26/08/2026
«Guai al mondo se ci sente,
forestieri senza niente».
Sono le parole di Margherita Occhiena, madre di Giovanni Bosco. A quasi due secoli di distanza, conservano intatta la loro attualità.
Ci aiutano a raccontare una bella notizia.
Oggi abbiamo accompagnato un ragazzo nel delicato passaggio dall’Istituto penale per i minorenni alla vita fuori dal carcere.
Un momento spesso segnato dall’incertezza ma che, grazie alla collaborazione tra istituzioni, associazioni e servizi del territorio, può diventare l’inizio concreto di un percorso di autonomia.
Questo risultato è stato possibile grazie al lavoro condiviso con l’IPM Ferrante Aporti, al servizio di consulenza legale di ASGI, Associazione Studi Giuridici Immigrazione, nell’ambito del progetto NOMIS, alla disponibilità all’accoglienza di Prison Ministry Italia, all’accompagnamento socio-lavorativo dell’Ass.Con Voi con il progetto Percorso27 e alla collaborazione con l’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino.
Il sorriso con cui il ragazzo ha preso in mano il permesso di soggiorno, rilasciato oggi dalla Questura e indispensabile per terminare gli studi, cercare un lavoro e progettare il proprio futuro, ci ha ricordato quanto siano necessarie politiche migratorie diverse e una giustizia minorile che non si limiti a "incarcerare", ma sappia offrire concrete opportunità di reinserimento e relazioni per cambiare la traiettoria di una vita.
E oggi un sorriso, quando arriva al termine di un percorso complesso, restituisce calore, senso e umanità all’impegno di tutti.
È il secondo ragazzo che accompagniamo nel passaggio dall’IPM alla vita esterna. Il primo ha già un contratto di lavoro.
Non sono soltanto due buone notizie: sono la dimostrazione che il reinserimento è possibile quando alle persone vengono garantiti documenti, cura nelle relazioni e opportunità.
Queste storie non sono così diverse dalla Torino di metà Ottocento, quando molti ragazzi arrivavano dalle campagne in cerca di lavoro e finivano spesso soli, privi di mezzi e di riferimenti e si perdevano in un carcere o in strada.
Nessuno dovrebbe sentirsi «forestiero, senza niente».
Torino ha dimostrato ancora una volta, con professionalità e umanità, di saper accompagnare i giovani nella costruzione del proprio progetto di vita, senza ridurli a facili etichette, come quella di “maranza”.
Le etichette non sono mai innocue: semplificano la complessità delle persone, dividono il mondo tra un “noi” e un “loro” e alimentano distanza, diffidenza e polarizzazione. La storia ci insegna quanto queste contrapposizioni possano trasformarsi in esclusione, conflitto e odio.
Ma dietro ogni definizione c’è una persona. E i sogni, i bisogni e il desiderio di costruirsi un futuro appartengono a ogni ragazzo, senza distinzioni.
Semplicemente, grazie.