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Attivamente Informazione e attivismo su antimafia e non solo

📣 PRESIDIO: IN DIFESA DI REPORTNelle ultime settimane il programma televisivo "Report" è stato investito da polemiche pr...
03/09/2026

📣 PRESIDIO: IN DIFESA DI REPORT

Nelle ultime settimane il programma televisivo "Report" è stato investito da polemiche pretestuose, costruite ad arte con l’obiettivo di minarne la credibilità e l’autorevolezza.

Negli anni, la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci ha rappresentato una delle avanguardie del giornalismo d’inchiesta italiano, svolgendo quella fondamentale funzione di cane da guardia del potere che dovrebbe caratterizzare ogni democrazia compiuta.

È da qui che bisogna partire per comprendere l’insofferenza di quanti, in questi giorni, stanno prendendo parte a una vera e propria lapidazione mediatica di Sigfrido Ranucci, vittima – e non responsabile – di un attentato che solo per una fortunata coincidenza non ha provocato la morte del giornalista e dei suoi familiari.

L’obiettivo della campagna portata avanti da esponenti politici e organi di informazione vicini all’area di governo appare chiaro: screditare il lavoro svolto negli anni da "Report" e depotenziare la portata delle sue inchieste, impedendo che l’opinione pubblica – soprattutto in vista dell’anno delle elezioni politiche – possa essere informata su malefatte, truffe, conflitti d’interesse e commistioni tra politica, malaffare e potere.

Una questione che oggi assume un peso ancora maggiore alla luce dell’European Media Freedom Act, il regolamento europeo entrato in vigore l’8 agosto 2025 per rafforzare indipendenza e pluralismo dei media.

Difendere "Report" significa difendere il giornalismo d’inchiesta, la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati senza condizionamenti e intimidazioni.

Per queste ragioni, martedì 8 settembre alle ore 11:30 è convocato un presidio davanti alla sede Rai di viale Strasburgo, a Palermo, per manifestare solidarietà a Sigfrido Ranucci e all’intera redazione di "Report" e per ribadire che l’informazione libera e indipendente rappresenta un presidio irrinunciabile della democrazia. All’iniziativa sarà presente anche il giornalista Paolo Mondani.

L’appello è rivolto a giornalisti, associazioni, realtà della società civile e a tutti i cittadini che intendono difendere concretamente la libertà d’informazione.

5 agosto del 1989.La famiglia Agostino si prepara a festeggiare i diciotto anni di Flora. Nino, poliziotto in servizio p...
05/08/2026

5 agosto del 1989.
La famiglia Agostino si prepara a festeggiare i diciotto anni di Flora. Nino, poliziotto in servizio presso il Commissariato San Lorenzo, insieme alla moglie Ida raggiunge i familiari presso la casa al mare. Prima un salto da una zia e poi il rientro a casa.

I colpi di pi***la, le urla. "Io lo so chi siete".
Nel giro di qualche minuto, Nino Agostino è accasciato esanime al pavimento. Mentre la madre Augusta Schiera prova una disperata corsa in macchina verso l'ospedale più vicino con Ida. La giovane non ce la farà.

Nelle ore immediatamente successive la (solita) macchina del depistaggio viene avviata. Flora, ancora minorenne, viene portata, sporca del sangue del fratello, presso l’abitazione dei coniugi assassinati per una prima perquisizione. Il capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera (il poliziotto che orchestrerà il depistaggio Scarantino) richiama a Palermo Guido Paolilli, amico di famiglia degli Agostino e uomo vicino all’ex numero 3 del SISDE Bruno Contrada.
Le indagini della polizia, piuttosto che soffermarsi sull’attività lavorativa svolta da Nino Agostino, prendono una piega inspiegabile: quella dell’omicidio sentimentale. Anni prima, infatti, il giovane aveva avuto una relazione con Lia Aversa. Una storia conclusasi più di sei anni addietro e durata appena qualche mese.

TESTO COMPLETO NELLE SLIDES
di Andrea La Torre

05/08/2026

Si è tenuta questa mattina a Villagrazia di Carini la commemorazione di Nino Agostino e Ida Castelluccio.
Trentasette anni fa, il tragico omicidio. Da allora la famiglia dell'agente ucciso ha condotto una strenua battaglia per la verità e la giustizia.

