14/05/2026
Veglia di preghiera per il superamento dell’omolesbobitransfobia.
Atei e cattolici assieme.
Due punti di vista per un obiettivo comune.
L’accoglienza.
C’è qualcosa di particolare nelle veglie.Le veglie non sono conferenze.
Non sono dibattiti.
Non sono luoghi dove si va per avere ragione.Sono spazi di ascolto.
Di silenzio.
Di verità.
E forse è per questo che essere qui, questa sera, per me ha un significato profondo.
Essere qui oggi per me è stupefacente.
Una atea sbattezzata non credente appartenente alla comunità LGBTQIA+ in
una comunità cattolica.
A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare un errore ma a un occhio attento
Direi proprio di no.
E questa cosa, da sola, racconta già qualcosa di importante.
Racconta che gli esseri umani possono incontrarsi anche attraversando differenze profonde.
Racconta che ci si può riconoscere nella comune fragilità.
Racconta che la dignità di una persona viene prima di qualsiasi appartenenza.
Il titolo di questa veglia dice:
“Non temere, io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome.”
E io credo che molte persone LGBTQI+ abbiano desiderato, almeno una volta nella vita, di sentirsi chiamare così.
Per nome.
Non con un insulto.
Non con un’etichetta.
Non con il peso del giudizio.
Ma con la delicatezza con cui si chiamano le persone amate.
Perché c’è una stanchezza profonda nel dover sempre spiegare chi si è.
Nel sentirsi continuamente osservati.
Corretti.
Messi in discussione.
E c’è invece qualcosa che salva quando qualcuno ti guarda davvero.
Quando qualcuno smette di chiederti di essere diverso.
Quando qualcuno ti dice:
“Non avere paura.”
Io questa paura l’ho incontrata tante volte.
Come madre.
Come attivista.
Ma anche nella mia storia personale.
Quando un incidente stradale mi ha frantumato la vita strappandomi mio marito mi sono sentita persa.
Non mi sentivo più una persona, ma una vedova con tre figlie e nessun futuro.
Mi ha salvata l’abbraccio di una comunità che ora considero famiglia.
Una famiglia che legalmente non ha un nome ma che io amo chiamare la famiglia q***r.
Ragazzi e ragazze , uomini e donne che non mi hanno mai lasciata sola e per i quali ho deciso di
rimettermi in cammino . Loro sono stati e sono la mia forza.
Ho imparato che le vite vere raramente entrano dentro categorie semplici.
In questi anni di attivismo.
Ho incontrato ragazzi che tremavano prima di parlare ai propri genitori.
Madri che piangevano perché avevano paura per i loro figli.
Padri che non trovavano le parole, ma cercavano comunque di restare accanto.
E poi, lentamente, ho visto succedere qualcosa.
Ho visto l’amore diventare più forte della paura.
Ho visto persone rifiorire quando finalmente smettevano di nascondersi.
Quando potevano respirare.
Quando potevano dire:
“Questa sono io.”
“Questo sono io.”
Credo che nessuno possa vivere davvero senza essere riconosciuto.
E riconoscere una persona significa prima di tutto questo:
vederla.
Ascoltarla.
Chiamarla per nome.
Senza pretendere di cambiarla.
Senza costringerla a meritarsi dignità.
Senza trasformare la sua esistenza in un problema da discutere.
Forse una veglia serve proprio a questo.
A ricordarci che esistono ferite invisibili.
Che esistono solitudini silenziose.
Che esistono persone che hanno passato anni a pensare di essere sbagliate.
E allora stare qui, insieme, questa sera, ha un valore grande.
Perché dice che nessuno dovrebbe affrontare quella paura da solo.
Io non so parlare di fede.
Non sarebbe autentico.
Ma so riconoscere la cura.
La compassione.
La presenza umana quando si fa accoglienza vera.
E so che ogni volta che una persona viene accolta senza dover rinunciare a sé stessa, succede qual-cosa di profondamente umano.
Qualcosa che assomiglia alla pace.
Vorrei allora che da questa sera restasse soprattutto questo.
L’idea che ogni persona abbia diritto a vivere senza paura.
Senza vergogna.
Senza nascondersi.
E che ciascuno di noi possa essere, per qualcuno, una voce capace di dire:
“Non temere.”
Una presenza capace di restare.
Uno sguardo capace di riconoscere.
Un luogo dove sentirsi finalmente chiamati per nome.