28/07/2026
"La profonda provincia europea"
Sul presidio per Fakir contro odio, razzismo di stato e violenza poliziesca ad Alessandria
Nel cuore della logistica del nord-ovest, dove il lavoro migrante sta riscrivendo il conflitto sociale e dove il caso di Fakir Abderrahim racconta come una storia nata ai margini possa parlare all'intera Europa.
Le merci non si muovono da sole.
Dietro ogni scaffale rifornito, ogni ordine consegnato, ogni camion che parte all'alba, ci sono uomini e donne il cui lavoro rimane quasi sempre invisibile. Diventano visibili soltanto quando decidono di fermarsi.
È in quel momento che ricordano a tutti che nessun diritto è mai stato conquistato senza organizzazione e senza conflitto.
La provincia di Alessandria appare periferica solo sulle carte geografiche.
In realtà è uno dei luoghi in cui l'Europa contemporanea si manifesta con maggiore nitidezza.
Qui convergono i corridoi logistici che collegano il porto di Genova ai mercati del continente; qui lavorano migliaia di persone provenienti da decine di Paesi; qui si incontrano le grandi questioni del nostro tempo: migrazioni, sfruttamento del lavoro, razzismo, crisi del welfare, riarmo e nuove forme di solidarietà.
In questo senso, è una profonda provincia europea.
Un territorio apparentemente marginale che racconta il cuore stesso dell'Europa.
Non è un caso che proprio qui si sviluppino alcune delle esperienze di conflitto sociale più significative degli ultimi anni.
Situata al centro del triangolo Genova-Milano-Torino e attraversata dai principali corridoi europei delle merci, la provincia di Alessandria rappresenta uno snodo strategico per l'approvvigionamento del Nord Ovest. Ogni giorno migliaia di lavoratrici e lavoratori, in larga parte migranti provenienti dal Pakistan, dall'India, dal Nord Africa e da altri paesi africani, movimentano merci destinate a supermercati, industrie e piattaforme distributive.
Sono il motore invisibile di un sistema economico essenziale.
Indispensabili quando producono ricchezza, invisibili quando si parla dei loro diritti.
Prima forza lavoro che persone, prima braccia da utilizzare che cittadini da ascoltare.
Negli ultimi anni proprio questi lavoratori hanno dato vita ad alcune delle mobilitazioni operaie più significative del Paese.
Scioperi, picchetti e vertenze hanno riportato il conflitto direttamente davanti ai cancelli dei magazzini, dimostrando come l'intero sistema logistico dipenda da chi quotidianamente carica, scarica e prepara gli ordini. In molti casi il sindacalismo di base, in particolare il SI Cobas, è diventato il principale punto di riferimento per rivendicare il rispetto dei contratti, della sicurezza e della dignità sul lavoro.
Ma quelle lotte hanno prodotto qualcosa che va oltre le singole vertenze.
Non è più una somma di lotte.
Sta diventando una comunità di resistenza.
Ad Alessandria, nella profonda provincia europea, associazioni, collettivi, sindacati di base, movimenti, realtà di quartiere e semplici cittadini stanno imparando a riconoscersi come parte della stessa battaglia.
Non più mobilitazioni isolate che procedono in parallelo senza incontrarsi, ma una rete capace di condividere piazze, parole d'ordine e obiettivi.
Una comunità che prova a ricostruire un'idea di solidarietà in un territorio dove le contraddizioni del presente emergono con particolare evidenza.
Perché qui le lotte della logistica hanno insegnato qualcosa che va oltre la rivendicazione sindacale.
Hanno dimostrato che il conflitto può ancora modificare i rapporti di forza e che la solidarietà nasce quando persone con storie, lingue e provenienze diverse scoprono di condividere la stessa condizione.
Da questa esperienza è cresciuta una rete che oggi tiene insieme battaglie un tempo considerate separate.
Mentre cresce chi prova a costruire solidarietà, cresce però anche chi si sente autorizzato a manifestare pubblicamente il proprio odio.
Un clima alimentato da anni di propaganda securitaria, dalla normalizzazione di linguaggi discriminatori e da un populismo che ha trasformato il disprezzo verso il più debole in opinione legittima.
