Giorgio Giardina - Circuiti Umani

Giorgio Giardina - Circuiti Umani Questa pagina fa parte del retrobottega del mio sito (giorgiogiardina.it)

Il sito è online. Ma non è per questo che dovresti cliccarci.Ci sei arrivato perché qualcosa si sta muovendo davvero e n...
14/04/2026

Il sito è online. Ma non è per questo che dovresti cliccarci.
Ci sei arrivato perché qualcosa si sta muovendo davvero e noi non siamo tipi da comunicati stampa.
Il nuovo sito dei Proclama è su: c'è la storia, c'è quello che stiamo registrando, c'è dove stiamo andando. Ma soprattutto, nelle prossime settimane, ci sono cose in arrivo che non abbiamo ancora detto ad alta voce.
Entra. Torna. Tienilo d'occhio.
👉 www.proclama.eu
(e se non sai ancora chi siamo — meglio così. Comincia da zero.)

Sito ufficiale dei Proclama. Dal 2010 tra Torino, palco, scrittura divergente, rock, folk, elettronica e un nuovo disco in lavorazione.

03/04/2026

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Ho 8074 follower “morti”.Non nel senso tragico: nel senso social. Silenziosi, dispersi, in pausa da mesi/anni. Gente ver...
23/02/2026

Ho 8074 follower “morti”.
Non nel senso tragico: nel senso social. Silenziosi, dispersi, in pausa da mesi/anni. Gente vera, sparsa in mezza Italia, che a un certo punto è passata di qui e poi… puf.

E invece io voglio fare una cosa semplice e ambiziosa: riaccendere Circuiti Umani.
Non come vetrina. Non come autopromozione.
Come posto dove succedono cose: storie, musica, Torino, crepe quotidiane, idee che non trovano parcheggio altrove.

Quindi oggi faccio una cosa imbarazzante ma necessaria: ti chiedo un segnale.
Anche minimo. Anche brutale.

👉 Dimmi nei commenti UNA di queste tre:

- Sei ancora qui? (scrivi solo “Presente” e la tua città)
- Cosa ti manca di più in questo periodo? (una parola sola)
- Che cosa vuoi che torni su Circuiti Umani?

*storie brevi
*musica e dietro le quinte
*post politici/civici (ma fatti bene)
*cose di Torino
*cose di chissà dove
*altro (scrivilo)

Io mi prendo una settimana e torno con un format fisso.
Ma prima devo capire una cosa: questa porta si apre ancora… o devo sfondarla?

(Se commenti, giuro che rispondo. Se condividi con un amico “disperso”, fai resuscitare anche lui.)

C’è una tecnica retorica che i governi autoritari conoscono bene: prendere un fatto grave — uno vero, uno serio — e usar...
10/02/2026

C’è una tecnica retorica che i governi autoritari conoscono bene: prendere un fatto grave — uno vero, uno serio — e usarlo come chiave universale per aprire tutte le serrature. Per chiudere tutte le porte.

I sabotaggi ferroviari del 7 febbraio sono un fatto grave. Tre linee colpite nel giorno dell’inaugurazione di Milano-Cortina, ordigni rudimentali, cavi tranciati, circolazione in tilt. La Procura di Bologna indaga per terrorismo. Bene: che indaghi, che trovi i responsabili, che li persegua con tutto il rigore della legge. Su questo non c’è discussione, non c’è ambiguità, non c’è “ma”.

La discussione comincia dopo. Comincia quando il ministro dell’Interno Piantedosi va in televisione e dice che tra i sabotaggi a Bologna, il corteo di Torino del 31 gennaio e la manifestazione di Milano del 7 febbraio “c’è una convergenza verso un unico obiettivo: il rovesciamento del governo Meloni”. Comincia quando alla Camera definisce ventimila persone che sfilano pacificamente uno “scudo per i criminali”. Comincia quando il capogruppo della Lega Romeo evoca le Brigate Rosse. Comincia quando Meloni in persona scrive sui social che chi manifesta contro le Olimpiadi è “nemico dell’Italia”.

