08/05/2026
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Ieri mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere tantissimo su quanto, nel diabete di tipo 1, il rapporto tra tecnologia e percezione corporea sia molto più complesso di quello che immaginiamo.
Ero in macchina e all’improvviso ho iniziato a sentirmi strana. Mi era venuta quella classica sudarella improvvisa, sentivo una debolezza particolare nelle braccia, perdita di forza e anche la vista aveva iniziato a diventare un po’ offuscata.
Era una sensazione molto precisa, quella sensazione che, almeno nel mio caso, riconosco subito.
“𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻’𝗶𝗽𝗼𝗴𝗹𝗶𝗰𝗲𝗺𝗶𝗮.”
Arrivo sotto casa, guardo il sensore:
107 mg/dL.
Mi fermo un attimo, perché qualcosa non tornava.
I sintomi erano troppo chiari per ignorarli, quindi decido di fare anche una glicemia capillare direttamente in macchina:
123 mg/dL.
E lì iniziano i dubbi.
Perché razionalmente avevo due valori che non indicavano ipoglicemia, ma fisicamente continuavo a sentirmi esattamente come quando sono bassa.
E c’era anche un altro dettaglio, io non raggiungo quasi mai glicemie molto basse, quindi quella sensazione era troppo riconoscibile per non ascoltarla.
Così, nonostante quei valori, ho deciso comunque di prendere zucchero e mi sono detta:
“se poi si alza troppo, ci penserò dopo.”
Entro in casa e nel giro di pochissimi minuti inizio a sentirmi ancora peggio, a quel punto capisco che qualcosa non torna davvero.
Rifaccio immediatamente la glicemia capillare:
57 mg/dL.
Ed è stato interessante ma soprattutto rassicurante, vedere come il mio corpo stesse già comunicando tutto molto prima che i numeri riuscissero davvero a mostrarlo.
E credo che una parte importante di questo sia il fatto che, fortunatamente, io riesca ancora a percepire molto bene i sintomi dell’ipoglicemia.
Non sempre succede, e non tutte le persone riescono a mantenere questa percezione nel tempo.
Alcune persone con diabete conservano ancora una buona percezione adrenergica e neuroglicopenica dell’ipoglicemia, riuscendo a riconoscere segnali corporei molto precoci prima ancora che il quadro sia completamente evidente dai valori.
Ed è qui che, secondo me, esiste una delle parti più complesse della gestione del diabete di tipo 1.
Non significa che il problema sia la tecnologia, anzi!
Il CGM (Continuous Glucose Monitoring) è uno strumento straordinario e ha cambiato la vita di moltissime persone, compresa la mia.
Ma la fisiologia reale non sempre segue tempi perfettamente sincronizzati con quelli della tecnologia. Il sensore misura il glucosio interstiziale e durante variazioni glicemiche rapide possono esistere discrepanze temporanee rispetto alla glicemia ematica.
Ma ieri mi ha colpito anche un’altra cosa,
inizialmente persino la glicemia capillare non stava ancora mostrando completamente ciò che il mio corpo stava già percependo.
Ed è interessante notare che, probabilmente, il sensore stava già intercettando prima ciò che la glicemia capillare inizialmente non aveva ancora mostrato completamente.
Per questo credo che corpo e tecnologia non dovrebbero mai essere vissuti come elementi separati. L’interpretazione nasce dall’integrazione di diversi segnali:
▪︎numero
▪︎trend
▪︎contesto
▪︎sintomi
▪︎esperienza
▪︎percezione corporea
Tutto insieme.
Perché il corpo non è soltanto qualcosa che “subisce” il diabete ma comunica con noi continuamente.
E forse una delle cose più profonde che impariamo vivendo questa patologia è proprio questa...
non leggere soltanto dei numeri, ma imparare, nel tempo, a riconoscere anche il linguaggio del proprio corpo.
Con cura❤️