15/10/2026
https://www.facebook.com/share/1J2bfnFXro/
La storia di Antonella è tutta da scoprire, un pezzo alla volta, giorno dopo giorno. ❤️ Una storia complessa, fatta di tante sfumature, che voglio raccontarvi con calma, passo dopo passo, per farvi entrare sempre di più nel suo mondo.
Antonella Cannuccia, quando il dolore non concede tregua: «Il corpo grida!»
La fibromialgia severa, la perdita dell'autonomia e una quotidianità segnata da una sofferenza persistente. La testimonianza della vicepresidente dell'associazione Fibromialgici Libellula Libera, che racconta senza filtri cosa significa convivere con un dolore che non lascia spazio alla normalità.
Ci sono dolori che non si vedono, ma che finiscono per occupare ogni spazio della vita. Dolori che non si limitano a colpire il corpo, ma cambiano le abitudini, ridisegnano i confini dell'autonomia e costringono a confrontarsi, giorno dopo giorno, con una realtà difficile da spiegare a chi non la vive.
La fibromialgia è anche questo: una malattia che può diventare una presenza costante, capace di condizionare ogni gesto, ogni movimento, ogni momento della giornata.
A raccontarcelo è Antonella Cannuccia, vicepresidente dell'associazione Fibromialgici Libellula Libera, realtà nata grazie all'impegno di suo marito, Francesco Piccerillo, che ne è il presidente.
Antonella convive con una fibromialgia di grado severo, una condizione che, nel suo caso, ha compromesso profondamente l'autonomia personale. La sua non è soltanto la testimonianza di una malattia, ma il racconto di una quotidianità in cui anche i gesti più semplici possono diventare difficili e il dolore non concede pause.
Le sue parole sono dirette, essenziali, prive di retorica. E proprio per questo arrivano con forza.
L'intervista
Antonella, quando racconti la tua malattia, descrivi una sofferenza che ha cambiato radicalmente la tua vita. Che cosa significa, per te, convivere con una fibromialgia di grado severo?
«Sono malata di fibromialgia di grado severo, ormai sono invalida al 100% perché non riesco a camminare né a fare le cose che, di solito, noi donne facciamo. Devo essere aiutata per le cose personali. È un grado severo che annulla la persona».
Sono parole che restituiscono la misura di una perdita profonda: quella dell'autonomia, della libertà di compiere gesti quotidiani senza dover dipendere da qualcuno. Dietro ogni necessità di aiuto c'è una dimensione intima, spesso difficile da condividere, perché riguarda il rapporto con il proprio corpo, con la propria identità e con la vita che si vorrebbe poter continuare a vivere.
Quando il dolore diventa così presente, anche le azioni più semplici possono trasformarsi in ostacoli. Quanto è difficile accettare di avere bisogno dell'aiuto degli altri, soprattutto quando si tratta della propria quotidianità più intima?
Per Antonella, la gravità della malattia emerge proprio nella perdita di quella spontaneità che spesso diamo per scontata. Non poter camminare o occuparsi autonomamente delle proprie necessità significa dover affrontare ogni giorno una realtà diversa da quella desiderata. Una realtà nella quale la sofferenza fisica si intreccia con il bisogno di essere compresa e sostenuta.
Ci sono giornate in cui il dolore sembra diventare ancora più intenso. Quando arriva quel momento, come riesci ad affrontarlo? Esiste qualcosa che ti aiuta a resistere?
La risposta di Antonella è disarmante nella sua sincerità.
«Il dolore è quasi sempre forte, come in questa giornata in cui ho le scariche elettriche molto importanti e in più tutti gli altri dolori che ho. Io non so ancora come affrontarle».
Non cerca parole rassicuranti, non propone soluzioni universali e non nasconde la propria difficoltà. Racconta una realtà nella quale il dolore non è un episodio isolato, ma una presenza quasi continua. E quando la sofferenza è così persistente, anche trovare il modo di affrontare una nuova giornata può diventare una sfida.
C'è una frase, nel tuo racconto, che colpisce particolarmente: dici che il dolore è dentro di te e che non vuole più andarsene. Come si vive quando non si riesce a immaginare una vera pausa dalla sofferenza?
