08/07/2026
🦅 Il Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO) ha bocciato duramente la proposta di riforma della caccia (DDL 1552).
Il DDL vorrebbe trasformare il cacciatore nella figura di "bioregolatore", ma la caccia non è uno strumento di gestione scientifica.
In più, la riforma depotenzia l'ISPRA e apre la caccia anche a specie già in forte declino. L'Europa ha già inviato un richiamo ufficiale al Governo, e ora l'Italia rischia una pesante procedura d'infrazione.
L'appello degli scienziati al Parlamento è chiaro: fermare l'iter e basarsi sui dati, non sulle ideologie.
📖 Maggiori dettagli nel documento ufficiale.
Oltre i confini della sostenibilità: il Centro Italiano Studi Ornitologici boccia la riforma della caccia. «L'Italia rischia nuove infrazioni UE»
Il Centro Italiano Studi Ornitologici (CISO ODV), l'organismo scientifico che riunisce i principali ricercatori, accademici e professionisti specializzati nello studio e nella conservazione degli uccelli in Italia, esprime profonda preoccupazione per l'iter della proposta di riforma della Legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica (Disegno di Legge n. 1552, già approvato al Senato e ora all'esame della Camera come C. 2984).
Il CISO, che gestisce la piattaforma di citizen science Ornitho.it (oltre 2 milioni di dati validati nel solo 2025 da 20.000 esperti) ed è autore dell’Atlante degli Uccelli nidificanti e svernanti italiani, non entra nel merito della legittimità della caccia. Tuttavia, l'analisi tecnica del testo rivela che la riforma capovolge i principi scientifici e le normative europee costruiti in oltre trent'anni di tutela ambientale, proprio mentre la recente Lista Rossa dei Vertebrati Italiani mostra un quadro preoccupante: il 24% delle 278 specie di uccelli considerate è oggi minacciato di estinzione.
Il cacciatore "bioregolatore": un errore scientifico e culturale
Il DDL introduce il principio secondo cui la caccia "concorre alla tutela della biodiversità", elevando il cacciatore a figura di "bioregolatore". Per la comunità scientifica si tratta di un controsenso ecologico. La gestione e il controllo della fauna sono attività pubbliche, basate su dati rigorosi e attuate da istituzioni per tutelare un ecosistema. La caccia è, per definizione, un'attività privata e ricreativa. Affidarsi alla somma casuale e disorganizzata dei singoli prelievi venatori non risolve il sovrappopolamento di specie complesse (come cinghiali o corvidi). Al contrario, la letteratura scientifica dimostra che la pressione venatoria incontrollata disgrega i gruppi sociali degli animali, ne aumenta il tasso riproduttivo e accelera la diffusione di patogeni (come la peste suina). Inoltre, la caccia altera la selezione naturale (colpendo spesso individui sani e adulti), genera stress antropico (disturbo) anche sulle specie non cacciabili e disperde nell'ambiente il piombo delle munizioni, un metallo pesante altamente tossico.
Il paradosso: l'abbattimento delle specie in declino
Definire la caccia come "bioregolazione" (ovvero contenimento delle specie in esubero) contrasta con la realtà dei fatti: l'attuale impianto normativo permette già il prelievo venatorio di ben 18 specie in cattivo stato di conservazione. Se la riforma passasse, verrebbe definito "bioregolatore" anche chi abbatte l'allodola o la pernice bianca, specie inserite nella Lista Rossa IUCN a causa del loro drastico declino, o chi pratica la caccia da appostamento ai tordi lungo i valichi montani durante le delicate rotte migratorie.
