02/06/2026
Nel giorno della festa della Repubblica, facciamo nostro il contributo dell'avvocato Marcello Fagioli, che ringraziamo per la disponibilità e la gentilezza.
Ricordiamo così il contributo femminile alla costruzione della nostra Repubblica, nell' ottantesimo anniversario del primo voto alle donne.
La nostra regione è stata un vero e proprio laboratorio di progresso civile. Prima ancora del suffragio universale, le Marche sono state la culla di pensatrici e pioniere fondamentali. Basti pensare alla jesina Maria Montessori, che nel 1906 lanciò dalle pagine del settimanale "La Vita" un appello per l'epoca "eversivo": "Donne tutte, sorgete! Chiedete il voto politico..."
Rispondendo all'appello montessoriano, nel marzo 1906 nove maestre di Senigallia e una di Montemarciano presentarono domanda di iscrizione nelle liste elettorali alla commissione elettorale di Jesi che l’accolse.
Lo fecero primariamente appellandosi alla legge che consentiva l'iscrizione a chi sapeva leggere, scrivere e pagava un'imposta, e che riconosceva i maestri tra le categorie idonee.
Le dieci maestre erano donne che portavano l'istruzione nei borghi marchigiani sfidando i pregiudizi dell'epoca.
La procura generale fece ricorso contro la decisione della commissione elettorale di Jesi.
Il 25 luglio 1906, la Corte d'Appello di Ancona, presieduta dall'insigne giurista Lodovico Mortara, emise una sentenza rivoluzionaria.
Mortara stabilì che, poiché nessuna legge dello Stato escludeva esplicitamente le donne dal voto politico - la legge comunale e provinciale del 1888 le escludeva espressamente solo dal voto amministrativo -, il diritto doveva essere loro riconosciuto.
Grazie a questa pronuncia, per la prima volta in Italia dieci donne vennero iscritte a pieno titolo nelle liste elettorali. Ma la procura generale, non paga, propose ricorso in cassazione e la suprema Corte, dopo dieci mesi lo accolse; dunque rimasero iscritte per soli 10 mesi ma non poterono in questo lasso di tempo esercitare il diritto di voto perché non vi furono elezioni politiche.
Ma la spinta all'emancipazione e alla giustizia nelle Marche non si è mai limitata alle sole aule di tribunale del 1906. Essa si è sempre nutrita di una profonda, viscerale vocazione pacifista e antimilitarista, che ha visto la nostra terra ribellarsi contro l'orrore delle guerre coloniali. Penso ai drammatici fatti del giugno 1920 alla Caserma Villarey di Ancona.", l’attuale sede di economia.
Nella notte tra il 25 e il 26 giugno 1920, i militari dell'11° Reggimento Bersaglieri si ammutinarono. Si rifiutarono cioè, categoricamente, di imbarcarsi per Valona, in Albania, dove lo Stato italiano li mandava a morire e a uccidere per difendere una sanguinosa occupazione coloniale. Fu un grido unanime: 'Non un uomo, non un soldato per la guerra di Valona!'
Quel rifiuto non rimase chiuso dentro le mura della caserma. I portuali di Ancona, i ferrovieri e i cittadini riconobbero in quei giovani soldati i propri figli. Si mobilitarono in massa, erigendo barricate e incrociando le braccia in uno sciopero generale che incendiò la regione. Fu un atto di obiezione di coscienza collettiva e pacifista.
La reazione dello Stato a quel moto di pace fu durissima e portò, nel 1922 ad Ancona, a un maxi-processo politico contro i bersaglieri e i civili ribelli. In quell'aula di giustizia, a difendere il diritto di dire di no alla guerra, ci fu una figura straordinaria: Elisa Comani, la prima donna iscritta all'Ordine degli Avvocati di Ancona nel 1919, grazie proprio alla legge, voluta da Mortara, ministro di grazia e giustizia del governo Nitti, che ammetteva le donne all’esercizio dell’avvocatura.
Suffragetta, socialista e giurista eccezionale laureatasi a Camerino, la Comani sfidò i pregiudizi di una magistratura e di una stampa conservatrice che, non potendo attaccarne la competenza, la derideva definendola una 'sirena in décolleté'. Eppure fu lei a patrocinare con passione la difesa di alcuni di quei giovani che avevano rifiutato le armi.