«Il dolore è dentro di me e non se ne va, non se ne vuole andare più».
In queste parole c'è tutta la stanchezza di chi non può semplicemente allontanarsi da ciò che prova. Il dolore accompagna Antonella, attraversa le sue giornate e condiziona il suo rapporto con il tempo. Non è qualcosa che può lasciare fuori dalla porta, né una sensazione che può decidere di ignorare definitivamente.
È una presenza che richiede energie, attenzione e una capacità di resistenza che, dall'esterno, è difficile comprendere fino in fondo.
Hai raccontato che, qualche volta, provi persino a fare finta che il dolore non ci sia. È un modo per trovare qualche istante di sollievo, per concederti una pausa almeno con il pensiero? E che cosa succede quando il corpo torna a farsi sentire?
Antonella descrive con poche parole una dinamica che racconta molto della sua esperienza.
«Quando mi viene più forte, tante volte faccio anche finta che non ci sia però subito ritorno a lui perché il corpo grida!»
Quel tentativo di distrarsi, di non ascoltare per un momento ciò che sta accadendo, si scontra con una sofferenza che torna a imporsi. Il corpo richiama l'attenzione su di sé e interrompe ogni tentativo di allontanare il pensiero dal dolore.
È un passaggio che invita anche a riflettere su quanto possa essere difficile comprendere una malattia che non sempre lascia segni visibili agli occhi degli altri, ma che per chi la vive può essere una realtà assoluta, concreta e totalizzante.
Molte persone cercano strategie, abitudini o piccoli rituali per affrontare i momenti più difficili. Tu, invece, dici apertamente di non avere una formula magica. Quanto è importante poter ammettere, senza sentirsi giudicati, che a volte non si sa come andare avanti?
«Non ho una formula magica per affrontarlo».
È forse una delle espressioni più significative della sua testimonianza. Antonella non sente il bisogno di trasformare la propria sofferenza in una lezione di coraggio, né di offrire risposte che non possiede. Si racconta per quello che vive, senza nascondere l'incertezza e la fatica.
E proprio questa sincerità merita ascolto. Perché chi affronta una malattia cronica non deve necessariamente dimostrare di essere sempre forte, positivo o capace di trovare una soluzione. Ha diritto anche alla stanchezza, alla fragilità e alle giornate in cui tutto sembra più difficile.
Arriva poi la sera, e con essa il desiderio di dormire. Nel tuo racconto, il sonno sembra rappresentare anche la possibilità di allontanarti, almeno per qualche ora, da una sofferenza che durante il giorno non ti lascia tregua. Quanto diventa prezioso quel momento?
Antonella conclude la sua risposta con una frase che racchiude tutta la fatica della sua quotidianità:
«Non vedo l'ora che viene sera per dormire quelle poche ore, per non pensare, questo sì».
Non c'è bisogno di aggiungere parole per comprendere il peso di questa confessione. Il desiderio di dormire diventa il desiderio di una pausa, di qualche ora in cui non dover affrontare consapevolmente il dolore. Non una soluzione, ma un intervallo atteso in una giornata difficile.
Dare voce a chi soffre
La testimonianza di Antonella Cannuccia ci ricorda che dietro una diagnosi esiste una persona, con la propria storia, le proprie difficoltà e il bisogno di essere ascoltata senza pregiudizi.
Raccontare la fibromialgia significa anche dare spazio a chi vive condizioni di sofferenza persistente, a chi deve chiedere aiuto per gesti che un tempo compiva autonomamente e a chi non sempre riesce a trovare le parole per spiegare ciò che prova.
Antonella sceglie di raccontarsi senza nascondersi dietro frasi di circostanza. La sua voce ci invita a prestare attenzione a una realtà che non possiamo comprendere fino in fondo soltanto osservandola dall'esterno.
Perché non sempre chi soffre ha bisogno di sentirsi dire che deve essere forte. A volte ha semplicemente bisogno che qualcuno si fermi, ascolti e riconosca la verità di ciò che sta vivendo.
E, prima di ogni altra cosa, che non venga lasciato solo nel proprio dolore.
FOTO A GENTILE CONCESSIONE DI ANTONELLA CANNUCCIA