No Military Bases Vicenza

No Military Bases Vicenza Liberiamo Vicenza dalle basi di guerra!

All'inaugurazione del Parco della Pace era presente il comandante delle basi USA a Vicenza, il colonnello Vaughn D. Stro...
29/09/2025

All'inaugurazione del Parco della Pace era presente il comandante delle basi USA a Vicenza, il colonnello Vaughn D. Strong. È un fatto gravissimo: il Sindaco Giacomo Possamai è riuscito ad inaugurare il luogo simbolo dell'opposizione alle basi USA stringendo la mano a chi le comanda. Un insulto alle migliaia di vicentini che riuniti nel movimento No Dal Molin hanno lottato per strappare quel luogo alla militarizzazione.
La foto non è stata pubblicata dal Sindaco o dal Comune bensì sui profili delle basi USAG Italy: ancora una volta i vicentini scoprono le cose per ultimi e dagli statunitensi. Questo è un segno dell'imbarazzo e della sudditanza delle istituzioni locali al potere statunitense. Ma i vicentini sanno cosa vogliono: una Vicenza libera dalle servitù militari e un Parco della Pace senza militari USA, né in divisa né in abiti civili.
Perché la Pace non si inaugura, si pratica.

26/09/2025

Vicenza, 31 gennaio 2009. Gli attivisti del movimento No Dal Molin con un blitz aprono un varco ed occupano i vecchi edifici dell'aeroporto civile Dal Molin. La polizia in pochi minuti si schiera e intima lo sgombero. Ma non ne hanno il diritto: l'Enac non chiede lo sgombero. Le forze dell'ordine si ritirano e i vicentini restano dentro al Dal Molin. Viene così riaperto per qualche giorno il Parco della Pace.
Altri video su www.nomilitarybasesvicenza.org/parco-della-pace

26/09/2025

Vicenza, 15 settembre 2007. Una delegazione del movimento No Dal Molin entra nell’ex aeroporto e pianta 150 alberi. Nasce il Parco della Pace.
Altri video su www.nomilitarybasesvicenza.org

Non può esserci amicizia con chi esporta guerre nel mondo e sostiene il genocidio in atto a Gaza.Per questo avanziamo al...
21/09/2025

Non può esserci amicizia con chi esporta guerre nel mondo e sostiene il genocidio in atto a Gaza.

Per questo avanziamo al sindaco di Vicenza Giacomo Possamai tre richieste molto chiare.

1. la garanzia che non saranno promosse altre iniziative di amicizia con i militari statunitensi;
2. il ritiro della delega a Jacopo Bulgarini d’Elci e la cancellazione stessa della “delega ai rapporti con la comunità americana”;
3. chiarezza e trasparenza sui conti e i finanziamenti dell’Italia-America Friendship Festival appena concluso.

Beh che dire: la manifestazione di sabato è stata un successo! Quindi, un grazie a chi ha partecipato, (prendendosi anch...
15/09/2025

Beh che dire: la manifestazione di sabato è stata un successo!
Quindi, un grazie a chi ha partecipato, (prendendosi anche un bel temporale finale) e un grazie a chi ha organizzato! Anzi facciamo che ci concediamo un brindisi? 🥂
E poi capiamo come proseguire, visto che Vicenza ha dimostrato di esserci e di sognare un futuro senza basi di guerra.

📆 Giovedì 18 settembre ore 18:30
📍Casa per la Pace - via Porto Godi, 2 (Vicenza)

12/09/2025

America Italia Friendship Festival: il colono che brinda al colonizzatore

L’intervista che Marco Ghiotto ha dedicato a Jacopo Bulgarini d’Elci, direttore artistico del Friendship Festival Italia-America, merita un’analisi che vada oltre la superficie delle dichiarazioni di principio. Non si tratta soltanto di contestare le affermazioni del festival o di riaffermare le ragioni della protesta, quanto piuttosto di decifrare i meccanismi discorsivi attraverso cui si tenta di neutralizzare un conflitto politico trasformandolo in questione di sensibilità personale. Il caso vicentino rivela infatti una dinamica più profonda: quella del colonizzato che celebra il proprio colonizzatore, dell’occupato che ringrazia l’occupante.

