24/05/2026
Ben-Gvir è il 'mostro perfetto' fornito dalla hasbara alla comunicazione occidentale.
Talmente eccessivo, talmente osceno, da diventare il contenitore ideale dentro cui confinare l’orrore... salvando tutto il resto.
Un volto feroce che permette ai governi europei di continuare a dire: “il problema sono gli estremisti”,
non il sistema che li produce, li arma, li finanzia e li protegge.
Così il genocidio diventa una questione di 'cattive maniere'.
I bombardamenti sui civili, le fosse comuni, la fame usata come arma, le torture sui detenuti politici palestinesi, l’annessione strisciante della Cisgiordania, il blocco navale, le navi sequestrate in acque internazionali, l’export di armi mai sospeso: tutto retrocede sullo sfondo.
Il centro della scena diventa lui. Ben-Gvir che ride, umilia, provoca. Il “fanatico”. L’eccezione. L’eccesso.
Ed è precisamente questa la funzione politica della sua immagine.
Antonio Tajani oggi invoca sanzioni europee contro Itamar Ben-Gvir.
Ma appena poche settimane fa il governo italiano contribuiva a bloccare la sospensione dell’Accordo UE-Israele, mentre in sede europea si opponeva proprio alle sanzioni contro Ben-Gvir e Smotrich.
E mentre la Farnesina scopre improvvisamente una “linea rossa”, gli eurodeputati della maggioranza italiana continuano a votare contro l’embargo sulle armi.
Il messaggio implicito è devastante:
non è il massacro a essere intollerabile.
È diventata intollerabile la sua cattiva estetica.
Ben-Gvir non rompe il sistema.
Lo rende presentabile.
Perché l’Occidente liberale ha bisogno di costruire il Male come figura caricaturale e isolata, così da poter continuare a sostenere tutto ciò che sta attorno senza sentirsi complice.
È un meccanismo antico: personalizzare l’orrore per depoliticizzarlo. Trasformare una struttura di dominio in una questione di “mele marce”.
Ma Ben-Gvir non è un incidente della storia israeliana.
È un prodotto coerente di un ecosistema politico, coloniale e militare che per anni è stato normalizzato, finanziato e diplomaticamente protetto anche dall’Europa.
Le sue otto condanne, la condanna definitiva per istigazione al razzismo e sostegno a organizzazione terroristica, il culto per Baruch Goldstein esibito nel salotto di casa, non erano segreti scoperti solo ieri. Erano noti da anni.
Eppure nessuno interrompeva accordi militari, nessuno sospendeva cooperazioni strategiche, nessuno bloccava forniture.
Perché il problema non era Ben-Gvir.
Il problema era che Ben-Gvir non disturbava ancora abbastanza la narrazione.
Ora invece è utile.
Utile perché consente una presa di distanza morale a basso costo.
Utile perché permette di simulare indignazione senza mettere in discussione interessi economici, alleanze geopolitiche e complicità strutturali.
Utile perché offre all’Europa la possibilità di dire: “noi non siamo con lui”, continuando però a restare dentro il sistema che rende possibile tutto il resto.
È il meccanismo psicologico del capro espiatorio applicato alla geopolitica.
L’ombra collettiva viene concentrata su una figura mostruosa affinché il corpo sociale possa continuare a percepirsi innocente. Tutta la violenza sistemica viene proiettata su un solo volto, mentre gli apparati amministrativi, industriali e diplomatici che alimentano quella violenza rimangono invisibili.
Così Ben-Gvir diventa l’utile id**ta perfetto.
L’uomo troppo estremo per essere difeso apertamente, ma abbastanza funzionale da assorbire su di sé l’intera mostruosità del sistema.
E allora i bombardamenti diventano “eccessi”.
La fame diventa “errore umanitario”.
La distruzione di Gaza diventa “problema di leadership”.
Non più un progetto politico sostenuto e protetto internazionalmente, ma una deviazione stilistica attribuita a un fanatico.
Il punto è che Ben-Gvir non serve a interrompere la violenza.
Serve a renderla nuovamente digeribile.
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