Se fino a poco tempo fa certe frasi rimanevano confinate nell'anonimato dei social network, oggi vengono pronunciate senza imbarazzo nelle piazze, nei bar, per strada.
È accaduto anche durante il presidio organizzato davanti alla sede della prefettura nel centro di Alessandria per chiedere verità e giustizia per Fakir Abderrahim, il quarantaduenne morto a Bologna nel corso di un intervento delle forze dell'ordine.
Mentre la piazza ricordava un uomo e chiedeva chiarezza sulle circostanze della sua morte, un passante ha urlato: «Uno al giorno ne devono...», riferendosi ai migranti.
L'uomo è stato successivamente allontanato dalla polizia, ma quell'episodio racconta molto più di una provocazione individuale, racconta un paese in cui l'odio, quando viene ripetuto abbastanza a lungo, smette di vergognarsi di sé stesso.
Eppure quella stessa piazza raccontava anche un'altra Italia.
Circa cento persone si sono ritrovate in piazza della Libertà non soltanto per chiedere giustizia per Fakir Abderrahim, ma per affermare che i diritti non sono compartimenti stagni.
Hli interventi hanno ricomposto il mosaico delle vertenze che attraversano il territorio come il lavoro nella logistica, la sicurezza sui luoghi di lavoro, il diritto all'abitare, la difesa della sanità pubblica, il contrasto al razzismo e il rifiuto di un modello economico predatorio e guerrafondaio che continua a privilegiare il profitto rispetto alla vita delle persone.
Più interventi hanno denunciato quella che è stata definita "l'economia della guerra", un sistema che investe nel riarmo mentre riduce gli investimenti nel welfare, alimentando precarietà, disuguaglianze e nuove forme di sfruttamento.
Da qui anche la richiesta di fermare il genocidio del popolo palestinese e di interrompere ogni forma di sostegno politico, economico e commerciale a chi, secondo i manifestanti, ne è complice.
Nel corso della manifestazione è stato inoltre rilanciato l'appello al boicottaggio delle aziende considerate parte integrante di un sistema economico fondato sullo sfruttamento del lavoro, sulla speculazione e sulla produzione bellica.
Una scelta indicata come strumento concreto di pressione dal basso, insieme all'organizzazione sindacale, alle mobilitazioni e alla solidarietà tra lavoratori.
Perché ciò che sta prendendo forma ad Alessandria sembra andare oltre la singola vertenza o il singolo presidio.
Le lotte dei lavoratori della logistica hanno aperto una strada che oggi percorrono anche chi difende il diritto alla casa, la sanità pubblica, chi si batte contro il razzismo, chi chiede pace e giustizia per il popolo palestinese e chi pretende verità per Fakir Abderrahim.
In questa profonda provincia europea, dove ogni giorno passano merci provenienti e dirette verso tutto il continente, stanno passando anche idee, pratiche e forme di solidarietà che raccontano un'altra Europa possibile.
Una comunità che sembra aver compreso come lo sfruttamento del lavoro, il razzismo, la guerra e la disuguaglianza non siano problemi distinti, ma volti diversi dello stesso modello di società.
E che nessuna di queste battaglie possa essere vinta se rimane sola.
Alla manifestazione davanti alla Prefettura, organizzata dal sindacato SI Cobas Alessandria - Tortona e che contava un centinaio di partecipanti erano presenti oltre a liberi cittadini: Presidio Permanente Castelnuovo Scrivia, Casa di Quartiere, Partito della Rifondazione Comunista, SI Cobas Torino, Si Cobas Genova, Fronte Gioventù Comunista, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, Laboratorio Anarchico Perlanera, Comitato Di Lotta Per La Casa, Cub Confederazione Unitaria di Base, Coordinamento Mezz’ora per la pace, Collettivo Donne Insieme e Buzz Blog.
Il video con gli interventi sarà pubblicato nelle prossime ore.
( riceviamo e pubblichiamo questo contributo dai compagni della redazione Buzz blog già disponibile sul loro sito:
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