Abbiamo intervistato .morago.01 , nipote di Nino e Ida

02/08/2026

A vedere la qualità che ricopre l'odierno dibattito politico, verrebbe da dire - amaramente - che nemmeno le 85 vittime della bomba alla Stazione di Bologna del 2 agosto di 46 anni fa sono serviti a fare capire la pericolosità pervicace nel tempo che ha assunto il fascismo.

Ma noi e tutta la sana società civile sentiamo il dovere di mantenere viva la considerazione che oggi il fascismo continua a resistere come parassita rampicante e multiforme: nei simboli della X Flottiglia MAS rievocati da Vannacci e dai suoi seguaci, nelle allusioni e nelle non-vergogne di Meloni, La Russa e dei loro fedelissimi, nei saluti romani in formazione di adunata in pubblico, nell'ostinata ed ossessiva gerarchizzazione, nell'esasperazione delle divisioni sociali, nell'odio specializzato per categoria.

Un tempo è esistito in forma di terrorismo eversivo, di ramificazioni nello Stato e scabrose coperture, di golpe a braccetto con la massoneria e di ombrosi rapporti con la mafia stragista.

Le condanne postume per aver orchestrato e finanziato la strage nei confronti del piduista Licio Gelli, dell'affarista Umberto Ortolani, del direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno Federico Umberto D'Amato e del giornalista Mario Tedeschi hanno consentito di incidere nero su bianco giuridicamente tutto questo, ma storicamente si cerca di tanto in tanto ancora di insabbiarlo; Fratelli d'Italia continua a ricacciare fuori la pista palestinese per depistare mediaticamente la verità scomoda del neofascismo.
E noi non ci stanchiamo di ribadirla.

“The show must go on”. La propaganda ideologica sulla giustizia a due pesi e due misure deve continuare.Verrebbe da comm...
01/08/2026

“The show must go on”. La propaganda ideologica sulla giustizia a due pesi e due misure deve continuare.
Verrebbe da commentare così la bocciatura di tutti gli emendamenti correlati al nuovo “DL Giustizia” e la sua approvazione al Senato con le fila serrate dalla fiducia posta dalla maggioranza per accontentare Forza Italia. I tempi sono ristretti e sembra che l'intenzione sia arrivare presto al dunque in Camera dei Deputati, prima della pausa estiva.

Perfino i meloniani - forse per evitare una nuova esacerbazione dei rapporti con le toghe - erano intenzionati a ve**re parzialmente incontro ai rilievi fatti dal Procuratore Nazionale Antimafia Melillo, ma Tajani è stato categorico.

Ancora una volta il nodo della questione tanto odiata dagli azzurri di FI è quello delle intercettazioni. Se vengono attivate per scoprire determinati reati e finiscono per individuare reati diversi da quelli di partenza non possono essere utilizzate, secondo la maggioranza.
Il governo continua a ignorare che reati particolarmente insidiosi come quelli legati alla pubblica amministrazione, all'economia, al mondo delle professioni e alla politica siano quelli non solo più complessi da individuare e provare (per questo è ridicola la tagliola temporale di un mese o addirittura meno, di cui si era già discusso) ma quelli che più volte portano a individuare reati di mafia, che certo non si nutre più solo di droga ed estorsioni, anzi, vivifica ovunque si possa attuare l'accordo sottobanco o il rapporto clientelare.

Non si capisce bene perché tutto questo debba violare le garanzie giuridiche di un individuo e soprattutto non si capisce perché quelle di persone dai larghi e lauti portafogli valgano più di quelle degli altri, che al caso opportuno possono essere sacrificate del tutto quando si entra in temi più facilmente manipolabili dal punto di visto mediatico.
Dopotutto nemmeno ci meravigliamo, le date del 23 maggio e del 19 luglio sono già passate e si possono ammainare le bandiere di lotta senza confini alle mafie. Evidentemente conviene continuarle a vedere solo in bretelle, coppola e lupara.

