09/09/2026
CASE DELLA COMUNITÀ:
SERVONO NUOVE ASSUNZIONI, SERVIZI E TRASPARENZA
Il dibattito sulle Case della Comunità rischia di imboccare una strada sbagliata: quella della contrapposizione tra professioni sanitarie e organizzazioni sindacali, come se da una parte ci fosse chi vuole innovare e dall’altra chi frena il cambiamento.
La Cgil di sicuro non intende frenare. Anzi: consideriamo le Case della Comunità un’opportunità fondamentale per rafforzare la sanità territoriale e avvicinare i servizi ai cittadini. Non crediamo però che ci si possa fermare al numero di sedi inaugurate: una Casa della Comunità non è un edificio ristrutturato nel quale trasferire servizi già esistenti, né coincide con l’intera sanità territoriale, fatta anche di assistenza domiciliare, medici di medicina generale (Mmg), servizi sociali, salute mentale, consultori, prevenzione, cure palliative. Concentrandosi soltanto su ciò che avviene dentro alla Case, si rischia di dimenticare tutto il mondo che resta fuori: anziani soli, malati cronici, cittadini che rinunciano alle cure o senza medico di base.
Quanto ai numeri, su un totale nazionale previsto di 1.715 Case della Comunità, al 31 dicembre 2025, secondo i dati Agenas, 781 avevano almeno un servizio attivo, ma soltanto 66 avevano attivato tutti quelli obbligatori. In Fvg il monitoraggio indicava 32 strutture programmate e 30 con almeno un servizio attivo. Solo un terzo, però, dichiaravano una presenza medica e infermieristica adeguata. E nessuna era in grado di garantire contemporaneamente tutti i servizi obbligatori.
I dati sono migliorati? Bene, e invitiamo la Regione, le Aziende sanitarie, gli Ordini e tutti coloro dispongono di informazioni più recenti a renderle note e aperte al confronto pubblico. Ai cittadini bisognerebbe spiegare, ad esempio, se c’è una riduzione degli accessi impropri ai Pronto soccorso, quali nuovi servizi siano stati attivati nelle Case, come siano stati coinvolti i Comuni, il terzo settore, le associazioni, le comunità. Porre domande come queste non significa ostacolare la riforma: significa chiedere che venga valutata sulla base dei servizi garantiti ai cittadini.
Ordini professionali e sindacati hanno funzioni differenti: gli ordini vigilano sulla qualità e sulla correttezza dell’esercizio professionale; i sindacati devono contrattare l’organizzazione del lavoro, gli orari, la sicurezza e le retribuzioni. Non si tratta di materie estranee all’interesse dei cittadini: sono le condizioni che rendono possibile l’erogazione dei servizi. Una presenza sanitaria h 24, infatti, si garantisce assumendo il personale necessario, organizzando turni sostenibili, assicurando strumentazioni adeguate, definendo protocolli e responsabilità.
Secondo quanto ci viene segnalato, in diverse Case della Comunità opera personale spostato da servizi già operativi, quindi a scapito delle attività preesistenti. In alcune sedi, inoltre, l’unico medico presente avrebbe incontrato difficoltà persino nel collegarsi ai sistemi informatici. Al di là dei casi singoli, le potenzialità restano largamente inespresse. Con il rischio di porre in essere, più che un rafforzamento del territorio, una semplice redistribuzione dei servizi e della loro carenza.
La distanza tra la realizzazione delle Case e la loro piena operatività, del resto, è un problema nazionale. Gli edifici non bastano: servono modelli organizzativi capaci di far lavorare realmente insieme medici, infermieri, specialisti, assistenti sociali. La contrattazione può aiutare a trovare soluzioni e la riapertura del tavolo tra la Regione e i sindacati dei Mmg, finalizzato al loro ingresso nelle Case della Comunità entro ottobre, è un segnale importante.
Il muro contro muro non serve, la strada è quella del confronto. E il confronto richiede dati certi. Ecco perché proponiamo di pubblicare periodicamente, per ogni Casa della Comunità, un quadro trasparente del personale aggiuntivo, dei rapporti di lavoro, degli orari garantiti, dei servizi attivi, degli utenti presi in carico, dei tempi di attesa. A questo deve affiancarsi un vero piano regionale delle assunzioni e un tavolo permanente che coinvolga Regione, aziende sanitarie, professionisti, sindacati, Comuni, associazioni e cittadini.
Le Case della Comunità non hanno bisogno di tifoserie e contrapposizioni corporative o politiche. Hanno bisogno di persone, risorse, organizzazione e trasparenza. E segnalare le criticità non significa resistere all’innovazione: significa impedire che una grande opportunità per la sanità pubblica si fermi alla riproposizione di ciò che già esisteva con nuove insegne ed edifici tirati a lucido.
Andrea Traunero, segretario generale Fp Cgil Fvg