Fermiamoci un secondo e guardiamo bene cosa sta succedendo.

Da una parte ci sono degli atti di sabotaggio rivendicati da un blog anarchico — atti clandestini, compiuti nell’ombra, da persone che la magistratura sta cercando. Dall’altra ci sono decine di migliaia di cittadini, sindacati, associazioni, studenti, che hanno esercitato un diritto costituzionale: quello di manifestare. In mezzo, non c’è niente. Non c’è nessun collegamento, nessuna regia unica, nessun filo rosso. C’è solo la narrazione di un governo che ha bisogno di un nemico unico perché il nemico unico giustifica la risposta unica.

E la risposta unica è il pacchetto sicurezza varato dal Consiglio dei Ministri: fermo preventivo prima dei cortei (fino a 12 ore, la Lega ne voleva 48), “scudo penale” per le forze dell’ordine, estensione del DASPO urbano, cauzione per manifestare — quest’ultima richiesta leghista che il Quirinale, con un garbo istituzionale che nasconde un allarme costituzionale, ha per ora bloccato.

Rileggiamo: cauzione per manifestare. Come allo stadio. Come se esercitare un diritto fondamentale fosse un privilegio da concedere dietro pagamento, revocabile a discrezione del Viminale.

A Torino sappiamo bene di cosa stiamo parlando. Lo sgombero di Askatasuna — dopo trent’anni di occupazione — è stato il pretesto per una escalation che non ha nulla a che fare con l’ordine pubblico e tutto a che fare con il consenso politico. Le violenze del 31 gennaio sono state commesse da gruppi identificabili, numericamente circoscritti, che la Digos ha puntualmente individuato: 24 denunciati, 3 arrestati, nomi e cognomi. Il sistema funziona. La legge funziona. I reati vengono perseguiti.

Ma al governo questo non basta. Al governo serve il calderone. Serve mettere dentro lo stesso contenitore gli anarchici che piazzano ordigni sui binari, i ragazzi che lanciano petardi al Corvetto, i sindacalisti della CGIL che organizzano assemblee, i consiglieri comunali che partecipano a un corteo autorizzato, e magari anche chi scrive un editoriale critico. Serve la parola “terrorismo” — pronunciata da Piantedosi con una disinvoltura che farebbe tremare qualsiasi democratico — perché il terrorismo è l’unica cosa che giustifica la sospensione dei diritti.

Noi a Torino queste dinamiche le abbiamo già viste. Le abbiamo viste quando la PG di Torino ha parlato di “area grigia colta e borghese” che tollererebbe le violenze — come se pensare, criticare, scendere in piazza fosse una forma di complicità. Le rivediamo oggi, amplificate e sistematizzate, con un governo che ha capito che la paura rende. Che il nemico interno è il miglior alleato elettorale.

Nel frattempo, a Mirafiori sono in cassa integrazione. L’indotto automotive chiude. La Konecta licenzia mille persone. Il Piemonte è la regione manifatturiera più in difficoltà d’Italia secondo il CNA. Lo smog supera le soglie e il Piemonte è tra le aree più critiche d’Europa. Ma di questo non si parla. Si parla di fermi preventivi e cauzioni per i cortei.

E le Olimpiadi? Quelle che il governo usa come totem dell’orgoglio nazionale, quelle che “chi le critica è nemico dell’Italia”? Sono le stesse che hanno tagliato fuori il Piemonte — che aveva gli impianti pronti — per inseguire il sogno milanese-cortinese con costi esplosi e una pista da bob costruita controvento. Ma guai a dirlo: sei un sabotatore anche tu.

La verità è che questo governo ha un problema con il dissenso. Non con la violenza — quella la gestiscono questori e magistrati, e lo fanno. Ha un problema con l’idea stessa che qualcuno possa dire “non siamo d’accordo”. E sta usando ogni strumento a disposizione — legislativo, mediatico, retorico — per restringere lo spazio in cui quel dissenso può esprimersi.

