese con le sue peculiarità e le rispettive problematiche si ritrova oggi in una condizione che unisce le lotte per ottenere migliori condizioni di vita. E, nel frattempo, tutti guardavano all'estero come esempio da seguire. Quel momento é arrivato. Anche in Italia arrivano proteste e movimenti spontanei contro il caro vita e la speculazione su beni primari.
Ma in Italia c'é un corto circuito. Ci hanno venduto il decreto Sicurezza come una norma contro i cattivissimi attivisti per il clima che bloccavano le strade. E tutti sembravano contenti. Poi quella stessa norma é stata utilizzata contro agricoltori e camionisti ed ecco che molti hanno iniziato a capire la vera essenza del decreto.
Prima erano gli attivisti climatici a chiedere di invertire la rotta sui combustibili fossili. Oggi sono agricoltori, autotrasportatori e studenti a scendere in piazza contro il caro vita, il costo esorbitante del carburante, l'aumento delle materie prime, le risorse dirottate dall'istruzione e dal meridione.
Stiamo parlando di una protesta partita dal Sud Italia, che ha bloccato le strade e lasciato negozi senza merci a causa delle difficoltà nelle consegne.
Eppure, per giorni, abbiamo assistito a un vero e proprio oscuramento mediatico di quanto stava accadendo. Non è soltanto una questione di proprietà dei media o di interessi politici. È anche il modo in cui si sceglie di raccontare la realtà: si costruisce una narrazione, si decide cosa mettere in primo piano e cosa lasciare ai margini. E le proteste spontanee fanno paura a chi governa, da qualsiasi parte, perché dimostrano che la misura è colma. Perché se si arriva ad oscurare una protesta che stanno portando avanti da più di una setrimana, nel silenzio generale, un motivo c'é.
Oggi al governo c'è Meloni, ma potrebbe esserci chiunque. Quando le cose non vanno, chi governa deve assumersi le proprie responsabilità. Ed il punto non è difendere una parte politica, ma pretendere risposte concrete davanti a una crisi che colpisce sempre più gli italiani.
E invece di analizzare le cause di queste proteste, di questa rabbia, si preferisce puntare il dito per non guardare la luna. E così arrivano titoli, approfondimenti sugli scontri e dichiarazioni di condanna da destra e da sinistra su una vetrina rotta, che non parlano assolutamente di ciò che é sta accadendo.
Ma dov'è il dibattito sulle ragioni che spingono le persone a protestare? Dov'è l'analisi delle condizioni economiche e sociali di chi non riesce più ad andare avanti?
Oggi é più facile mostrare la vetrina distrutta di una grande multinazionale della moda, che indigna il lettore medio, che raccontare una categoria di lavoratori, spesso distante dalla politica in generale, che grida aiuto e denuncia una crisi sempre più difficile da sostenere.
E la realtà è sotto gli occhi di tutti: i prezzi delle materie prime e dei beni alimentari sono aumentati, il potere d'acquisto degli italiani si è progressivamente ridotto e fare carburante a prezzi elevatissimi è diventato, per troppi, una spesa insostenibile. Mentre c'è chi vive in una gabbia dorata e patinata, conoscendo la crisi soltanto attraverso i giornali o i social, ci sono famiglie che devono fare i conti con difficoltà quotidiane sempre più pesanti. Soprattutto quelle monoreddito, che con lo stesso stipendio riempiono sempre meno il carrello, devono scegliere quali spese pagare e quali rimandare.
Di fronte a un movimento di protesta che attraversa l'Europa, alimentato anche da una generazione che vede restringersi le proprie prospettive e allontanarsi ogni certezza, non possiamo continuare a far finta di niente. Non possiamo limitarci a vedere cosa accade nelle piazze e nelle strade bloccate, senza interrogarci sulle ragioni che portano fin lì.
E allora, per favore, basta con i doppi standard. Quando a protestare sono i francesi, gli albanesi e gli spagnoli, c'è chi esalta la protesta e dice "dovremmo fare così anche in Italia". Poi, quando accade veramenre, gli stessi invocano la repressione. Ma i diritti e le ragioni di una protesta non possono dipendere dalla nazionalità di chi scende in strada, dalla categoria sociale a cui appartiene o dalle modalità con cui avviene una protesta.
La rabbia esplode quando le richieste di aiuto e le urla di dolore restano inascoltate e le istituzioni sembrano più attente a tutelare gli interessi dei grandi investitori e delle multinazionali che le condizioni di chi prova semplicemente ad arrivare a fine mese o semplicemente vuole vivere una vita dignitosa.
Le forme della protesta possono essere diverse, ma non possiamo permettere che la condanna di un episodio diventi il pretesto per ignorare le ragioni di un'intera mobilitazione. Perché legalità e giustizia non sempre coincidono. E lo abbiamo provato sulla nostra pelle con le lotte a difesa della nostra terra dall'inquinamento e dalle discariche.
Ed é per questo che, oggi più che mai, è il momento di sostenere agricoltori, autotrasportatori e una generazione che non ce la fa più. Nei presidi, sui social, sui giornali e nelle strade. Perché davanti a chi chiede di essere ascoltato, restare indifferenti significa voltarsi dall'altra parte.
Noi siamo e saremo sempre dalla parte di chi lotta per la sicurezza di futuro migliore, per sé e per le future generazioni. Ed é il momento di fare la nostra parte.