22/10/2026
È possibile proibire la rabbia di una società senza affrontare le ragioni che la producono?
È questa la domanda che emerge di fronte al nuovo Decreto Sicurezza, varato il 20 ottobre 2026 come risposta del Governo Meloni alle recenti mobilitazioni sociali.
Il provvedimento rafforza gli strumenti penali e preventivi per la gestione dell’ordine pubblico. Tuttavia, le rivendicazioni che hanno portato migliaia di persone a manifestare riguardano problemi economici e sociali sui quali le risposte istituzionali appaiono ancora insufficienti.
La protesta delle lavoratrici e dei lavoratori del settore degli autotrasporti riguarda l’aumento dei costi del carburante e dei collegamenti marittimi e chiede interventi sulle accise, sui crediti d’imposta e sui costi dei traghetti.
Al centro delle rivendicazioni studentesche ci sono invece il definanziamento denunciato dai movimenti, il deterioramento degli edifici scolastici, il costo dei trasporti e del materiale didattico e le difficoltà di accesso al diritto allo studio. Con lo slogan «Più aule e meno bombe», studentesse e studenti contestano le priorità di spesa del Governo, contrapponendo le necessità dell’istruzione all’aumento degli investimenti militari.
Quando le richieste sociali ricevono prevalentemente risposte coercitive, il rischio è che aumenti la distanza tra cittadinanza e istituzioni. La sicurezza, in questa prospettiva, riguarda anche la fiducia nelle istituzioni, l’effettivo esercizio dei diritti e la possibilità di partecipare alle decisioni collettive. Limitare le manifestazioni del conflitto senza risolverne le cause confonde il mantenimento dell’ordine con la costruzione di una società più sicura.
Dove, invece, una società più sicura si costruisce anche attraverso la qualità del lavoro, l’accesso ai diritti, la partecipazione democratica e la capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni collettivi.
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