Non è più una questione di destra o sinistra. È una questione di democrazia. La democrazia non è la cerimonia di apertura a San Siro. Non è il medagliere. Non è Meloni che posta video di Fox News. La democrazia è il diritto di ventimila persone di sfilare a Torino senza essere chiamate complici del terrorismo dal proprio ministro dell’Interno.

E se questo diritto vi sembra scontato, guardate bene cosa sta succedendo. Perché scontato non lo è più.

Sabato 31 gennaio 2026 ero in piazza con una piccola delegazione dell’associazione che presiedo. E lo rivendico senza es...
04/02/2026

Sabato 31 gennaio 2026 ero in piazza con una piccola delegazione dell’associazione che presiedo. E lo rivendico senza esitazioni. Perché quando una città entra in un clima da “ordine pubblico permanente”, qualcuno deve essere lì a guardare, capire, testimoniare. Non per tifare, non per coprire nessuno, ma perché questo è quello che facciamo come amministratori di prossimità: stare nei luoghi dove si manifesta il conflitto sociale, non per alimentarlo ma per comprenderlo e provare a mediarlo. Non eravamo lì per rispondere alla chiamata di Askatasuna, ma per esercitare quella funzione di testimonianza civica che è propria di chi fa politica dal basso, nei territori, nei quartieri.

Ho lasciato il corteo quindici minuti prima dei primi scontri. Non per prescienza, ma perché ho percepito che la tensione stava degenerando verso qualcosa di diverso da quello per cui eravamo lì. E non ero il solo: molti manifestanti hanno fatto la stessa scelta in quel momento. Questo dettaglio, apparentemente marginale, racconta qualcosa di importante che rischia di perdersi nella narrazione di questi giorni.

Quello che è successo dopo è inaccettabile. Senza ambiguità, senza distinguo: chi usa bombe carta, molotov, spranghe e logiche da guerriglia urbana non sta facendo dissenso. Sta facendo violenza. E la violenza non difende nessuna causa: la brucia. La scena del poliziotto colpito a martellate cancella in un attimo le migliori intenzioni di migliaia di persone arrivate a Torino per dire no alla repressione e sì agli spazi liberi e sociali. Cancella ore di manifestazione pacifica, cancella le ragioni legittime che avevano portato in piazza quella maggioranza silenziosa che ora nessuno vede più.

Perché è questo il punto che non possiamo permetterci di perdere: la stragrande maggioranza delle persone presenti non aveva nulla a che fare con quegli episodi. Migliaia di cittadini erano lì per ragioni legittime, per difendere gli spazi sociali, per opporsi a politiche sempre più repressive, per manifestare solidarietà alla Palestina, per chiedere che Torino non diventi una città dove il dissenso viene trattato come un crimine. La nostra presenza non può essere raccontata con la scorciatoia del “stavate con loro”. No. Questa equivalenza non la accettiamo. Eravamo lì come testimoni di quello che stava accadendo alla nostra città, non come sostenitori di una parte o dell’altra.

Ma dobbiamo anche essere onesti fino in fondo: quei violenti hanno regalato al governo esattamente quello che serviva. Meloni è arrivata a Torino la mattina dopo, ha chiesto ai magistrati di procedere per tentato omicidio, la macchina repressiva si è messa in moto a pieno regime. Ogni molotov è diventata la giustificazione per un altro giro di vite, per un altro pezzo di libertà sottratto a tutti. Decreto Salvini, daspo urbani, restrizioni sempre più stringenti al diritto di manifestare: questo governo sembra sempre più interessato a restringere i margini del legittimo dissenso. E questo non è un effetto collaterale della violenza: è l’effetto principale, quello che conta davvero nella strategia di chi governa oggi questo paese.

Vanchiglia non è solo un quartiere di Torino. È diventato un simbolo di qualcosa di molto più grande. Un quartiere vivo, attraversato da relazioni sociali e culturali, che aveva visto nascere uno dei tentativi più coraggiosi e innovativi di questi anni: il patto di collaborazione per trasformare Askatasuna in bene comune. Non era solo una soluzione giuridica a un’occupazione, era una via italiana, torinese, alla gestione del conflitto tra legalità formale e funzione sociale. Era il tentativo di riconoscere che quegli spazi erano diventati ossigeno per tante persone: attività per bambini, progetti culturali, servizi alle fragilità. Erano quello che i centri sociali possono essere nel migliore dei casi: luoghi dove si costruisce comunità, dove si protegge chi la società tende a escludere.

