04/01/2026
Non sono d'accordo perché separare le persone con disabilità o con un diverso funzionamento è stato spesso equivalente a "ghettizzare" perché se non eri funzionale ,allora non eri ....Sarebbe meglio avere delle scuole che,intanto non cadano sugli studenti pezzo per pezzo,e che aprano loro le porte della curiosità e del pensiero laterale. Perché alla società serve gente che sappia pensare allo Stato No e il problema sta tutto lì.
Mi chiamo Carlo, ho superato i sessant’anni e per molto tempo ho pensato che quello che mi era successo a scuola fosse solo sfortuna. Poi ho capito che era storia, nel senso più duro del termine.
Negli anni Settanta frequentavo una classe differenziale.
Oggi il nome suona strano, quasi irreale, e infatti molti non sanno nemmeno cosa fosse. All’epoca, invece, era una realtà concreta della scuola italiana. Le classi differenziali erano classi separate, presenti soprattutto nelle elementari e nelle medie, dove finivano i bambini considerati “inadatti” al ritmo della classe ordinaria. Non serviva una diagnosi. Bastava essere lenti, irrequieti, poveri, o semplicemente diversi.
Io ero sovrappeso, timido, con difficoltà a concentrarmi. Provenivo da una famiglia complicata. Tanto è bastato.
Un giorno non sono più entrato nella mia classe: mi hanno spostato. Senza spiegazioni vere. Solo un “qui starai meglio”.
Non era vero.
In quella classe non eri uno studente: eri un problema da gestire. Le aspettative erano bassissime, l’idea di futuro ancora più bassa. E nel resto della scuola lo sapevano tutti. Essere “della differenziale” era un marchio. Il bullismo non aveva bisogno di inventarsi nulla: era già autorizzato.
Ricordo il bagno come un luogo di paura. I ragazzi delle classi “normali” ci aspettavano lì. Minacce, prese in giro, umiliazioni. Nessuno interveniva davvero, perché in fondo eravamo quelli su cui si poteva chiudere un occhio.
In quinta elementare provarono a reinserirmi in una classe comune, anche perché in quegli anni le classi differenziali stavano cominciando a essere messe in discussione. C’era un cambiamento nell’aria, ma io portavo addosso tutto quello che avevo assorbito prima. Non ero diventato più forte. Ero solo più esposto.
Poco dopo, nel 1977, arrivò la Legge 517. All’epoca non ne conoscevo il nome, ma ne sentii gli effetti. Quella legge abolì le classi differenziali e affermò un principio nuovo per la scuola italiana: nessun alunno deve essere separato, la scuola deve adattarsi agli studenti, non il contrario. Da lì nacque l’idea di integrazione e, più avanti, dell’insegnante di sostegno.
Io, però, avevo già accumulato anni di ritardo, rabbia, disordine.
Alle scuole medie i miei genitori presero una decisione netta: mi iscrissero a una scuola cattolica, gestita da suore. Disciplina rigorosa. Regole chiare. Nessuna indulgenza. Compiti tanti, richiami continui. All’inizio mi sembrò un’altra forma di accanimento.
Solo più tardi ho capito che non mi stavano separando: mi stavano tenendo dentro. Dentro una classe, dentro un percorso, dentro un’idea di futuro. Non mi abbassavano l’asticella: la alzavano, costringendomi a salirci.
Quelle suore non mi hanno salvato perché erano gentili.
Mi hanno salvato perché non hanno rinunciato a me.
Oggi, quando sento parlare di inclusione come se fosse una parola recente, penso alle classi differenziali. Penso a me e so che abolirle non è stato solo un atto burocratico, ma una scelta morale.
Perché non esistono bambini da separare: esistono scuole che devono imparare a reggere la complessità.