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Indro Montanelli | «Il comunismo era basato sui carri armati, sulla polizia segreta, sulle delazioni, sui processi. Ques...
04/06/2026

Indro Montanelli | «Il comunismo era basato sui carri armati, sulla polizia segreta, sulle delazioni, sui processi. Questo era il comunismo. Non ce ne sono mai stati di altra specie»

La ricchezza delle nazioni deriva dall'attività produttiva delle persone, non dalle azioni degli stati.In termini econom...
04/06/2026

La ricchezza delle nazioni deriva dall'attività produttiva delle persone, non dalle azioni degli stati.

In termini economici, ciò significa che il valore nazionale è creato attraverso l'ingegno, il lavoro e l'innovazione dei cittadini – agricoltori, imprenditori, commercianti e operai – che trasformano risorse in beni e servizi.

Lo stato, al contrario, non genera ricchezza in modo autonomo; il suo ruolo ottimale sarebbe quello di facilitatore, fornendo un quadro istituzionale stabile, come la tutela dei diritti di proprietà e la sicurezza, che permetta alle forze di mercato di operare liberamente.

Se gli stati fossero l'unico produttore di ricchezza, le nazioni cadrebbero inevitabilmente nella miseria. Nelle economie centralizzate, dove lo stato monopolizza la produzione e la distribuzione, gli esiti sono disastrosi.

Finanziato attraverso imposte prelevate dalla produzione privata, lo stato rappresenta un costo netto per la società: le sue attività consumano risorse senza crearle ex novo.

La retorica europeista spinge per un super stato iper burocratizzato e militarizzato, ma dimentica che ciò che rende gra...
03/06/2026

La retorica europeista spinge per un super stato iper burocratizzato e militarizzato, ma dimentica che ciò che rende grande un Paese non è la quantità di regolamentazioni, ma la qualità della vita privata, economica e politica.

E l'UE sta già iniziando male da questo punto di vista.

Ha devastato la propria industria con regolamenti che di fatto hanno funzionato come dei grossi disincentivi. Ha esteso una censura capillare e prevaricatrice sui media, soprattutto su internet, pretendendo di difendere i minori ed eliminare le fake news. Ha fallito nella gestione dell'immigrazione, che è diventata incontrollata e ha cambiato inevitabilmente le fondamenta culturali di molti Paesi, segnandone l'inizio del declino.

Con questi presupposti non può aversi un'Europa forte, a prescindere se sia federale, centralizzata o anche solo un mercato comune.

Le monarchie sono migliori delle repubbliche?No. Ma questi dati mostrano una cosa importante: non sono nemmeno necessari...
02/06/2026

Le monarchie sono migliori delle repubbliche?

No. Ma questi dati mostrano una cosa importante: non sono nemmeno necessariamente peggiori.

Il punto non è stabilire se un re sia "meglio" di un presidente. Sarebbe una semplificazione. Il vero punto è un altro: la prosperità di un Paese non dipende automaticamente dalla sua forma istituzionale nominale.

Una monarchia può essere libera, moderna e prospera. Una repubblica può essere burocratica, stagnante e poco competitiva. E viceversa.

Ciò che conta davvero sono le istituzioni concrete: tutela della proprietà privata, certezza del diritto, indipendenza della giustizia, limiti al potere politico, libertà d’impresa, apertura al commercio internazionale, stabilità monetaria e possibilità per individui e imprese di investire, innovare e competere.

Le monarchie europee che ottengono risultati elevati nell’Indice della Libertà Economica non sono monarchie assolute. Sono monarchie costituzionali e parlamentari, inserite in ordinamenti liberali, con governi responsabili davanti al Parlamento, diritti fondamentali garantiti e poteri pubblici sottoposti a regole.

La loro performance non dipende dal fatto che abbiano un sovrano, ma dal fatto che abbiano istituzioni relativamente solide, mercati aperti e un quadro giuridico più favorevole all’iniziativa privata.

Questo è il dato interessante.

Nel dibattito pubblico italiano si tende spesso a identificare automaticamente "repubblica" con modernità e "monarchia" con arretratezza. Ma la storia economica e gli indicatori internazionali raccontano qualcosa di più complesso.

Non basta chiamarsi Repubblica per essere liberi, efficienti o prosperi.

La libertà economica non nasce dal titolo del capo dello Stato. Nasce da istituzioni che limitano il potere, proteggono i diritti, premiano la responsabilità e lasciano spazio alla società civile, all’impresa e allo scambio.