Quel patto è stato revocato. Ma qui sta il paradosso terribile: chi ha lanciato quelle molotov ha distrutto esattamente quello che diceva di voler difendere. Ha regalato le armi a chi voleva chiudere quegli spazi. Ha tradito tutte le persone che in quegli spazi lavorano quotidianamente, che costruiscono servizi, che tessono relazioni, che offrono opportunità.

Torino oggi è l’epicentro di dinamiche che riguardano l’Italia intera. Questa città ha vissuto sulla propria pelle il collasso del sistema industriale italiano, la fine di un modello economico e sociale senza che ne emergesse uno nuovo capace di dare risposte. Dove prima c’erano fabbriche e ammortizzatori sociali che attutivano le crisi, oggi c’è la chiusura secca, senza mediazione. E con quella scomparsa se ne va anche una cultura del conflitto, quella tradizione socialista e operaia che sapeva come costruire lotte, come mediare, come ottenere vittorie anche parziali.

Ma Torino è anche una città che ha sempre saputo essere altro: capitale della ca**tà e della solidarietà sociale, come ci ricorda il suo arcivescovo. Una città che ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire, che ha costruito dal basso risposte ai bisogni, che ha inventato forme di welfare comunitario. Questa è la Torino che dobbiamo difendere, non quella massa indistinta che invoca solo ordine perché ha perso ogni speranza di stare meglio.

E qui dobbiamo avere il coraggio di nominare una frattura che sabato è emersa in tutta la sua evidenza. Ci sono due modi radicalmente diversi di intendere il conflitto sociale che oggi non riescono più a convivere. Da una parte c’è l’approccio di chi cerca di far convergere resistenze diverse in un fronte comune, di costruire gradualmente forza, di mantenere la tensione ma guardando a una possibile vittoria, a una ricomposizione che può cambiare davvero i rapporti di forza. Dall’altra c’è una forma di protesta che è essenzialmente testimonianza, urlo di rabbia, intifada urbana senza processo di crescita né orizzonte strategico. Non è mera provocazione, affonda radici in decenni di storia dei movimenti, nelle esperienze del guevarismo e della guerriglia urbana. Ma in questo momento storico, dove la posta in gioco è mantenere aperti spazi di dissenso democratico, quella scelta regala all’avversario tutto quello che gli serve per chiudere quegli spazi.

Quello che è emerso sabato è che queste due culture del conflitto non solo sono diverse, ma sono diventate incompatibili. E questo è un problema serio, perché significa che un movimento che sembrava finalmente capace di ricomporre soggettività diverse – dai giovani per la Palestina alle generazioni storiche dei centri sociali, dai precari agli studenti – rischia di implodere proprio quando potrebbe fare la differenza.

Dobbiamo anche chiederci da dove nasce questa violenza, soprattutto quando vediamo così tanti giovani, così tanti minorenni coinvolti. C’è una rabbia che esplode quando mancano opportunità, quando i contesti sociali impoveriti creano gabbie materiali e mentali. Viviamo in una società che si preoccupa dei giovani ma che poi non se ne occupa davvero, che non offre loro spazi e riferimenti. Questa non è una giustificazione della violenza, è un’analisi della realtà. Chi commette reati deve rispondere. Ma se non vogliamo che questi episodi si ripetano all’infinito, dobbiamo fare qualcosa di più che invocare ordine.

Nel frattempo, il quadro generale si deteriora. Torino è anche epicentro di altre derive: la procura generale ha dovuto denunciare che sempre più imprese, anche multinazionali, ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, security, smaltimento rifiuti. Non sono più i poveri imprenditori taglieggiati: sono le imprese che chiedono aiuto alla mafia per pagare meno la gente. Il sistema informativo ed editoriale simboleggiato da La Stampa è al collasso, e con lui se ne va un pezzo di capacità di lettura critica della realtà. In questo quadro di declino generale, la tentazione di trasformare tutto in questione di ordine pubblico diventa fortissima.

