04/10/2026
PERCHÉ DICIAMO NO AL WELFARE AZIENDALE E AI BUONI SPESA
I "buoni acquisto" e il welfare integrativo sono moneta finta e mance una tantum:
- non creano salario reale: non aumentano lo stipendio tabellare e non recuperano la perdita del potere d'acquisto causata dall'inflazione.
- non creano futuro: non generano contributi previdenziali per la pensione né aumentano il TFR.
- privatizzano i servizi: erogare fringe benefit o finanziare polizze sanitarie private (come previsto dall'art. 1, c. 6) indebolisce il Servizio Sanitario Nazionale e i servizi pubblici a favore di assicurazioni e privati.
- comodo alibi per le Amministrazioni: servono all'Ente e ai sindacati complici per "scambiare" il diritto a veri aumenti salariali con regalie esentasse.
I lavoratori non hanno bisogno di elemosine in voucher, ma di soldi veri in busta paga e aumenti strutturali sul contratto!
UN CAPOLAVORO DI INIQUITÀ E ASSURDITÀ: L'ANALISI DELL'ART. 1 COMMA 4
L’ articolo 1, comma 4 dell'accordo stabilisce paletti per accedere ai 1.000 euro che rasentano la farsa e colpiscono i lavoratori:
1. il cortocircuito sulle assenze tutelate e sul diritto alle ferie. L'accordo subordina l'incasso del buono ad «almeno 30 giorni di effettiva prestazione lavorativa resa nel semestre». Questa dicitura non neutralizza esplicitamente i diritti costituzionali e le tutele di legge come ferie ordinarie, congedi di maternità/paternità obbligatoria, permessi ex Legge 104/92, infortuni sul lavoro e ricoveri per gravi patologie. Se l'Amministrazione dovesse considerare queste assenze come "mancata presenza effettiva", ci troveremmo di fronte a una discriminazione palesemente illegittima e punitiva verso i lavoratori fragili e le donne.
2. la "tagliola" del 1° Luglio e il paradosso del semestre Intero. L'accordo richiede la presenza fissa al 1° luglio 2026 e la copertura dell'intero primo semestre. Le conseguenze sono paradossali:
Un lavoratore assunto il 2 gennaio 2026, pur avendo lavorato quasi 120 giorni effettivi, prende ZERO euro per un solo giorno di calendario.
Chi ha garantito il servizio dal 1° gennaio al 30 giugno e va in pensione il 1° luglio prende ZERO euro.
Chi invece risulta in servizio dal 1° gennaio al 1° luglio e accumula appena 30 giorni di presenza reale (assentandosi per il resto del tempo) incassa i 1.000 euro interi.
3. part-time vs. neoassunti e precari: due pesi e due misure. Mentre il personale in part-time (ad esempio al 50%) incassa i 1.000 € interi senza alcuna decurtazione oraria, l'Amministrazione si è "dimenticata" di applicare il calcolo in dodicesimi (pro-rata) per i neoassunti o per i contratti a termine. Così, un part-time al 50% incassa 1.000 €, mentre un lavoratore full-time a tempo determinato che ha garantito 5 mesi e 20 giorni di servizio viene completamente escluso.
4. la farsa della mancetta "a pioggia" senza ISEE/REDDITO. L'accordo regala 1.000 € indistintamente a tutti, a prescindere dal reddito o dai carichi familiari. Invece di sostenere i salari più bassi, si assegna la stessa somma all'operatore con lo stipendio d'ingresso e al dipendente con incarico di Elevata Qualificazione (EQ) che percepisce indennità di posizione fino a 18.000 € all'anno. Un welfare "cieco" che rifiuta qualsiasi principio di equità sociale e progressività.
LE RIVENDICAZIONI DELLA CUB:
- basta col welfare aziendale: pretendiamo che le risorse del Fondo siano destinate a incrementare in modo fisso e ricorrente le retribuzioni di tutto il personale!
- correzione immediata dell'Art. 1 c. 4: prefiguriamo fin d'ora impugnative se l'Amministrazione non emanerà una Circolare che:
1. Neutralizzi formalmente le assenze tutelate (Ferie, Maternità, Legge 104, Infortuni, Terapie salvavita) dal computo dei 30 giorni;
2. Riconosca il calcolo pro-rata in dodicesimi per tutti i lavoratori assunti o cessati nel corso dell'anno.
In allegato la diffida trasmessa dalla CUB PI alla direzione Risorse Umane e in conoscenza anche alla RSU.
CUB PI - federazione regionale del Veneto
mail [email protected] - www.cub.it