19/06/2026
Torino, 29 aprile 1955. Alcune bambine giocano sulle rive della Dora, vicino al ponte Rossini. Una scivola e cade in acqua, proprio nel punto in cui il fondo si infossa in una buca e la corrente gira in mulinelli. La piccola va sotto una volta, riemerge, grida. Dei passanti accorrono, ma nessuno se la sente di buttarsi.
Allora si lancia lui: un grosso cane randagio, anziano ma ancora robusto, fino a un attimo prima intento a frugare tra i rifiuti in cerca di cibo. Sporco, senza collare, senza padrone. In pochi secondi raggiunge la bambina, le afferra il vestito con i denti, e lei gli si aggrappa al dorso. Tornano a riva insieme. Quel cane senza nome, di lì a poco, tutti lo chiameranno Lupo.
Si scopre poi la sua storia: Lupo era stato il cane di un vecchio pensionato paralitico, e ne tirava la carrozzella. Morto il padrone, nessuno si era più curato di lui. Dopo il salvataggio viene affidato a Giuseppe Maggiora, un suonatore ambulante. Ma dopo una settimana Lupo scappa.
Maggiora lo cerca ovunque. Quando torna da un lavoro fuori città corre al canile municipale. Troppo tardi: "È morto. L'abbiamo soppresso due ore fa con il gas. Visto che nessuno lo reclamava". Erano passati i tre giorni previsti dal regolamento.
La morte di Lupo indigna l'Italia intera. Venticinquemila cinofili firmano, arrivano lettere e proposte da tutto il Paese, perfino una rivista svizzera manda un inviato. Il sindaco Amedeo Peyron porta da tre a sette i giorni di attesa prima della soppressione. Sarà solo l'inizio: la legge che vieta di uccidere i randagi arriverà nel 1991.
Oggi, 71 anni dopo, la Circoscrizione 7 di Torino ha votato all'unanimità una targa per Lupo, da posare proprio vicino al ponte Rossini. Dove un cane di nessuno salvò una bambina, e nessuno riuscì a salvare lui.