25/05/2026
Spunti di riflessione:
"La soluzione non sta nella multa al ciclista che sceglie la strada, ma in infrastrutture davvero progettate per essere utilizzate. Costruire una striscia di asfalto sgangherata sul marciapiede, infilarci il cartello blu e aspettarsi che tutti la usino non è politica della mobilità: è un modo per scaricare la responsabilità sull'utente più vulnerabile della strada. Finché le piste ciclabili italiane rimarranno spesso inadeguate, discontinue e mal mantenute, il conflitto tra automobilisti e ciclisti continuerà ad alimentarsi di incomprensioni e occasioni mancate. Il problema non è il ciclista che pedala in strada: è un Paese che non ha ancora deciso davvero di investire nella sicurezza di chi va in bicicletta."
𝗜𝗹 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗶𝗻 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗽𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗻𝘁𝗼: 𝗰𝗵𝗶 𝗵𝗮 𝗿𝗮𝗴𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼
Quante volte un automobilista ha stretto il volante con irritazione vedendo un ciclista pedalare in carreggiata con una pista a fianco apparentemente vuota? È uno dei malintesi più diffusi sulle strade italiane e nasce da un equivoco che il Codice della Strada non aiuta a chiarire con semplicità. L'articolo 182, comma 9, stabilisce che i velocipedi devono transitare sulle piste loro riservate quando esistono, e l'obbligo è reale. La parola chiave, però, è riservate: l'obbligo scatta solo per le piste ciclabili esclusive, segnalate dal cartello circolare blu con la sola bicicletta bianca. Le cosiddette piste ciclopedonali promiscue, dove ciclisti e pedoni condividono lo stesso spazio segnalato dal cartello con pedone e bicicletta sovrapposti, non generano alcun obbligo di utilizzo. In Italia, la stragrande maggioranza di ciò che chiamiamo pista ciclabile è in realtà un percorso promiscuo: da qui nasce quasi tutta la confusione.
Ma anche dove l'obbligo esiste formalmente, la realtà delle infrastrutture racconta spesso una storia diversa. Fondi dissestati, radici di alberi che sollevano il manto, incroci ravvicinati con strade secondarie, larghezze insufficienti per il sorpasso in sicurezza: una pista ciclabile in queste condizioni non garantisce protezione, e in alcuni casi espone il ciclista a rischi maggiori rispetto alla carreggiata. La legge stessa prevede esimenti esplicite all'obbligo in presenza di scarsa manutenzione, visibilità insufficiente o pericoli sulla pista, ragioni che un tribunale può riconoscere come valide in caso di contestazione della multa. Un ciclista che pedala a 35 chilometri orari su un percorso pensato per chi passeggia a 10 non è un trasgressore arrogante: è qualcuno che ha valutato, spesso a ragione, che quella pista non è adatta al suo tipo di utilizzo.
La soluzione non sta nella multa al ciclista che sceglie la strada, ma in infrastrutture davvero progettate per essere utilizzate. Costruire una striscia di asfalto sgangherata sul marciapiede, infilarci il cartello blu e aspettarsi che tutti la usino non è politica della mobilità: è un modo per scaricare la responsabilità sull'utente più vulnerabile della strada. Finché le piste ciclabili italiane rimarranno spesso inadeguate, discontinue e mal mantenute, il conflitto tra automobilisti e ciclisti continuerà ad alimentarsi di incomprensioni e occasioni mancate. Il problema non è il ciclista che pedala in strada: è un Paese che non ha ancora deciso davvero di investire nella sicurezza di chi va in bicicletta.