La vera distinzione non è tra monarchia e repubblica.

È tra Paesi che scelgono istituzioni libere e Paesi che si rassegnano a burocrazia, dirigismo e sfiducia verso il mercato.

L’uomo moderno gode di un benessere che per secoli sarebbe stato impensabile.Vive più a lungo. Si cura meglio. Viaggia p...
02/06/2026

L’uomo moderno gode di un benessere che per secoli sarebbe stato impensabile.

Vive più a lungo. Si cura meglio. Viaggia più facilmente. Ha accesso a cibo, energia, istruzione, tecnologia, sicurezza e comunicazioni come nessuna generazione prima di lui.

Eppure spesso considera tutto questo come un dato naturale.

Come se la prosperità fosse semplicemente “accaduta”. Come se le società libere, il mercato, la proprietà privata, la famiglia, la trasmissione culturale, la responsabilità individuale e lo Stato di diritto non avessero avuto alcun ruolo.

Il paradosso è questo: più l’uomo moderno riceve in eredità i frutti di una civiltà complessa, più tende a disprezzarne le radici.

Critica il capitalismo mentre usa ogni giorno i prodotti del capitalismo. Deride la tradizione mentre vive dentro istituzioni costruite da quella tradizione. Pretende diritti senza chiedersi quali condizioni culturali rendano possibile una società di diritti.

La libertà, la ricchezza e la sicurezza non sono lo stato normale dell’umanità.

Sono conquiste fragili. E proprio per questo richiedono memoria, gratitudine e difesa.

Una civiltà può sopravvivere alle critiche. Non può sopravvivere a lungo se chi la eredita non capisce più da dove viene.

01/06/2026

Come vede la scuola italiana una ragazza che viene dall'estero?

Molta propaganda (pseudo) green, troppo Marx, e poca sostanza. Una scuola ideologizzata che non trasmette conoscenza, ma una religione dello stato (di sinistra) che noi diamo ormai quasi per scontata.

Oggi l'unica funzione del parlamento è trovare continuamente nuovi modi per estrarre ricchezza dai cittadini.Il gioco po...
01/06/2026

Oggi l'unica funzione del parlamento è trovare continuamente nuovi modi per estrarre ricchezza dai cittadini.

Il gioco politico si è ridotto quasi esclusivamente a questo:

- Individuare un gruppo da cui prendere risorse (attraverso tasse, contributi, inflazione, regolamentazioni o tagli)
- Spostare quelle risorse verso il proprio gruppo di riferimento (pensioni più alte, sussidi, contratti pubblici, esenzioni, bonus, ecc.)
- Usare questa redistribuzione per comprare voti e mantenere il potere

Non si tratta più di creare ricchezza o di migliorare le condizioni generali del Paese.
Si tratta di estrarre da un gruppo per dare a un altro gruppo, sperando che quest’ultimo ricambi con il voto.

È per questo che la politica è diventata sempre più polarizzata e clientelare: ogni partito ha i suoi amici da premiare e i suoi nemici da tassare.
Il Parlamento, in questa logica, funziona come una grande macchina di trasferimento coatto di ricchezza finalizzata al consenso elettorale.

Non crea. Estrae. Ridistribuisce. E sopravvive grazie a questo meccanismo.

Lo stimolo pubblico non crea prosperità dal nulla.Quando lo Stato aumenta la spesa, non fa comparire magicamente nuove r...
31/05/2026

Lo stimolo pubblico non crea prosperità dal nulla.

Quando lo Stato aumenta la spesa, non fa comparire magicamente nuove risorse reali: lavoro, capitale, energia, materie prime, competenze tecniche. Quelle risorse devono essere prelevate da qualche parte: attraverso tasse, debito o inflazione.

Il punto decisivo è capire da dove vengono sottratte e verso chi vengono dirette.

Ogni euro speso politicamente è un euro che non resta nelle mani di famiglie, imprese, risparmiatori o investitori privati. È capitale che avrebbe potuto finanziare nuovi progetti, nuove assunzioni, innovazione, produzione o consumo volontario.

La teoria keynesiana presenta la spesa pubblica come uno strumento per sostenere domanda e occupazione. Ma nella pratica politica la spesa non viene allocata da un pianificatore neutrale e onnisciente. Viene decisa dentro istituzioni concrete, sottoposte a pressioni, incentivi elettorali e interessi organizzati.