Ma è proprio in questo contesto che il movimento trasversale nato dalla mobilitazione per la Palestina aveva rappresentato qualcosa di nuovo. Aveva squarciato l’atmosfera asfittica, aveva risvegliato disponibilità all’opposizione che sembravano sopite, aveva incrinato la compattezza di chi invoca l’ordine, aveva rilanciato le occupazioni universitarie, aveva riacceso l’interesse per la condizione operaia e il precariato. Sembrava ve**re a galla quella ricomposizione spontanea di resistenze in un unico fronte capace di cambiare le carte in tavola. Tutto questo rischia di infrangersi sugli scontri del 31 gennaio.

Il movimento che difende Askatasuna e gli spazi sociali si trova oggi a un bivio. Se non saprà prendere chiaramente le distanze dai violenti, perderà la possibilità di costruire mediazioni, perderà la battaglia per il riconoscimento di quei luoghi come beni comuni, perderà tutto quello per cui dice di lottare. Chi lavora quotidianamente in quegli spazi, chi offre servizi, chi costruisce cultura e aggregazione, ha il dovere di dire ad alta voce: noi non siamo quelli delle molotov, noi siamo quelli che costruiscono comunità. Perché se lo spezzone popolare di Vanchiglia non saprà impedire che i violenti prendano il sopravvento, perderà la possibilità di costruire quelle mediazioni generative che potrebbero davvero salvare quegli spazi.

La linea che rivendico è netta: solidarietà piena a chi è rimasto ferito, condanna totale dei violenti, ma anche difesa ostinata del diritto di manifestare e degli spazi sociali come luoghi di democrazia dal basso. Rifiuto dell’uso politico della paura per restringere libertà e diritti. Sostegno al lavoro di mediazione del Comune di Torino, nella linea espressa dal Sindaco Lo Russo. Quella maggioranza che sabato ha scelto di non farsi travolgere va protetta, non schiacciata in un “tutti colpevoli”. Va riconosciuta, valorizzata, sostenuta.

Tutto questo si tiene dentro una cornice valoriale precisa: l’antifascismo come igiene democratica. Non come slogan, ma come pratica quotidiana di difesa degli spazi di libertà, di rifiuto della violenza come metodo, di costruzione di comunità inclusive, di opposizione a ogni forma di autoritarismo. L’antifascismo vero sa distinguere tra chi manifesta legittimamente il proprio dissenso e chi usa la violenza. Sa che la democrazia si difende anche quando è faticoso, anche quando bisogna prendere posizioni scomode.

Continueremo a stare dove serve: nei quartieri, nei consigli di quartiere, nelle assemblee pubbliche, nelle piazze quando c’è da difendere diritti e dignità. Con lucidità, senza eroismi, senza bandiere comode. Perché se lasciamo la città solo ai violenti e a chi li usa come scusa, il conto lo paghiamo tutti. La protesta continuerà, deve continuare, perché questo paese sta scivolando verso una crisi che questo governo non è in grado di affrontare. Le forze dell’alta finanza sovrastano qualsiasi capacità di intervento, e il governo Meloni può solo partorire decreti sicurezza. Ma la protesta continuerà con metodi e forme che non regalino all’avversario le armi per schiacciarci.

Il patto per Askatasuna era un tentativo torinese di trasformare il conflitto in risorsa, l’occupazione in bene comune, la marginalità in cittadinanza attiva. Quel tentativo non deve morire. Va rilanciato, proprio ora che sembra più difficile. Torino ha dimostrato in questi mesi di saper essere all’altezza della sua storia: una storia di conflitto sociale ma anche di mediazione, di lotte dure ma anche di capacità di trovare soluzioni innovative. È questa la Torino che vogliamo. È per questa Torino che eravamo in piazza sabato 31 gennaio.

Giorno della MemoriaLa memoria non è un museo. È un circuito vivo.Serve a riconoscere i segnali prima che diventino rumo...
27/01/2026

Giorno della Memoria

La memoria non è un museo. È un circuito vivo.
Serve a riconoscere i segnali prima che diventino rumore di fondo.

