12/09/2025
America Italia Friendship Festival: il colono che brinda al colonizzatore
L’intervista che Marco Ghiotto ha dedicato a Jacopo Bulgarini d’Elci, direttore artistico del Friendship Festival Italia-America, merita un’analisi che vada oltre la superficie delle dichiarazioni di principio. Non si tratta soltanto di contestare le affermazioni del festival o di riaffermare le ragioni della protesta, quanto piuttosto di decifrare i meccanismi discorsivi attraverso cui si tenta di neutralizzare un conflitto politico trasformandolo in questione di sensibilità personale. Il caso vicentino rivela infatti una dinamica più profonda: quella del colonizzato che celebra il proprio colonizzatore, dell’occupato che ringrazia l’occupante.
La prima mossa retorica si annuncia già nell’incipit: “Se lo scopo era far rumore, si può dire che l’obiettivo è stato centrato in pieno.” Il dissenso viene così inquadrato come fenomeno acustico, disturbo della quiete cittadina piuttosto che espressione di una legittima opposizione politica. Non è una semplificazione innocua: trasformare la protesta in “rumore” significa spostare il piano del confronto dalla sfera pubblica a quella privata, dal diritto di dissenso al fastidio soggettivo. Il movimento che si oppone al festival perde così ogni dignità politica per ridursi a fonte di inquinamento sonoro. È la voce del territorio che diventa cacofonia agli orecchi di chi ha già deciso di non ascoltarla.
L’evocazione dell’assassinio di Charlie Kirk introduce un elemento di particolare ambiguità. La tragedia americana viene utilizzata come specchio deformante in cui riflettere la situazione vicentina, creando un’equivalenza surrettizia tra la violenza omicida negli Stati Uniti e la critica civile al festival. Il meccanismo è sottile ma efficace: se ogni opposizione può degenerare in violenza estrema, allora chi protesta porta già in sé il germe della deriva estremista. La vittima americana diventa così l’alibi per presentare i promotori del festival come potenziali vittime e i loro critici come potenziali carnefici. È la classica inversione coloniale: chi subisce l’occupazione diventa minaccioso, chi occupa si presenta come minacciato.
Ancora più raffinata è la costruzione della “polarizzazione” come categoria interpretativa centrale. Bulgarini presenta il conflitto come contrapposizione simmetrica tra fazioni ugualmente radicalizzate, cancellando ogni considerazione sui rapporti di forza effettivi. Da una parte cittadini e associazioni locali, dall’altra un evento sostenuto da istituzioni pubbliche, multinazionali dell’armamento e basi militari straniere. L’asimmetria materiale scompare dietro una presunta equivalenza morale: le due parti diventano ugualmente responsabili della tensione, ugualmente intransigenti, ugualmente distanti da una ragionevolezza che solo gli organizzatori del festival sembrano incarnare. È l’ideologia della falsa simmetria che nasconde il fatto elementare che qui non si confrontano due opinioni, ma due condizioni: quella di chi decide e quella di chi subisce le decisioni altrui.
La citazione pasoliniana rappresenta forse il momento di maggiore spregiudicatezza intellettuale. Il poeta che aveva denunciato il “vero fascismo” del potere consumistico e tecnologico viene arruolato a sostegno di un’operazione culturale sponsorizzata dai settori più avanzati di quello stesso potere. Pasolini diventa testimonial di una generica condanna dell’odio, privato di ogni specificità critica, trasformato da analista spietato del presente in moralista inoffensivo. È un’operazione di cannibalizzazione culturale che neutralizza il pensiero critico riducendolo a citazione ornamentale. Il poeta che aveva scritto delle “lucciole” spente dal neocapitalismo viene utilizzato per illuminare una festa del neocapitalismo militare.
La dichiarazione secondo cui il festival sarebbe “culturale, non politico” completa un quadro di sistematica mistificazione. In presenza di sponsor come Leonardo, Beretta, Maltauro, questa presunta neutralità si rivela per quello che è: una presa di posizione politica mascherata da innocenza. Più un evento si dichiara apolitico, più tradisce i propri legami con centri di potere specifici. La cultura diventa qui il paravento dietro cui nascondere operazioni di tutt’altra natura. È la cultura come forma suprema di colonizzazione: non più imposizione diretta, ma seduzione che trasforma l’occupato in complice della propria occupazione.
Il riferimento finale alla “mescolanza di culture” e l’evocazione di Gaza chiudono l’intervista con un tocco di progressismo cosmetico. La metafora cromatica dell’impasto di colori cancella ogni considerazione sui rapporti di dominio, sulle responsabilità storiche, sulle complicità industriali. Gaza non viene evocata per interrogarsi sul ruolo dell’industria bellica italiana nei conflitti contemporanei, ma come sfondo emotivo per una retorica della convivenza che non disturbi nessuno. È l’ennesima inversione: la Palestina occupata diventa metafora di convivenza pacifica invece che paradigma dell’occupazione militare che Vicenza conosce bene.
Quello che emerge è un caso paradigmatico di neutralizzazione del conflitto politico attraverso la sua trasformazione in questione culturale. Il festival non è semplicemente un evento controverso, ma un laboratorio di sperimentazione di tecniche di consenso che utilizzano la cultura come vettore di legittimazione per operazioni di natura diversa. La strategia è collaudata: presentare come innocent entertainment ciò che è in realtà soft power, trasformare la critica politica in intolleranza personale, ridurre il dissenso civile a rumore di sottofondo. Ma c’è qualcosa di più: è l’amministrazione locale che si fa promotrice di un evento che celebra chi ha militarizzato il proprio territorio. È il colono che ringrazia il colonizzatore, l’occupato che festeggia l’occupante.
La vicenda vicentina rivela così qualcosa che va oltre la contingenza locale. Mostra come il potere contemporaneo abbia imparato a neutralizzare la resistenza non attraverso la repressione diretta, ma attraverso la cattura del linguaggio critico e la sua riconfigurazione in senso depotenziante. Soprattutto, mostra come l’egemonia culturale riesca a trasformare i dominati in agenti attivi della propria dominazione. Contro questa strategia, l’unica risposta possibile è quella che attraversa le superfici retoriche per raggiungere i nessi materiali, le reti di interesse, i meccanismi effettivi di funzionamento del potere. Solo così è possibile restituire al dibattito pubblico quella dimensione politica che ogni operazione di depoliticizzazione cerca di cancellare, e al territorio quella dignità che ogni colonizzazione mira a distruggere.
ANPI Vicenza No Military Bases Vicenza