19/06/2026
Quando una malattia resta ai margini, non è solo la medicina a rimanere indietro: è la società intera che perde un pezzo di sé. Perché ogni malattia non riconosciuta diventa una storia sospesa, una vita trattenuta a metà, un diritto che non riesce a trovare la sua strada. Nel caso della fibromialgia, questo non‑riconoscimento non è un dettaglio tecnico: è una frattura civile. Una frattura che attraversa le giornate di chi soffre, che spezza la continuità del lavoro, che incrina le relazioni, che logora la fiducia nelle istituzioni. Una frattura che costringe migliaia di persone a vivere in un limbo dove tutto è incerto: diagnosi, percorsi, tutele, perfino il linguaggio con cui raccontare il proprio dolore. E quando lo Stato non dà un nome, la fibromialgia diventa una presenza ingombrante e invisibile allo stesso tempo: pesa, ma non appare; limita, ma non esiste nei registri; chiede aiuto, ma non trova porte aperte. In questo vuoto si consuma un’altra ingiustizia: quella dell’inequità. Perché chi ha più risorse trova qualche appiglio, mentre chi non ne ha resta indietro. Perché chi vive in una regione trova un ascolto, chi vive in un’altra ne trova un altro. Perché la salute, che dovrebbe essere un diritto uguale per tutti, diventa una lotteria geografica, economica, sociale.
E mentre le istituzioni esitano, le persone non possono permettersi di aspettare.
Ogni giorno senza riconoscimento è un giorno senza protezione. Ogni mese senza percorsi ufficiali è un mese di rinunce, di assenze forzate, di incomprensioni. Ogni anno che passa è un anno sottratto alla dignità.
Per questo chiediamo, ancora una volta, con fermezza e rispetto, che questo vuoto venga finalmente colmato. Non con promesse, ma con atti. Non con parole generiche, ma con norme chiare. Non con tavoli che si aprono e si chiudono, ma con decisioni che restano. Chiediamo che la fibromialgia trovi il suo posto nei LEA, nei percorsi diagnostici, nelle tutele lavorative, nella formazione dei medici, nella consapevolezza pubblica. Chiediamo che chi soffre non debba più giustificare la propria sofferenza.
Chiediamo che la fragilità non sia più un terreno fertile per chi specula, ma un terreno protetto da chi governa. Noi continueremo a esserci: con la nostra voce, con la nostra presenza, con la nostra determinazione. Perché una società che riconosce è una società che cura. E una società che cura è una società che non lascia indietro nessuno.
Con rispetto,
Francesco Piccerillo Presidente Associazione Fibromialgici Libellula Libera APS