10/06/2026
Per Cesare Ciacci… 20 anni dopo. - Giulio Vittorangeli (Ass.ne Italia_Nicaragua Circolo di Viterbo).
Era il 10 giugno del 2006 quando, il compagno dell’Associazione Italia-Nicaragua, Cesare Ciacci inaspettamente ed improvvisamente ci lasciava. Una morte secca, imprevista, inaspettata, una frattura totale, un colpo alla testa. Solo una concezione banale e un pò ipocrita della vita può sostenere che la morte sia il suo esisto, la sua espressione normale. Mentre è solo e sempre scandalo, offesa, evento che espropria, nemico, perché intimamente altro dalla vita e non la sua anima o il suo volto. La vita (scriveva Virginia Woolf) questo alone luminoso, involucro semitrasparente che ci racchiude dall’alba della coscienza fino alla fine. Pertanto è la morte nemica della vita e dei viventi e non il contrario.
Cesare, nel 2006, aveva da poco concluso con Angela Di Terlizzi, la cura del libro “Que linda Nicaragua” (Fratelli Frilli Editori, Genova) per conto della nostra Associazione, precedentemente ne era stato Coordinatore in Nicaragua in uno degli anni più difficili e cioè durante la fase di transizione seguita alla imprevista sconfitta elettorale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale avvenuta il 25 febbraio 1990. Da quella esperienza ne sarebbe scaturito un suo diario “Proposiciones” presentato nel 2000 all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano dove viene inserito nella lista d’onore.
Per chi vuole conoscere sinteticamente la sua vita, il suo impegno politico e umano, dalle lotte studentesche ai movimenti giovanili degli anni Settanta, l’esperienza delle radio alternative, la solidarietà internazionale, ecc., può vedere il video pubblicato su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=KuB6sv7ImV8
Come dire allora i molti lati del prisma di un’esistenza, della persona in carne e ossa?
Quando un essere umano scompare si porta via con sé un mondo che non è stato mai visto come l’aveva visto lui e non bastano le parole di tutti i nostri dizionari per esprimere ciò che passa in un giorno nello spirito di un uomo. La malattia, il bisogno, il dolore, la morte, entrano nella nostra vita in tanti modi. È come muovere un caleidoscopio e vedere ogni volta un disegno nuovo.
Cesare aveva un humour naturale, da vero toscano, era nato a Castiglione d’Orcia (in provincia di Siena) nel 1951 e poi si era spostato a vivere in Romagna, rubando in questo arco di tempo alla vita quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presagio timore di perderla presto. Era essenzialmente un compagno, se questa antica parola che evoca una storia di solidarietà e di lotta si può ancora pronunciare senza arrossire. Compagno, uno con cui, come vuole l’etimologia della parola “cum panis”, era bello condividere il pane.
Ed è quello che abbiamo fatto materialmente ed idealmente, in quegli anni, nelle riunioni a Borgheretto, fino a diventare quel luogo un “posto nel cuore” di Italia-Nicaragua. L’ospitalità calorosa e generosa di Cesare e Patrizia (come separarli), la convivialità di pranzi e cene, davanti inevitabilmente al classico bicchiere di chianti o vin santo e gli ancor più classici cantuccini, le discussioni, il nascere delle amicizie. Tutto questo lo abbiamo vissuto fortunatamente, generosamente sulla pelle. Tutto questo faceva parte - e fa parte - della solidarietà internazionale “tenerezza dei popoli”, che non è teoria, ma una parte di noi. Quella solidarietà che ci ha dato le chiavi di rapporti illimitati, quelli cui da soli non si arriva mai, di mondi diversi, di legami tra gente che cercava di essere uguale, mai seriale, mai dipendente, mai mercificata. Di quella solidarietà che è consapevole di come l’inferno e il purgatorio si trovano quaggiù, che la giustizia tra gli esseri umani è possibile, ma è sulla terra che bisogna metterla in opera.