di Simone Basta

𝗙𝗿𝗮 𝗶𝗹 𝟮𝟳 𝗲 𝗶𝗹 𝟮𝟴 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 ‘𝟵𝟯: 𝗹’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗼 𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘱𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘰𝘮𝘣𝘦 𝘢 𝘙𝘰𝘮𝘢 𝘦 𝘔𝘪𝘭𝘢𝘯𝘰⟨⟨Posso ...
27/07/2026

𝗙𝗿𝗮 𝗶𝗹 𝟮𝟳 𝗲 𝗶𝗹 𝟮𝟴 𝗹𝘂𝗴𝗹𝗶𝗼 ‘𝟵𝟯: 𝗹’𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗼
𝘊𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘢𝘱𝘱𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘶𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘰𝘮𝘣𝘦 𝘢 𝘙𝘰𝘮𝘢 𝘦 𝘔𝘪𝘭𝘢𝘯𝘰

⟨⟨Posso affermare che la mia convinzione è che, in quei frangenti coincidenti con le bombe di Roma, Milano e Firenze si concretizzasse il pericolo di colpo di Stato⟩⟩, dirà così ai pm della Procura di Palermo il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi.

Il 27 luglio 1993, l’Italia è sotto attacco. A Milano, in via Palestro, dopo le 23:00 l’esplosione di un ordigno uccide cinque persone. È il caso di ricordarne i nomi: Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno, Alessandro Ferrari, Moussafir Driss.

Poche ore dopo avvengono due esplosioni anche a Roma davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano (Giovanni, come il presidente del Senato, Spadolini) e alla chiesa di San Giorgio al Velabro (stesso ragionamento: il presidente della camera era il futuro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano).
I danni sono ingenti. Le istituzioni subiscono il colpo. Il capo della Polizia e il comandante generale dell’Arma, alle riunioni del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, affermano che le intelligenze che hanno operato non possono essere solamente mafiose.

[TESTO COMPLETO NELLE SLIDE]

🔴 Comunicato di risposta agli organizzatori della fiaccolataFirmatari:-Attivamente, collettivo giovanile-OurVoice-Udu Pa...
23/07/2026

🔴 Comunicato di risposta agli organizzatori della fiaccolata

Firmatari:
-Attivamente, collettivo giovanile
-OurVoice
-Udu Palermo
-Vucia90100, Coordinamento studentesco

Restiamo sgomenti davanti al comunicato degli organizzatori della fiaccolata. È in atto da settimane un chiarissimo tentativo di delegittimazione di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, assassinato il 19 luglio 1992. Questa forma di sciacallaggio è opera degli stessi politici che hanno tentato, senza successo, di appropriarsi del palco di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino non ha superato nessun limite e nessun limite “morale” possono porre coloro i quali hanno accolto fra le loro fila, in questa giornata di ricordo, condannati per peculato e politici eletti grazie ai voti di partiti fondati da condannati per fatti di mafia.

Se qualche limite è stato superato, è quello della decenza. E ad averlo fatto sono gli esponenti di una maggioranza di governo che, da un lato, agita Paolo Borsellino come un santino (fino a sostenere che avrebbe potuto fare il ministro con loro) e, dall'altro, in Parlamento legifera strizzando l'occhio alle mafie (con l'abolizione dell'abuso d'ufficio e le limitazioni alle intercettazioni); una fazione che in Sicilia governa con il beneplacito di condannati per fatti di mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell'Utri.
Parliamo di un centrodestra tra le cui fila non si riescono neanche più a contare gli scandali e le indagini che hanno travolto esponenti di primo piano, come il presidente dell'ARS e vari assessori regionali. Una maggioranza regionale che sembra, insomma, soffrire di una vera e propria "tossicodipendenza da furto".