Caccia nei periodi di migrazione e stop al parere scientifico dell'ISPRA
A causa del cambiamento climatico, gli uccelli stanno anticipando il rientro verso i siti di riproduzione. Uno studio recente (McKinlay et al. 2025) basato sui dati di Ornitho.it dimostra che l'83% delle specie analizzate inizia la migrazione prima rispetto a quanto stimato dai vecchi calendari. Il DDL, invece di recepire questi dati e tutelare gli uccelli nel momento di massima vulnerabilità come richiesto dalla Direttiva Europea "Uccelli", estende la stagione venatoria oltre i limiti attuali. Inoltre, la riforma toglie valore vincolante ai pareri dell'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), permettendo alle singole Regioni di discostarsi dalle valutazioni scientifiche centralizzate. Frammentare la gestione della fauna migratoria su base locale ignora le rotte continentali degli uccelli e la necessità di criteri scientifici omogenei. La riforma introduce anche l'uso di visori notturni, silenziatori e l'estensione della caccia oltre il tramonto e nelle aziende agri-turistico-venatorie. Questa deregolamentazione rischia di far incorrere l'Italia in una pesante procedura d'infrazione da parte della Commissione Europea, che ha già inviato un richiamo ufficiale al Governo nel dicembre 2025.
Richiami vivi: tornano le catture e aumentano i rischi di sanzioni UE
Il testo cancella il tetto massimo per gli appostamenti fissi e quadruplica il numero di uccelli utilizzabili come richiami vivi da ogni singolo cacciatore, ipotizzando persino la riapertura dei vecchi impianti di cattura storici. La riforma allenta i controlli sull'identificazione degli uccelli in cattività, aprendo la strada a possibili sanatorie e consentendo la cattura di uccelli selvatici anche quando sono disponibili richiami nati in allevamento. Anche questo punto è stato esplicitamente censurato dalla Commissione Europea nella nota di fine 2025.
Bracconaggio impunito e limitazione dei diritti dei proprietari terrieri
L'Italia detiene il primato negativo in Europa per gli atti di bracconaggio. Nonostante il Piano Nazionale approvato nel 2017 prevedesse sanzioni severe e proporzionate come deterrente, il DDL ignora queste necessità. Al contrario, introduce una multa da 150 a 900 euro per chiunque "impedisca o rallenti" le attività di caccia. Inoltre, la riforma comprime il diritto alla proprietà privata garantito dalla Costituzione, riducendo drasticamente la facoltà dei proprietari terrieri e degli agricoltori di vietare l'ingresso dei cacciatori nei propri fondi per motivi etici, subordinando la volontà del cittadino ai piani venatori regionali.
Riduzione dei rifugi naturali e limiti alle aree protette
Con una logica capovolta, il DDL stabilisce che nel computo delle quote di territorio protetto vadano conteggiati anche i Parchi Nazionali e Regionali già esistenti, azzerando la necessità di creare nuove zone di tutela e aprendo alla caccia le foreste demaniali. L'obiettivo esplicito del testo è fissare al 30% il limite massimo (e non minimo) di territorio protetto in ogni regione. Questa impostazione viola gli impegni internazionali sottoscritti dall'Italia, tra cui la Nature Restoration Law europea (Regolamento UE 2024/1991) e la Strategia UE sulla biodiversità per il 2030, che considerano il 30% di protezione come una soglia minima di sicurezza da superare.
«Un porto d'armi attesta l'idoneità a esercitare un'attività regolamentata, non una formazione in zoologia, ecologia o biologia della conservazione. Equiparare l'esperienza sul campo di un cacciatore alla competenza scientifica è un clamoroso errore di categoria. Indebolire il ruolo dell'ISPRA significa creare un system in cui chi esercita la caccia diventa arbitro della sua stessa sostenibilità, istituzionalizzando una pericolosa gestione al buio del patrimonio faunistico nazionale».
Alla luce di queste gravi incongruenze biologiche ed ecologiche, il Consiglio Direttivo del CISO esorta formalmente il Parlamento a sospendere l'iter di approvazione del DDL 1552 e a riaprire immediatamente un tavolo di confronto con la comunità scientifica per garantire una riforma ancorata alle evidenze empiriche e capace di tutelare realmente la fauna selvatica.
Il Link documento tecnico redatto e comunicato stampa: https://drive.google.com/drive/folders/1ksjAgZTtQt7DzHD3-cDS-t10AiUzLu8Y?usp=drive_link