Osservava Bertolt Brecht che l’uomo non si ferma sul dolore altrui se non può essere d’aiuto e solo in questo caso, aggiungeva, è lecito guardare gli altri dall’alto al basso: per aiutarli ad alzarsi. O come scriveva Luigi Pintor: “Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi”. Il limite può essere il luogo in cui tutti gli esseri umani si ritrovano simili e uniti, nella solidarietà. Nel limite non c’è potere, quindi la mano viene tesa non per corrispondere al bisogno di un capitalismo compassionevole, ma per camminare insieme, per cercare la giustizia per condividere ciò che si è. Abituarci alle nostre fragilità, capire quanto sono comuni gli altri esseri umani, ci aiuta a vedere il punto di vista dell’altro e non esclude nessuno. Chi non riconosce il proprio limite invece si esclude dall’umanità, dalla solidarietà con gli altri uomini. I modelli di vita, a qualunque latitudine, che fanno della fragilità un punto di forza sono quelli da cui viene la salvezza della società, perché nessuno, che non lo voglia, resta fuori. I modelli che puntano sull’autosufficienza, l’antagonismo, il potere, invece sono destinati a pochi e per poco tempo.
Per tutto questo chiamano con disprezzo o con commiserazione, chi lotta per la giustizia e la solidarietà, utopisti e sognatori. Ma al contrario degli egoisti, gli altruisti (come Cesare) non muoiono mai; che i sogni di liberazione non si chiudono in gabbie come fossero uccelli addomesticati.
Allora, nel 2006, come Coordinamento Nazionale Italia-Nicaragua, con la consapevolezza di quanto povero è il linguaggio difronte alla morte, scrivemmo queste parole per Cesare: “La morte, l’osceno nulla che a nessuno concede scampo, lo ha tratto con sé strappandocelo per sempre. Ma il suo ricordo ci resta, e ci resta finché noi non lo lasceremo svanire. E la sua vita, la sua vita sì, è stata bella: di generosità, di condivisione, di costruzione della giustizia e della pace, qui in Italia e là in Nicaragua, per l’umanità intera, per un’umanità di liberi ed eguali. E la sua lotta, la nostra lotta continua.
Quante volte ad ogni morte di un amico e un compagno abbiamo detto queste parole: che la lotta continua. E tutte le volte di queste parole abbiamo avvertito ad un tempo la falsità e la necessità. Nulla continua quando un uomo muore: tutto è finito; non si dà tragedia più grande. Ma insieme si compie una vicenda e se questa vicenda è la vicenda di un uomo buono, essa è nuvola che reca la pioggia feconda, essa è parola e seme, essa è orma e presagio di umanità. E la lotta, la lotta allora sì, continua. Poiché nulla è perduto di quanto è stata buono, e la parte dello sforzo comune che fin qui Cesare ha recato sulle sue spalle, ora tocca a chi resta e a chi verrà ripartirla sulle proprie spalle, e recarla innanzi ancora lungo il cammino della solidarietà nazionale”.
Sono trascorsi 20 anni e la situazione internazionale è decisamente peggiorata (per usare un eufemismo) in tutti i sensi, in questo storto mondo la solidarietà internazionale in Italia si è desertificata, mentre quella del resto del mondo si è ristretta. Ma non possiamo rassegnarci ed allora diciamo “Grazie alla vita” come cantava meravigliosamente Violeta Parra, che ci ha fatto incontrare Cesare. Senza di lui il mondo sarebbe stato più disperato e più grigio. Perciò grazie Cesare carissimo, di averci attraversato come una meteora sapiente, per pochi anni e per gli altri venti che hanno seguito. Averti conosciuto è stato un privilegio. Ti ho voluto bene, ti abbiamo voluto bene. Ti ricordiamo ancora, non per piangere, ma per provare a costruire, compito piccolo e grandissimo. Ti sia lieve la terra, dolce compagno.
“Vorrei che quando muoio io / il mondo non ritenga più necessario girare, / o che tutti diventino felici / perché la ragione per essere tristi / l’avrò portata via io”