La prima mossa retorica si annuncia già nell’incipit: “Se lo scopo era far rumore, si può dire che l’obiettivo è stato centrato in pieno.” Il dissenso viene così inquadrato come fenomeno acustico, disturbo della quiete cittadina piuttosto che espressione di una legittima opposizione politica. Non è una semplificazione innocua: trasformare la protesta in “rumore” significa spostare il piano del confronto dalla sfera pubblica a quella privata, dal diritto di dissenso al fastidio soggettivo. Il movimento che si oppone al festival perde così ogni dignità politica per ridursi a fonte di inquinamento sonoro. È la voce del territorio che diventa cacofonia agli orecchi di chi ha già deciso di non ascoltarla.

L’evocazione dell’assassinio di Charlie Kirk introduce un elemento di particolare ambiguità. La tragedia americana viene utilizzata come specchio deformante in cui riflettere la situazione vicentina, creando un’equivalenza surrettizia tra la violenza omicida negli Stati Uniti e la critica civile al festival. Il meccanismo è sottile ma efficace: se ogni opposizione può degenerare in violenza estrema, allora chi protesta porta già in sé il germe della deriva estremista. La vittima americana diventa così l’alibi per presentare i promotori del festival come potenziali vittime e i loro critici come potenziali carnefici. È la classica inversione coloniale: chi subisce l’occupazione diventa minaccioso, chi occupa si presenta come minacciato.

Ancora più raffinata è la costruzione della “polarizzazione” come categoria interpretativa centrale. Bulgarini presenta il conflitto come contrapposizione simmetrica tra fazioni ugualmente radicalizzate, cancellando ogni considerazione sui rapporti di forza effettivi. Da una parte cittadini e associazioni locali, dall’altra un evento sostenuto da istituzioni pubbliche, multinazionali dell’armamento e basi militari straniere. L’asimmetria materiale scompare dietro una presunta equivalenza morale: le due parti diventano ugualmente responsabili della tensione, ugualmente intransigenti, ugualmente distanti da una ragionevolezza che solo gli organizzatori del festival sembrano incarnare. È l’ideologia della falsa simmetria che nasconde il fatto elementare che qui non si confrontano due opinioni, ma due condizioni: quella di chi decide e quella di chi subisce le decisioni altrui.

La citazione pasoliniana rappresenta forse il momento di maggiore spregiudicatezza intellettuale. Il poeta che aveva denunciato il “vero fascismo” del potere consumistico e tecnologico viene arruolato a sostegno di un’operazione culturale sponsorizzata dai settori più avanzati di quello stesso potere. Pasolini diventa testimonial di una generica condanna dell’odio, privato di ogni specificità critica, trasformato da analista spietato del presente in moralista inoffensivo. È un’operazione di cannibalizzazione culturale che neutralizza il pensiero critico riducendolo a citazione ornamentale. Il poeta che aveva scritto delle “lucciole” spente dal neocapitalismo viene utilizzato per illuminare una festa del neocapitalismo militare.

La dichiarazione secondo cui il festival sarebbe “culturale, non politico” completa un quadro di sistematica mistificazione. In presenza di sponsor come Leonardo, Beretta, Maltauro, questa presunta neutralità si rivela per quello che è: una presa di posizione politica mascherata da innocenza. Più un evento si dichiara apolitico, più tradisce i propri legami con centri di potere specifici. La cultura diventa qui il paravento dietro cui nascondere operazioni di tutt’altra natura. È la cultura come forma suprema di colonizzazione: non più imposizione diretta, ma seduzione che trasforma l’occupato in complice della propria occupazione.

Il riferimento finale alla “mescolanza di culture” e l’evocazione di Gaza chiudono l’intervista con un tocco di progressismo cosmetico. La metafora cromatica dell’impasto di colori cancella ogni considerazione sui rapporti di dominio, sulle responsabilità storiche, sulle complicità industriali. Gaza non viene evocata per interrogarsi sul ruolo dell’industria bellica italiana nei conflitti contemporanei, ma come sfondo emotivo per una retorica della convivenza che non disturbi nessuno. È l’ennesima inversione: la Palestina occupata diventa metafora di convivenza pacifica invece che paradigma dell’occupazione militare che Vicenza conosce bene.

