12/11/2024
Non viviamo tempi facili.
La situazione giovanile e uso volutamente il termine “giovanile” perché mi riferisco sia ai bambini che agli adolescenti, è difficile ed è complessa e una delle cause è senza dubbio la vita moderna, la tecnologia e, non ultime, le fragilità degli adulti.
Tuttavia, non possiamo limitarci ad esercitarci nell’arte della lamentazione e nella tecnica della elencazione di tutto ciò che non va e che non ci piace dei giovani d’oggi.
Se ci limitiamo a fare questo non solo rischiamo di rimanere semplicemente sul “piano emotivo” o, ancora peggio, sul “piano dell’indignazione personale” e delle reciproche accuse tra scuola, famiglia e istituzioni, ma rischiamo anche di rimanere immobili e condannarci ad un perenne senso di frustrazione.
Oggi siamo qui per lanciare un messaggio diverso e per dire che una delle risposte al disagio giovanile si chiama:
“PRENDERSENE CURA”
E qual è il modo migliore di prendersi cura dei bambini e dei giovani in difficoltà perché temporaneamente privi di un ambiente familiare idoneo, se non quello di accoglierli nella nostra vita?
Accoglierli, NON PER SALVARLI da chissà cosa o da chissà chi, ma per aiutarli a sviluppare la loro personalità nella maniera più sana ed equilibrata possibile.
Il tutto nei limiti di una famiglia affidataria.
Perché le famiglie affidatarie non sono “famiglie del mulino bianco”, non sono “super eroi” e men che meno sono “famiglie perfette”.
I genitori affidatari sono adulti che si mettono in gioco, che sanno di essere “genitori di scorta” e che rischiano di sbagliare con i figli in affido così come hanno sbagliato e continueranno a sbagliare con i loro figli naturali.
Scegliere di diventare genitori affidatari significa mettersi in cammino e accettare di cadere per poi rialzarsi, in altre parole, permettetemi di dirlo, provare ad essere adulti migliori.
Si potrebbe rappresentare l’affidamento familiare utilizzando la metafora del gioco del rugby.
Nel rugby si avanza e si va in meta solo passando la palla all’indietro e cercando il sostegno dei compagni di squadra.
Nell’affido accade la stessa cosa.
Non si va in meta da soli tenendo stretta la palla e sperando di non aver bisogno degli altri. Nell’affido bisogna accettare di essere placcati, di cadere, di dover lasciare la palla ai compagni di squadra che mentre ci rialziamo avanzeranno e forse faranno meta al nostro posto.
A nome di tutte le famiglie che fanno parte dell’Associazione che ho l’onore di rappresentare, vi dico che se cercate un modo per provare a migliorare la realtà della vostra città, optate per l’accoglienza.
Accogliere nella propria casa e quindi nella propria vita, bambini e ragazzi privi di un ambiente familiare idoneo, è un grande investimento su noi stessi e ci consente di dire, comunque vada: “io c’ho provato”.
Come disse Madre Teresa di Calcutta “Ciò che conta non è fare molto ma mettere molto amore in ciò che si fa”. Questo è l’affido.
Per maggiori informazioni: www.arlaf.it
ARLAF da oltre trent’anni offre sostegno alle famiglie affidatarie e si occupa di diffondere la cultura dell’accoglienza dei bambini e ragazzi temporaneamente privi di un ambiente familiare idoneo.