Sia chiaro: nessun coro è stato rivolto ai cittadini onesti e ai giovani, legati ad un sincero ricordo di Paolo Borsellino. E, soprattutto, ci teniamo a specificare che non è stata interrotta la celebrazione del minuto di silenzio e dell’Inno di Mameli.
Insieme a centinaia di cittadini abbiamo girato le spalle alzando l’agenda rossa e, solo alla fine, abbiamo gridato “Fuori la mafia dallo Stato”.
È lo stesso coro che venne urlato dai palermitani ai funerali degli agenti di scorta e che, a distanza di 34 anni, dovrebbe essere una pretesa che unisce tutte e tutti, a prescindere dal colore politico. Non si tratta di un’eccezione avvenuta lo scorso 19 luglio, abbiamo utilizzato questo coro anche in altri contesti, per esempio il 23 maggio, alla presenza di soggetti che hanno accettato i voti dei condannati per fatti di mafia e che, in queste giornate, presenziano per ripulire la loro immagine.
Vi sareste dovuti unire a noi, per fare riecheggiare quell’urlo nella testa dei presenti che stringono indicibili accordi e tradiscono la memoria di Borsellino.
Tuttavia, è bene ribadirlo: niente abbiamo a che spartire con chi sostiene che “la pista nera è un depistaggio rosso” o, ancora, chi sminuisce le responsabilità dell'eversione di destra, con nostalgici e con chi vorrebbe disfarsi di quella Costituzione su cui Paolo Borsellino stesso ha giurato.

Fa specie l’accusa di strumentalizzazione politica di Via D’Amelio, quando la fiaccolata aveva alla propria testa esponenti di primissimo piano di Fratelli d’Italia, su tutti Arianna Meloni, Giovanni Donzelli e Chiara Colosimo. Nei confronti di quest’ultima, fotografata insieme ad uno stragista e con il busto del Duce, erano esposte le immagini delle vittime del biennio stragista ‘92-’93, sulle quali la commissione da lei presieduta non ha intenzione di indagare. Vittime e sangue che meritano rispetto, nonché familiari cui rivolgiamo ancora una volta il nostro abbraccio e pieno sostegno.
A strumentalizzare sono coloro i quali non riescono a tagliare il cordone ombelicale che li lega all’eversione di destra. Ieri, negazionisti sulla responsabilità dei neofascisti nella strage di Bologna; oggi, seppur davanti a evidenze granitiche, non vogliono indagare sulla partecipazione nera nelle stragi di mafia.

Lo spirito con cui condividere Via D’Amelio è quello di una sincera aderenza agli
insegnamenti di Paolo Borsellino che, negli anni, molte compagini politiche, ed oggi questa maggioranza di Governo, hanno evidentemente tradito.
Borsellino parlava di una politica in grado di fare pulizia da soggetti raggiunti da fatti gravi. È chiaro a tutti quanto questo monito sia inascoltato, non solo perché la “pulizia” non avviene seppur sussistano gravi motivi (vedasi l’agibilità politica restituita a Totò Vasa Vasa Cuffaro), ma perché ci troviamo dinanzi a una classe dirigente che prova a nascondere le proprie responsabilità e sottrarsi al vaglio della giustizia. Proprio oggi la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha respinto la richiesta dei magistrati della Procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, detenuto con l’accusa di mafia.

Qualora si intendano individuare i responsabili di quel coro, si eviti di chiamare in causa Salvatore Borsellino. Ce ne assumiamo la piena ed esclusiva responsabilità e rivendichiamo con convinzione quella scelta, certi che Via D’Amelio debba essere un luogo che accomuna chi ha sete di una reale verità e giustizia, nel quale non può esserci spazio alcuno per i depistatori di Stato.

L’immagine con cui la serata si è conclusa, quella di un uomo degno del proprio cognome che da decenni rende onore al fratello rigettando, proprio in quella via, il puzzo del compromesso morale, respinge al mittente settimane di vergognosa delegittimazione.
Continueremo a camminare al suo fianco: Resistenza!