Qui nasce il problema liberale classico: la spesa pubblica tende a essere catturata da chi ha maggiore capacità di influenza.

Grandi imprese, banche, settori protetti, gruppi industriali e lobby hanno più mezzi per orientare la legislazione, ottenere contratti, accedere ai sussidi, influenzare regolamenti e presentare i propri interessi come “interesse generale”.

Il risultato è spesso un trasferimento di ricchezza: dai contribuenti diffusi verso beneficiari concentrati.

I costi vengono distribuiti su molti, quindi sono meno visibili. I benefici vengono concentrati su pochi, quindi sono difesi con forza. È così che nascono rendite, dipendenza politica e concorrenza distorta.

Non tutti i “posti di lavoro creati” sono uguali. La domanda essenziale è: creati per produrre che cosa? In risposta a bisogni reali dei consumatori o in risposta a priorità politiche?

Un lavoro finanziato dalla spesa pubblica non è automaticamente produttivo. È produttivo se crea valore superiore al costo delle risorse impiegate. Altrimenti non crea ricchezza: la redistribuisce, spesso distruggendone una parte lungo il processo.

Il libero mercato, con tutti i suoi limiti, ha un criterio di disciplina: profitto, perdita, concorrenza, scelta del consumatore. La politica, invece, può mantenere artificialmente in vita progetti inefficienti scaricandone il costo sulla collettività.

Per questo il problema non è solo “quanta” spesa pubblica viene fatta.

Il problema è chi decide, chi paga, chi incassa e quali incentivi vengono creati.

Quando lo Stato sceglie i vincitori, i gruppi vicini al potere ottengono profitti garantiti. I cittadini produttivi ricevono il conto: più tasse, più debito, più inflazione, meno capitale disponibile per l’economia reale.

Questa non è prosperità creata dallo Stato.

È ricchezza spostata politicamente.

La libertà non viene abolita sempre con un atto di forza.Molto più spesso viene ceduta volontariamente, in cambio di una...
31/05/2026

La libertà non viene abolita sempre con un atto di forza.

Molto più spesso viene ceduta volontariamente, in cambio di una promessa: qualcuno penserà a noi, ci proteggerà dai rischi, prenderà decisioni migliori delle nostre.

Ma questa è una illusione.

Quando deleghiamo ad altri il compito di amministrare la nostra vita, rinunciamo a qualcosa di essenziale: la responsabilità personale.

E senza responsabilità personale, la libertà si svuota.

Per questo il liberale diffida del paternalismo: non perché neghi i problemi, ma perché sa che una società libera si regge su individui capaci di scegliere, sbagliare, correggersi e cooperare.

La libertà, insomma, non va ceduta in cambio della promessa di essere amministrati meglio. Va difesa, perché è il presupposto della dignità umana.

Mentre tu lavori, produci e crei valore, c'è chi passa la giornata a spiegare perché il tuo lavoro sia il male assoluto....
30/05/2026

Mentre tu lavori, produci e crei valore, c'è chi passa la giornata a spiegare perché il tuo lavoro sia il male assoluto.

Si tratta di una intera classe di intellettualoidi che hanno abbracciato una narrazione anticapitalista, antioccidentale, e illiberale, e diffondono questa narrazione in scuole, media, università e ambienti accademici.

E' una narrazione che è stata ripetuta talmente tante volte che quasi nessuno osa più metterla in dubbio. Ci si sente in colpa nel dire che il capitalismo ha creato benessere. Si vive questo benessere come un peccato originale da cui redimersi chiedendo allo stato più redistribuzione, più tasse, più sussidi, più norme ambientali, più intervento nel sociale; e in attesa che questo intervento arrivi, ci si sente mondati dal peccato e si continua a vivere nei lussi dell'economia di libero mercato.

Ma questa mentalità crea spinte politiche di portata distruttiva.

Vedasi l'Unione Europa, che spinta da manie regolatorie ha praticamente distrutto la propria industria e non ha intenzione di fare retromarcia. O Paesi come la Germania, che promettevano di essere future potenze, e invece si sono ridotti a fantasmi che vivono di gloria e reputazione più che di risultati concreti.

Finché la difesa del libero mercato resterà un passatempo e l'anticapitalismo un lavoro a tempo pieno, l'opinione pubblica sarà sempre sbilanciata verso l'anticapitalismo, e i risultati saranno questi: decrescita, impoverimento progressivo, risparmi erosi dall'inflazione, generazioni sempre più povere delle precedenti.

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Turin

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