Casa delle donne di Viterbo PARVA

Indicazioni

Casa delle donne di Viterbo PARVA L'A.P.S. fornisce assistenza psicologica e legale alle donne coinvolte in relazioni violente.

PARVA: Prassi Alternative Relazionali in Viterbo e Altrove
"Parva, sed mihi apta" (Orazio) e "Si parva licet componere magnis" (Virgilio, dalle Georgiche). Assunta la qualifica di ‘Casa delle donne’ come cognome, ovvero come ragione sociale e riferimento comune, la parola"parva" va intesa non tanto come aggettivo (come ad es. nel motto “parva sed apta mihi”, riferito appunto a “domus”), quanto come sostantivo plurale, come nel verso di Virgilio “si parva licet componere magnis” (Georgiche IV, 176), in cui il poeta raffronta il lavoro delle Api a quello dei giganteschi e bruti Ciclopi, ironicamente commentando: “se è lecito paragonare le piccole cose alle grandi”.

01/11/2026

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01/11/2026
20/09/2026

Stefano Vicari - Neuropsichiatra sull'accoltellamento della docente della scuola media di Centocelle, a Roma: "più che di un ulteriore decreto sicurezza, abbiamo bisogno di più scuola!"
Grazie, prof. Vicari
(Intervista del TGR, adesso)

20/09/2026

«Lo Stato ha completamente rinunciato a trattare i disturbi emotivi comuni, esternalizzando verso il privato; qui al Quarticciolo scardiniamo questa logica» Francesco De Michele, psichiatra.

20/09/2026

La foto rovesciata: una provocazione che continua a interrogarci

di Sara Sesti

A quasi cent'anni dalla celebre foto del Congresso di Solvay del 1927 — quella che ritraeva 28 scienziati e una sola scienziata, Marie Skłodowska Curie — continuiamo a fare i conti con gli squilibri di genere nella scienza.

Nel 2017, l'Università di Trento e la Società italiana di fisica hanno deciso di capovolgere l'inquadratura: durante il Congresso SIF, è stata scattata una foto speculare con 28 fisiche italiane e un solo fisico.

Quel gesto provocatorio, a nove anni di distanza, rimane ancora attuale — forse ancora più urgente.

Non era solo uno scatto simbolico: era un'interrogazione diretta sulla ricchezza di talenti femminili già presenti nel panorama scientifico italiano, ma ancora invisibili nelle narrazioni ufficiali della fisica.

L'immagine capovolta chiedeva alle giovani generazioni di guardare oltre gli squilibri strutturali e di immaginare un futuro diverso.

Nel 2026, quella provocazione continua a interpellarci.

Quante cose sono cambiate? Quante ancora devono cambiare?

Le donne in ambito STEM sono ancora troppo poche, i riconoscimenti ancora sbilanciati.

La foto rovesciata di nove anni fa ci ricorda che visibilità e rappresentazione non sono lussi, ma strumenti indispensabili per il cambiamento.

Per approfondire: “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie dall’ antichità all’ IA, (Ledizioni 2026)

20/09/2026

Noi di Differenza Donna denunciamo con forza la scelta compiuta dal governo con la nuova legge elettorale, il cui testo cancella l’obbligo, introdotto dal Rosatellum, di rispettare il rapporto 60-40 tra i generi nella scelta dei/lle capilista. Quest’obbligo aveva permesso alla rappresentanza femminile in Parlamento di crescere fino al 33% nella legislatura attuale (129 deputate e 71 senatrici) portando, per la prima volta, l'Italia sopra la media dei 27 Paesi dell'Unione Europea.
Con la nuova legge, la quota di genere resta vincolante solo nei listoni collegati al premio di maggioranza, mentre nei collegi ordinari, dove si concentra la maggior parte dei seggi, i partiti potranno scegliere candidati uomini senza vincoli. L'alternanza di genere, per giunta, scatta solo dal secondo nome in lista: una posizione che, salvo per i partiti maggiori, ha poche probabilità reali di essere eletta. Non solo, la nuova legge elettorale è un attacco ai principi dell’art. 3 della Costituzione, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza e la piena partecipazione di tutte e tutti all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Non si tratta di un dettaglio tecnico: si tratta della cancellazione di una conquista ottenuta con battaglie lunghe decenni, e paradossalmente firmata dal primo governo guidato da una donna e che rischia di far tornare il Parlamento a una composizione all'80% maschile.
Le quote di genere nelle liste elettorali non sono un privilegio. Sono necessarie a correggere una sottorappresentanza storica e strutturale delle donne e coerenti con l’art. 51 della Costituzione, che promuove pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive.
Per questo, noi di Differenza Donna chiediamo alla Camera dei Deputati di respingere in sede di approvazione definitiva le norme che cancellano il vincolo di genere sui capilista e di considerare questo Tema una priorità che trascende gli schieramenti.