🔴 Comunicato di risposta agli organizzatori della fiaccolata È in atto da settimane un chiarissimo tentativo di delegitt...
22/07/2026

🔴 Comunicato di risposta agli organizzatori della fiaccolata

È in atto da settimane un chiarissimo tentativo di delegittimazione di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, assassinato il 19 luglio 1992. Questa forma di sciacallaggio è opera degli stessi politici che hanno tentato, senza successo, di appropriarsi del palco di Via D’Amelio.
Salvatore Borsellino non ha superato nessun limite e nessun limite “morale” possono porre coloro i quali hanno accolto fra le loro fila, in questa giornata di ricordo, condannati per peculato e politici eletti grazie ai voti di partiti fondati da condannati per fatti di mafia.
Se qualche limite è stato superato, è quello della decenza. E ad averlo fatto sono gli esponenti di una maggioranza di governo che, da un lato, agita Paolo Borsellino come un santino (fino a sostenere che avrebbe potuto fare il ministro con loro) e, dall'altro, in Parlamento legifera strizzando l'occhio alle mafie (con l'abolizione dell'abuso d'ufficio e le limitazioni alle intercettazioni); una fazione che in Sicilia governa con il beneplacito di condannati per fatti di mafia come Totò Cuffaro e Marcello Dell'Utri.
Parliamo di un centrodestra tra le cui fila non si riescono neanche più a contare gli scandali e le indagini che hanno travolto esponenti di primo piano, come il presidente dell'ARS e vari assessori regionali. Una maggioranza regionale che sembra, insomma, soffrire di una vera e propria "tossicodipendenza da furto".

[TESTO COMPLETO NELLE SLIDE]

Aveva un fiuto investigativo che era raro in una città dove la giustizia si stava appiattendo, tra mancati strumenti, ne...
21/07/2026

Aveva un fiuto investigativo che era raro in una città dove la giustizia si stava appiattendo, tra mancati strumenti, negazione dell'esistenza della mafia e pochi uomini davvero impegnati, mandati la maggior parte delle volte allo sbaraglio. Indagava sui conti bancari e seguiva il flusso di denaro sporco, al punto che riuscì a scoprire non solo le rotte dei traffici di droga e chi a Palermo le operava, ma pure chi quei soldi li faceva arrivare, come Michele Sindona, anche se non fece in tempo ad occuparsene: la sua preziosa fonte di informazioni sul caso, Giorgio Ambrosoli, venne uccisa dieci giorni prima di lui.

In questi rivolgimenti delle dinamiche mafiose di Cosa Nostra si deve ricercare il movente dell'omicidio di Boris Giuliano, commissario di Polizia e capo della Squadra Mobile di Palermo dal '76.
Le sue indagini furono preziose per il pool antimafia di Rocco Chinnici che sarebbe nato poco dopo. Specializzatosi all'Accademia dell'FBI, le sue indagini toccarono anche le oscure vicende dietro la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro e dell'incidente aereo in cui morì Enrico Mattei.

Nel '79, con il sequestro di una valigetta con 500.000 dollari all'aeroporto di Punta Raisi proveniente dagli USA, contribuì a scoprire un florido riciclaggio di denaro tramite banche della città e a dare il via a quella che poi divenne l'inchiesta “Pizza Connection” sul traffico internazionale di eroina.
L'ultimo suo colpo assestato ai clan della città - il sequestro di 4 chili di droga, armi e una patente contraffatta - rivelò l'entrata in scena dei Corleonesi nel panorama criminale cittadino: sulla patente c'era la foto di un ancora poco noto Leoluca Bagarella.
Sarà proprio il cognato di Riina a uccidere Giuliano, la mattina del 21 luglio di 47 anni fa, mentre beveva un caffè al bar “Lux”, con colpi di pi***la sparati alle spalle.

Nelle indagini del Maxiprocesso che fecero condannare i membri della Cupola per il suo assassinio si è riconosciuto che, se le sue scoperte fossero state maggiormente prese in considerazione “da altri organismi dello Stato”, si sarebbe quantomeno evitato il suo omicidio e rallentato lo sviluppo dell'organizzazione.

20/07/2026

FUORI LA MAFIA DALLO STATO

I cittadini presenti in via D'Amelio hanno duramente contestato la leadership di Fratelli d'Italia capitanata da Giovanni Donzelli e Chiara Colosimo, all'arrivo della fiaccolata.

Prima le spalle, tenendo in alto le agende rosse e le immagini delle vittime delle stragi del 1993 su cui la commissione parlamentare antimafia non sta indagando; poi, dopo il minuto di silenzio e l'inno Nazionale, pienamente rispettati, si è sollevato il coro "Fuori la mafia dallo Stato"

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