09/10/2026
È arrivata una notizia bellissima, che restituisce di colpo un po’ di speranza e giustizia.
Il Premio Nobel per la Pace 2026 è andato a Navanethem Pillay, per tutti Navi, la giudice internazionale di giustizia dell’Aia ed ex presidente della Commissione d’inchiesta ONU su Gaza che ha avuto il coraggio e l’autorevolezza per definire quello palestinese un “genocidio”.
Ha 85 anni, una vita intera passata a difendere i diritti degli ultimi.
La donna che più di ogni altra rappresenta l’opposto, per storia, cultura, valori, del bullo americano che anche quest’anno si era auto-assegnato in anticipo il Nobel.
Le prime parole di Navi Pillay, una volta ricevuta la notizia, sono state queste:
“A Gaza abbiamo chiamato le cose col loro nome”.
Ma per capire la grandezza di questa donna bisogna partire da lontano.
Navi Pillay è nata nel 1941 a Durban, in Sudafrica, in una famiglia di origini indiane, quando il suo Paese era ancora dominato dalla segregazione razziale.
È cresciuta sotto l’Apartheid, ha conosciuto sulla propria pelle le discriminazioni e ha deciso anche per questo di dedicare la vita a combattere quelle degli altri.
È diventata avvocata quando essere donna e non bianca significava avere praticamente tutte le porte sbarrate. Ha difeso gli oppositori del regime razzista, compreso Nelson Mandela, ed è stata la prima donna non bianca a diventare giudice dell’Alta Corte sudafricana.
È arrivata, un passo alla volta, dopo una lunga gavetta, ai vertici della giustizia internazionale, occupandosi dei crimini più terribili della nostra epoca, su tutti il genocidio in Ruanda, fino a diventare Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
E infine è diventata presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi occupati e su Israele.
È in questa veste che, nel settembre 2025, dopo due anni di indagini, ha pronunciato parole a suo modo storiche:
“La nostra conclusione è netta: Israele ha commesso un genocidio contro i palestinesi a Gaza”.
La Commissione ha individuato responsabilità dello Stato israeliano e ha accusato i suoi massimi dirigenti, tra cui Netanyahu, Herzog e Gallant, di “incitamento al genocidio”.
L’hanno attaccata per questo, infangata, offesa, ma lei ha sempre mantenuto le proprie posizioni giustificandole con gli atti e le prove concrete.
Questo premio è il riconoscimento a una carriera straordinaria ma anche e soprattutto alla causa che questa donna ha incarnato.
È un premio collettivo, che abbraccia e riguarda anche la relatrice ai territori palestinesi occupati Francesca Albanese, che ha dato un contributo decisivo a questo risultato.
Oggi è un gran giorno.
Con tanti saluti a Trump a per tutti i cheerleader di casa nostra che lo avevano già incoronato.
Per fortuna esiste ancora un po’ di decenza e dignità nel mondo.
E, se questo premio ha un senso, è quello di smuovere le cose e cambiare l’agenda politica dei governi complici e silenti.
Allora sì, sarà servito davvero.