C'è dunque un legame indissolubile tra il 1906 (la vicenda del dieci maestre di Senigallia e Montemarciano) e il 1922: le maestre marchigiane avevano lottato per entrare nello Stato; Elisa Comani usò il diritto per difendere chi, da quello Stato, rifiutava di farsi mandare al macello.
Questo cammino di civiltà e di pace ha trovato poi la sua massima espressione negli anni bui dell'occupazione nazi-fascista.
Voglio ricordare con decisione il contributo straordinario e troppo spesso taciuto delle donne nella resistenza.
E’ ormai assodato che le donne votarono per la prima volta alle elezioni amministrative dell’aprile 1946, indi al referendum istituzionale Monarchia/Repubblica e all'elezione dell’assemblea costituente il 2 giugno, ma nel 1944 in Piemonte, nella Val D’Ossola si costituì la prima repubblica partigiana, la “Repubblica Ossolana”. Durò appena 40 giorni. Ministra della pubblica istruzione e dei servizi sociali fu una partigiana, Gisella Floreanini, nome di battaglia Amelia Valli. Segretario generale di questa Repubblica fu Umberto Terracini che qualche anno dopo mise la sua firma in calce alla Costituzione.
Nelle nostre Zone, Cantiano, Urbino Fermignano, Sant'Angelo in Vado, Mercatello e Borgo Pace – la Resistenza non è stata solo una questione di armi, ma una rete invisibile e potente di cura, protezione e solidarietà logistica interamente retta dalle donne.
Erano le madri, le sorelle, le contadine a sfamare i partigiani, a nascondere i giovani renitenti alla leva che rifiutavano di arruolarsi con i fascisti, a curare i feriti e a trasportare, come staffette, messaggi importanti rischiando la vita e sfidando i rastrellamenti. Senza quel quotidiano, silenzioso e rischiosissimo eroismo femminile la lotta di Liberazione non sarebbe stata possibile. È anche da quella solidarietà “montana” che è nata la nostra democrazia.
Ed è proprio da questo entroterra montano, da questa terra di fatiche e di fiera dignità, che emerge Adele Bei, una delle ahimè sole 21 'Madri Costituenti' elette nel giugno del 1946.
Una donna che conobbe la fame, il lavoro nei campi a 12 anni, la clandestinità e l'esilio. Condannata dal Tribunale speciale, scontò quasi 8 anni di durissimo carcere e il confino a Ventotene.
Elette all'Assemblea Costituente, quelle 21 donne – superando le divisioni ideologiche tra cattoliche, comuniste e socialiste – unirono le forze per dare all'Italia una democrazia reale e inclusiva. Il loro contributo ha cambiato per sempre l'architettura dei diritti nel nostro Paese:
Sintetizzando, fu grazie alla determinazione di Lina Merlin che vennero inserite le parole "senza distinzione di sesso" nell’art 3/1° comma e “di fatto” nel secondo, aggiunte che hanno reso l'uguaglianza formale e sostanziale un pilastro fondamentale della Repubblica.
Le Costituenti scardinarono il vecchio modello patriarcale imposto dal codice civile del 1942. Imposero il principio dell'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art 29), una rivoluzione che equiparava finalmente la moglie al marito; si batterono strenuamente perché l’art 37 prevedesse che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni del lavoratore, garantendo al contempo la tutela della maternità; lottarono per garantire alle donne l'accesso a tutti gli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, aprendo la strada – seppur dopo anni di successive battaglie – all'ingresso delle donne in magistratura.
La nostra regione, dunque, ha tracciato con coraggio la rotta della democrazia, della pace e dell'uguaglianza. Abbiamo l'onore e il dovere di ricordare queste figure che, dal basso dei nostri borghi e delle nostre montagne, hanno contribuito a cambiare per sempre il destino civile dell'intera nazione.
Fonti principali: Giorgio Bocca “una repubblica partigiana” - Romano Canosa, Il Giudice e la donna edizione Mazzotta; “Donne e diritti” a cura di Nicola Sbano – edizione “il Mulino”.