Oggi ricordiamo la Shoah. Ma ricordiamo anche tutte le vittime di ieri e di oggi:
chi muore sotto le bombe, chi sparisce nelle carceri, chi viene schiacciato da confini, ideologie, religioni, interessi economici.
Dall’Europa all’Ucraina. Dal Medio Oriente a Gaza. Dall’Iran agli Stati Uniti di oggi, dove la forza torna a essere scambiata per ordine.

La memoria non chiede bandiere giuste.
Chiede occhi aperti. Spirito critico. Capacità di dire no quando la disumanizzazione torna a sembrare normale.

Se smettiamo di sentire il dolore degli altri, il circuito si interrompe.
E quando salta la memoria, la storia ricomincia sempre allo stesso modo.

Oggi non celebriamo il passato.
Lo teniamo acceso.





𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝘇𝘇𝗼 !Ci sono momenti in cui provi a non essere uno str*nzo. Non per bontà, m...
23/01/2026

𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗮 𝘂𝗻 𝗰𝗮𝘇𝘇𝗼 !

Ci sono momenti in cui provi a non essere uno str*nzo. Non per bontà, ma perché hai capito che fare il casino è facile. Chiunque sa urlare. Chiunque sa sb****re la porta. Quello che costa è non aggiungere m*rda a una situazione che già puzza.

Ma anche quando ci provi, anche quando pesi ogni parola come un poveraccio che conta gli spiccioli, va a finire male lo stesso. Perché quando qualcuno sta male davvero, la tua calma non la legge come rispetto. La legge come "a questo qui non gliene frega un c**zo". La tua compostezza diventa la prova che non stai soffrendo. E se non stai soffrendo, allora non hai mai provato niente.

Hai scritto un messaggio. Chiaro, pulito, senza trappole. Ti sei fermato quando ti hanno detto di fermarti. Hai provato a spostare tutto sul pratico, come se parlare di orari e date potesse tenere le cose in piedi. E quando ti è arrivata addosso quella parola - *egoista* - l'hai presa senza ribattere. Bravo. Maturo. Un signore.

Ma è proprio lì il problema. Perché quando qualcuno sta affogando, non gli serve un salvagente ben progettato. Gli serve qualcuno che si butti in acqua e rischi di affogare con lui. Le tue soluzioni razionali sono un insulto al dolore. La tua calma è la dimostrazione che non provi abbastanza. E il fatto che tu non crolli diventa la prova definitiva: non ti importa.

"A te vedermi non fotte un caxxo"

Non è un'osservazione. È un calcio nei denti. È il tentativo di strapparti una reazione, qualsiasi reazione, pur di vedere che dentro c'è qualcosa. Perché se dentro c'è qualcosa, allora almeno il dolore ha un senso. Ma se tu resti lì, composto, con le tue proposte logiche e i tuoi "facciamo così", allora quel dolore non serve a niente. È solo dolore sprecato.

E poi c'è quella terza cosa in mezzo. Quella roba che dovrebbe essere neutra e invece diventa il campo di battaglia. Non è più quello che è: è il simbolo di chi tiene di più, di chi vale di più, di chi ha diritto a restare. E quando si arriva lì, quando il dolore smette di cercare soluzioni e cerca solo un taglio netto, allora non c'è discorso che tenga. Il taglio netto è l'unica anestesia che funziona subito.

Allora cosa fai? Fai l'unica cosa sensata: ti levi dai c*glioni. Non per orgoglio, non per giocare a chi resiste di più, ma perché ti hanno detto chiaro: ogni tua parola è un chiodo in più. E se continui a scrivere dopo che ti hanno detto di smettere, allora sì che sei uno str*nzo. Uno str*nzo che si nasconde dietro le buone intenzioni.

Lasci che elabori. Lasci che il fuoco si spenga da solo. E nel frattempo tieni tutto separato, pulito, senza drammi e senza speranze. Parli solo quando serve e dici solo il minimo. Niente poesia, niente metafore, niente "ci penseremo". Solo fatti. Date. Orari. Come si parla con l'idraulico.

