21/07/2026
✊ PRESIDIO A VERONA - CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE, PER ABDERRAHIM, PER MOUSSA
👉21.07.2026 - h.19.00 / 21.00 in Piazza dei Signori
Domenica 19 luglio hanno tolto il respiro ad Abderrahim Fakir mentre lo chiedeva a voce alta. Bloccato a terra dalla polizia nel quartiere Pilastro di Bologna, in una giornata che ha toccato i 35 gradi, urlava ‘aiuto, basta’. Aveva poco più di 40 anni era arrivato in Italia da bambino. Aspettava ancora una risposta alla sua domanda d'asilo, dopo una vita intera passata qui, dopo aver messo su un'impresa, una famiglia, un'esistenza fatta di cose normali — lavoro, affetti, una casa.
A Verona, invece, il 20 ottobre 2024 un agente della Polfer ha sparato tre colpi alla stazione di Porta Nuova e ha ucciso Moussa Diarra. Aveva 26 anni, veniva dal Mali, e in quel momento stava attraversando una crisi. La procura ha chiesto l'archiviazione, "legittima difesa", che è stata respinta. La famiglia e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra continuano a chiedere che qualcuno guardi davvero cosa è successo quella mattina.
È la stessa storia che si ripete, a mesi di distanza, sul corpo di un altro uomo che ha gridato aiuto e non è stato ascoltato.
Bisogna dirlo chiaramente: quella posizione — a pancia in giù, polsi e caviglie legati, il peso di qualcuno sulla schiena — non è una tecnica come un'altra. Da anni medici e sentenze la riconoscono come una delle cause più comuni di morte durante un fermo. Schiaccia il torace, impedisce ai polmoni di aprirsi, e se la persona è già agitata, sotto sforzo, il cuore può fermarsi di colpo. Ha anche un nome, questa cosa: sindrome da contenzione. Si conosce da decenni. Eppure continua a essere gestita da agenti che — lo scrive la stessa CEDU nella sentenza sul caso Magherini — spesso non sono formati.
E secondo le prime ricostruzioni sulla morte di Fakir, sulla scena non c'erano solo agenti. C'erano anche i sanitari del 118, operatori predisposti a salvare delle vite e invece, arrivati minuti prima che l'uomo smettesse di muoversi e di gridare sono rimasti a guardare per lunghi minuti prima di intervenire. Lo diciamo non per puntare il dito su un singolo agente o un singolo operatore, perché il problema è più grande: Fakir, Diarra, nomi diversi, uguale esecuzione. Quella eseguita da un paese che tratta le persone con background migratorio come corpi da controllare, contenere, sfruttare o eliminare, secondo la convenienza del momento. È nelle prassi mai cambiate nonostante le condanne, e in quelle istituzionalizzate: nelle leggi, nelle code fuori dalle questure, nella precarietà documentale permanente, nell’impossibilità di trovare sicurezza nella propria quotidianità.
Scendiamo in piazza per chi non c'è più, e per chi è ancora vivo e viene ogni giorno marginalizzato, sfruttato e umiliato.
Per chiedere verità e giustizia.
Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Verità e giustizia per Moussa Diarra.
Laboratorio Autogestito Paratod@s
Circolo Pink
Osservatorio di Comunità
Mediterranea Saving Humans di Verona
Adl Cobas
Rete Tumulto Pride.