20/09/2026

“Apprendiamo che un Eurofighter F 2000 italiano è stato colpito in Arabia Saudita. Il caccia fa parte di un gruppo di quattro aerei, spostati dall’Iraq, dove erano presenti nell’ambito di una missione approvata dal parlamento per contrastare l’ISIS. Perché sono stati trasferiti nel teatro della guerra d’aggressione israelo-statunitense che proprio il ministro Crosetto ha definito “fuori dal diritto internazionale”? Che accordi ci sono con l’Arabia Saudita? E soprattutto perché il Parlamento e il Paese non sono stati informati? Per di più il governo ha manifestato la volontà di inviare navi da guerra nello stretto di Bab El Mandeb. Ci si sta infilando passo passo in una situazione di pericolo senza legittimazione parlamentare e senza informazioni all’opinione pubblica. Non va bene. È urgente, come segnalato anche da un’interrogazione parlamentare presentata ad agosto, un’ampia informazione e un trasparente passaggio in parlamento”.

✍️ Nota della Segreteria nazionale ANPI

Nucleo centrale della riflessione qui proposta e che come PARVA Casa delle donne abbiamo richiamato più volte all'attenz...
20/09/2026

Nucleo centrale della riflessione qui proposta e che come PARVA Casa delle donne abbiamo richiamato più volte all'attenzione del personale della scuola, delle/dei D.S., delle famiglie, degli assessorati alle politiche sociali ed educative, a psichiatr* e psicologhe/i dei servizi pubblici e privati, del volontariato, è la necessità impellente di poter riconoscere, a scuola, il conflitto e di imparare a gestirlo, prima che esso diventi violenza.

La scuola del disarmo educativo.

Per una riflessione pubblica che vada oltre l’inutile asfissia securitaria
L’aggressione di questa mattina ai danni di una docente di lettere, a un anno dalla pensione, in una scuola secondaria di primo grado di Centocelle, alla periferia Est di Roma, ci colpisce. Si tratta di uno dei troppi episodi recenti che riempiono le pagine delle cronache del Paese.

Il primo pensiero va alla docente aggredita, alla comunità scolastica, alle lavoratrici e ai lavoratori, alle studentesse e agli studenti che hanno vissuto un episodio di violenza grave dentro un luogo che dovrebbe poter essere, prima di tutto, uno spazio di fiducia. Di fronte a fatti di questo tipo, la canea del dibattito pubblico opera semplificazioni utili solo alla rimozione, poco dopo l’evento, del fatto accaduto dalla memoria collettiva, come fosse l’ennesimo video da scorrere sui social network prima di passare a quello successivo. Da una parte l’idea che si tratti di un episodio isolato, riconducibile soltanto alla responsabilità individuale di chi lo ha compiuto. Dall’altra la tentazione di leggere la sicurezza scolastica esclusivamente attraverso il controllo, la sorveglianza, l’inasprimento delle sanzioni.

La tutela di chi lavora e studia nella scuola non è negoziabile. Ma se ci fermassimo qui, avremmo nominato il fatto senza comprenderne la portata. Allo stesso modo, sarebbe troppo semplice attribuire ai social network il ruolo di causa prima di ciò che accade. I social non costituiscono un mondo esterno alla società né una sorta di agente autonomo capace, da solo, di produrre comportamenti. Sono piuttosto uno dei luoghi nei quali prendono forma, vengono rappresentate, accelerate e talvolta amplificate dinamiche già presenti nei contesti sociali: il bisogno di riconoscimento, la competizione, l’esposizione di sé, l’umiliazione dell’altro, la ricerca dell’approvazione del gruppo, la difficoltà di stare nel conflitto e nella frustrazione. Attribuire tutto “ai social” rischia allora di assolvere il mondo adulto senza interrogare i contesti, le culture, le politiche e le pratiche che producono partecipazione oppure esclusione.

La violenza nella scuola non entra da un mondo esterno, separato o collocato nelle piattaforme social che assorbono tanto tempo e pensiero dei nostri studenti e delle nostre studentesse. Attraversa la società e le sue forme di rappresentazione, nella quale la scuola è immersa. Entrano nella scuola la crescente difficoltà di trasformare il conflitto in parola, l’incapacità di tollerare la frustrazione, la spettacolarizzazione dell’umiliazione, la ricerca di riconoscimento attraverso la forza, la progressiva perdita di luoghi nei quali ragazzi e adulti possano costruire relazioni non fondate sulla competizione, sulla paura o sulla sopraffazione.