Quello che emerge è un caso paradigmatico di neutralizzazione del conflitto politico attraverso la sua trasformazione in questione culturale. Il festival non è semplicemente un evento controverso, ma un laboratorio di sperimentazione di tecniche di consenso che utilizzano la cultura come vettore di legittimazione per operazioni di natura diversa. La strategia è collaudata: presentare come innocent entertainment ciò che è in realtà soft power, trasformare la critica politica in intolleranza personale, ridurre il dissenso civile a rumore di sottofondo. Ma c’è qualcosa di più: è l’amministrazione locale che si fa promotrice di un evento che celebra chi ha militarizzato il proprio territorio. È il colono che ringrazia il colonizzatore, l’occupato che festeggia l’occupante.

La vicenda vicentina rivela così qualcosa che va oltre la contingenza locale. Mostra come il potere contemporaneo abbia imparato a neutralizzare la resistenza non attraverso la repressione diretta, ma attraverso la cattura del linguaggio critico e la sua riconfigurazione in senso depotenziante. Soprattutto, mostra come l’egemonia culturale riesca a trasformare i dominati in agenti attivi della propria dominazione. Contro questa strategia, l’unica risposta possibile è quella che attraversa le superfici retoriche per raggiungere i nessi materiali, le reti di interesse, i meccanismi effettivi di funzionamento del potere. Solo così è possibile restituire al dibattito pubblico quella dimensione politica che ogni operazione di depoliticizzazione cerca di cancellare, e al territorio quella dignità che ogni colonizzazione mira a distruggere.

ANPI Vicenza No Military Bases Vicenza

12/09/2025
Un articolo approfondito che spiega le origini dell' Italia-America Friendship Festival: dalle origini delle basi statun...
10/09/2025

Un articolo approfondito che spiega le origini dell' Italia-America Friendship Festival: dalle origini delle basi statunitensi a Vicenza, alla lotta No dal molin, dalle ambiguità di Achille Variati e Giacomo Possamai al trasformismo di Jacopo Bulgarini d'Elci. Fino ai finanziatori del festival e i loro legami con il comparto bellico (Gruppo ICM Maltauro, The National Italian American Foundation (NIAF)

Tra il 12 e il 14 settembre 2025 si terrà a Vicenza la prima edizione del festival dell'amicizia tra Italia e Stati Uniti a sancire l'importanza delle basi americane sul territorio. Perciò il 13 settembre una grande manifestazione cittadina ricorderà che Vicenza è una città di pace che non vuol...

Dopo quasi due anni di bombardamenti sistematici, Gaza è ridotta in macerie. Ospedali distrutti, famiglie sterminate, in...
05/09/2025

Dopo quasi due anni di bombardamenti sistematici, Gaza è ridotta in macerie. Ospedali distrutti, famiglie sterminate, interi quartieri cancellati. Oltre 60.000 morti. L’acqua è usata come arma, la fame è una strategia, la distruzione è un piano dichiarato. È un genocidio, davanti agli occhi del mondo. E non possiamo più far finta che sia qualcosa di lontano.

È un genocidio che parte anche da Vicenza, una delle città europee con la più alta presenza militare statunitense rispetto alla popolazione: due basi USA, oltre 15.000 tra militari e civili americani, depositi e snodi logistici da cui transitano armi e mezzi destinati ai fronti di guerra.
Vicenza è parte attiva della macchina bellica globale.

E mentre a Gaza si consuma uno sterminio, reso possibile grazie anche al sostegno degli Stati Uniti a Israele, qui si organizza l’“Italia-America Friendship Festival”. Presentato come un innocuo evento culturale, in realtà è un’operazione politica precisa: normalizzare la presenza militare statunitense.

Se la guerra parte anche da qui, da qui deve partire la diserzione. Vicenza non è un ingranaggio neutrale: è un nodo strategico della guerra globale, crocevia di basi NATO, traffici militari e profitti bellici. Ma può essere anche il contrario di tutto questo.

Può essere, com’è già stata, territorio di insubordinazione, dove la disobbedienza prende forma collettiva. Può essere memoria viva, capace di ricordare le lotte contro la base Dal Molin, i presidi, le assemblee, le tante persone che hanno detto NO, e che da ormai due anni si oppongono al genocidio in corso.

Il 13 settembre torniamo in piazza per questo: per Gaza, per chi resiste, per rompere la normalità della guerra. Perché la guerra è qui. Ma anche qui può incepparsi.

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Vicenza

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