La verità, se proprio la vuoi sapere, è questa: hai fatto tutto giusto e non è servito a un c**zo. Perché quando qualcuno sta male davvero, non vede altro che il male. E in quella stanza buia, la tua maturità sembra indifferenza. Non è colpa tua. Non è colpa sua. È solo che due persone che affogano raramente riescono a salvarsi a vicenda.

E sì, è una m*rda. Una di quelle m*rde che non si puliscono con le parole giuste. Si puliscono solo stando fermi. Fermi davvero. Non per far soffrire l'altro. Ma perché a volte l'unica cosa gentile che puoi fare è sparire.

Buon 2026.Il 2025 ci lascia una città stanchissima, un paese che semplifica tutto e un mondo che si abitua all’orrore.Ma...
01/01/2026

Buon 2026.
Il 2025 ci lascia una città stanchissima, un paese che semplifica tutto e un mondo che si abitua all’orrore.
Ma il buio vero non è solo questo.
È il disinteresse.
È l’idea che capire sia inutile.
È lo spirito critico lasciato cadere perché “tanto non serve”.

Io continuo a pensare il contrario.
Quando le persone sentono insieme, qualcosa si muove.
Che restare è già una scelta.
Che esserci, oggi, è quasi un atto politico.

I circuiti umani non si accendono da soli. O li alimentiamo, o si spengono.

Il mio augurio per il 2026 è semplice.
Meno indifferenza, più presenza.
Meno buio perché scegliamo di reggerci a vicenda. Perché insieme, anche malconci, si resta in piedi.

Buon 2026 da Giorgio

C’è chi ascolta i Cranberries per nostalgia.Noi li suoniamo per vedere che effetto fanno oggi.Stessi pezzi, stessa anima...
26/12/2025

C’è chi ascolta i Cranberries per nostalgia.
Noi li suoniamo per vedere che effetto fanno oggi.
Stessi pezzi, stessa anima. Un po’ più sporchi. Molto nostri.
Da Dolores O’Riordan a noi, senza imitare mai!

Se vi va di sentire Dreams come passa adesso, sapete dove trovarci.

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Un grande ringraziamento ai nuovi follower di Circuiti Umani! Sono felice di avervi tra noi!Krzysztof Kaszuba, Gaetano P...
24/12/2025

Un grande ringraziamento ai nuovi follower di Circuiti Umani! Sono felice di avervi tra noi!

Krzysztof Kaszuba, Gaetano Poppa, Daniela Nebbia, Carmelo Mel Contino, Francesco De Salvo, Pasquale Demis Posadinu, Carla Stellabotte, Flavio Bielli, Giuseppe Colombatto, Alina Dorvos, Paola Michela Camoletto, Martin Paul Paul, Eugenio Buonasera, Grigore Golban, Carmine Della Valle, Erica Berti, Susanna Giusto, Manuela Sandra, Valter Tosatto, Alessio Pittori

19/12/2025

Negli ultimi anni le grandi città hanno retto un equilibrio fragile. Spesso contraddittorio. Però era un equilibrio: conflitto e governo del conflitto, legalità e realtà sociale, regole e pezze messe ogni giorno da Comuni, servizi, associazioni, quartieri, cittadini. Non funzionava sempre, ma teneva botta

Poi qualcosa è cambiato.

Prima arrivano le occupazioni abitative trattate sempre meno come emergenza sociale e sempre più come questione secca di polizia. Sgomberi all’alba, interventi rapidi, poca o nessuna fase di presa in carico. In diversi contesti il messaggio è semplice: il problema non è “dove vanno le persone”, il problema è “liberare l’immobile”. Chi sta in mezzo, di solito, sono i Comuni: chiamati dopo, a gestire i mattoni.

In parallelo si indurisce il quadro nazionale su proteste, blocchi, occupazioni, “disturbo”. Non entro nella disputa giuridica, ma l’effetto politico c’è : quello che prima veniva gestito con negoziazione, ora tende a essere gestito con sanzione e reparti.