La scuola non è immune da tutto questo. Non lo sono gli adulti di riferimento e nemmeno i giovani, che vanno educati alla scuola costituzionale. Ciononostante, la scuola resta ancora uno dei pochissimi luoghi pubblici nei quali tutto questo può essere trasformato. Per questa ragione il disarmo educativo è la grande opera di cui il nostro Paese ha davvero bisogno. Questo riteniamo debba essere il progetto politico e sociale su cui far convergere le istituzioni, le realtà sociali territoriali, le famiglie, e la comunità educante tutta. Disarmare significa costruire condizioni nelle quali la violenza non rappresenti il linguaggio più immediatamente disponibile. Significa creare contesti nei quali un conflitto possa essere riconosciuto prima di diventare rottura, una sofferenza possa essere intercettata prima di trasformarsi in isolamento, una difficoltà possa trovare adulti capaci di condividerne la responsabilità.

La scuola non può supplire indefinitamente a tutto ciò che viene meno intorno ad essa. Non può essere contemporaneamente scuola, presidio sociale, servizio psicologico, spazio aggregativo, luogo di compensazione delle disuguaglianze, argine alla dispersione, presidio di cittadinanza e comunità educante se tutte queste funzioni vengono progressivamente affidate esclusivamente alla buona volontà delle persone che nella scuola lavorano. L’idea di comunità educante, del resto, non coincide con il trasferimento di ogni responsabilità sulla scuola. Al contrario, presuppone reti, raccordi, corresponsabilità e interlocutori reali. Il disarmo educativo comincia allora in una scuola nella quale un docente non debba scegliere continuamente tra insegnare, ascoltare, compilare, segnalare, mediare e supplire alle assenze di altri pezzi del sistema pubblico.

E per questo l’erosione dello stato sociale è anche erosione della capacità educativa della scuola. Una politica educativa degna di questo nome deve costruire prima. È la garanzia della possibilità materiale, per i docenti, di avere il tempo di vedere e, per le studentesse e gli studenti, di essere visti.
La politica della sicurezza e del metal detector si chiede come possano essere impediti i gesti estremi. Un progetto di nuova scuola costituzionale all’altezza di questi tempi si chiede quali condizioni sociali, pedagogiche ed educative possano rendere meno probabile che un gesto radicale come quello di questa mattina, e molti altri affini, diventi l’unica risposta percepita come possibile. Non sono due questioni necessariamente alternative. Ma senza la seconda domanda, più profonda e radicale, la scuola rischia di trasformarsi progressivamente in un dispositivo di controllo.
La scuola pubblica è uno dei luoghi nei quali una società democratica può apprendere a vivere il conflitto. Non una scuola senza conflitti, ma una scuola che sappia farne esperienza democratica attraverso una pedagogia del disarmo. Quando parliamo di adolescenti e preadolescenti, gli insegnanti sono chiamati alla fatica di condividere che l’essenza dell’attraversamento della scuola è anche la possibilità di commettere errori, anche gravi, senza l’idea che immediatamente l’errore segni definitivamente l’identità e il destino di chi quell’errore ha commesso. Il mondo degli adulti ha la responsabilità di chiarire le regole di ingaggio, ma anche di non far coincidere mai la regola con l’umiliazione.

Investire nella scuola significa investire nella possibilità che i conflitti trovino una forma prima di diventare violenza. Ma la scuola da sola non basta, occorre uno stato sociale che recuperi la propria funzione emancipatrice per dare alla scuola interlocutori reali. Investire nella stabilità di chi nella scuola lavora significa dare continuità alle relazioni. Ridurre il numero delle studentesse e degli studenti per classe significa anche aumentare la possibilità di pre-vedere, nel senso letterale di vedere prima. Garantire équipe multidisciplinari e servizi territoriali non significa medicalizzare la scuola, ma impedire che ogni problema sociale venga trasformato in problema didattico o affidato alla responsabilità individuale dell’insegnante. Restituire risorse economiche alla scuola significa restituirle capacità educativa.

Abbiamo bisogno di categorie pedagogiche capaci di leggere insieme soggetti e contesti, vulnerabilità e potere, ambienti digitali e relazioni materiali, responsabilità individuali e responsabilità collettive. Benché tale ambito di riflessione sia scarsamente frequentata dal deprimente dibattito pubblico del nostro paese, prima di chiederci come difendere la scuola dalla società che la circonda, dovremmo tornare a chiederci quale società possiamo contribuire a costruire intorno alla scuola.

Indirizzo

Via Del Pavone, 42/Viterbo
Viterbo
01100

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 20:00
Martedì 15:00 - 20:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 15:00 - 20:00
Venerdì 15:00 - 20:00
Sabato 10:00 - 13:00

Sito Web

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