Poi si apre la stagione delle piazze legate a Gaza. In più città si vedono cariche, fermi, identificazioni, tensioni attorno a presìdi e iniziative. Non sto dicendo che “prima era tutto morbido” o che non ci fossero eccessi da entrambi i lati. Sto dicendo che il confine si sposta: ciò che è conflitto politico viene spinto più facilmente nel recinto dell’ordine pubblico.

Nel frattempo, sotto traccia ma ovunque, cresce la guerra al “fuori posto”: senza tetto, giacigli, accampamenti, stazioni, sottopassi. Interventi che spostano le persone da un punto all’altro. Una rimozione che sembra risolvere finché non ti giri, e sono di nuovo lì, magari più incattivite e più fragili. Anche qui, spesso, con il Comune a prendersi colpe e cercare pezze.

Poi arrivano i colpi simbolici. Milano chiude la storia del Leoncavallo. Non è solo uno sgombero: è la fine di un modo di convivere con certe forme di città, anche quando danno fastidio. Un taglio netto, dopo decenni.

E nel 2025 ???

A Milano, a Baggio, operazioni sulle case popolari Aler: sgomberi, utenze, famiglie nel freddo, polemiche durissime, Comune scavalcato o comunque messo all’angolo. Poco dopo, zona Tibaldi: interventi contro i senza dimora nei pressi della stazione, con la solita logica del “via da qui”, senza una soluzione che regga più di una notte.

A Torino esplode la vicenda dell’imam Mohamed Shahin. Un decreto di espulsione, un passaggio in CPR, una città spaccata tra chi applaude e chi si chiede come sia possibile colpire con quella forza una persona incensurata e inserita nel dialogo cittadino. Poi arriva la decisione della Corte d’Appello: liberazione e permesso provvisorio, perché non emergono elementi concreti di pericolosità tali da reggere quella misura. Ma intanto il segnale è già passato: certe parole, in certe fasi, diventano “sicurezza”. Poi i questori migrano ma a Torino in periferia capita!

E poi Torino, 18 dicembre 2025: Askatasuna. Strade chiuse, scuole chiuse, presenza massiccia, perquisizioni, sequestro dello stabile. L’inchiesta è legata agli assalti dei mesi precedenti durante manifestazioni pro-Palestina, e su questo ognuno ha il suo giudizio. Ma c’è un dato politico che non si può fingere di non vedere: Askatasuna, come oggetto urbano, smette di essere qualcosa che riguarda anche la città e le sue mediazioni, e torna a essere solo un dossier di ordine pubblico. E quando si protesta, arrivano anche gli idranti.

In mezzo a questi fatti, ce ne sono altri meno “da prima pagina” ma molto concreti: strette su mercatini popolari dell’usato e su pezzi di economia informale, soprattutto dove la povertà ha bisogno di spazi e si arrangia come può. Non fanno le immagini dei blindati, ma fanno lo stesso lavoro: restringono.

Se metto tutto in fila non vedo un unico evento. Vedo una direzione. Vedo un modo di interve**re che torna sempre: si accende un caso, si entra forte, si riduce lo spazio di trattativa, si scaricano le conseguenze sociali su qualcun altro. E quel qualcun altro, spesso, è la città amministrata: i Comuni, i servizi, le reti territoriali.

La domanda, per me, non è “è un piano?”. La domanda è più banale e più inquietante: a cosa serve, politicamente, far saltare i sistemi di mediazione delle grandi città?

Perché se la mediazione non funziona più, resta solo la forza. E quando resta solo la forza, le città non diventano più ordinate. Diventano rabbiose. E più facili da raccontare come ingovernabili.

Non sto chiedendo indulgenza verso chi sbaglia, occupa, aggredisce, vandalizza.

Sto chiedendo una cosa più dura: che qualcuno mi dica quale città sarà la prossima ?

Fin qui, a me pare, si sta solo alzando la temperatura. E nelle città, quando alzi la temperatura abbastanza a lungo, poi non controlli più chi o cosa prende fuoco per primo.

Indirizzo

Turin

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