Asd l'Arte Dei Cinque Elementi

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Esami svolti egregiamente, bravi ragazzi, certi traguardi si ottengono con fatica e dedizione, ma anche con il cuore ed ...
08/06/2026

Esami svolti egregiamente, bravi ragazzi, certi traguardi si ottengono con fatica e dedizione, ma anche con il cuore ed entusiasmo.

21/05/2026

Per essere Maestri non basta avere qualcosa da trasmettere.
Serve anche qualcuno disposto a riceverlo, a riconoscerlo, e a custodirlo nel tempo.

Molti si definiscono Maestri.
Forse, in alcuni casi, lo sono davvero.
Ma Maestri non ci si proclama da soli.
Sono gli allievi che, nel tempo, decidono di riconoscere in noi una guida.
Sono loro, in fondo, a darci questa possibilità.
Ed è proprio per questo che nasce una responsabilità.

Un Maestro non trasmette soltanto movimenti.
Trasmette misura, presenza, esempio, direzione.
A volte con una parola.
A volte con una correzione.
A volte con il silenzio.
A volte semplicemente restando lì, nel tempo.
Ma un rapporto del genere non può stare in piedi da una parte sola.
Non basta che qualcuno insegni.
Serve anche qualcuno che, nel tempo, scelga di restare in ascolto.
Perché il rapporto tra Maestro e allievo non è un contratto commerciale.
Non è semplicemente una lezione pagata.
È un legame fatto di fiducia, rispetto e continuità.

Un tempo, molto spesso, la formazione iniziava da bambini.
Il rapporto con il Maestro cresceva insieme alla persona.
Crescevano il gesto, il carattere, il rispetto, la fiducia.
Certe cose si imparavano restando, Osservando, Tornando, Attraversando il tempo.

Oggi questo rapporto è più raro.
Non perché manchino necessariamente gli allievi.
E non perché manchino necessariamente gli insegnanti.
È cambiato il tempo.
Sono cambiati i modi di imparare.
Sono cambiate le aspettative.
Spesso si cerca qualcosa di utile, immediato, compatibile con la propria vita.
Ed è comprensibile.

Ma la trasmissione profonda ha bisogno di altro.
Ha bisogno di presenza.
Di continuità.
Di fiducia.
Di tempo.
Quando queste condizioni non ci sono, non significa che non vi sia valore.
Si può comunque insegnare.
Si può comunque imparare.
Si può comunque crescere.
Forse, però, si rimane su un altro piano.
Si trasmette una tecnica.
Si segue una lezione.
Si impara un movimento.
Ed è già qualcosa.

Ma il rapporto tra Maestro e allievo appartiene a una dimensione più profonda.
Nasce quando il sapere non viene solo spiegato, ma riconosciuto.
Quando la pratica non viene solo frequentata, ma abitata.
Quando il rispetto non viene solo detto, ma praticato.
Forse è proprio questo il punto.
Non si diventa Maestri perché lo si dichiara.
E non si diventa allievi solo perché si frequenta una lezione.

Entrambi i ruoli nascono nel tempo.
Nella fiducia.
Nella continuità.
Nel riconoscimento reciproco.
Dove questo accade, la tecnica diventa trasmissione.
E la pratica diventa cammino.

Tradition is not behind us.
It is what allows us to move forward.

Istruttore
Giulio Marchetti

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14/05/2026

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Yao T’ou Pai Wei
Yáo Tóu Bǎi Wěi — 搖頭擺尾

Ondeggiare la testa e far oscillare la coda
oppure: ondeggiare la vita e la parte posteriore del corpo.
Il quinto esercizio del Pa Tuan Chin nasce come naturale prosecuzione del quarto.

Nel quarto esercizio:
Tso Yu Hoi Ch’iao
Zuǒ Yòu Hòu Qiáo — 左右後瞧,
il corpo imparava a guardare indietro.
Ma guardare indietro non significava semplicemente ruotare il collo.
Significava imparare a orientarsi nello spazio senza perdere struttura.
Se nel quarto esercizio il corpo imparava a ruotare e a orientarsi, nel quinto deve imparare a scendere, cedere, ondeggiare e risalire senza perdere il centro.

La sequenza prepara il movimento:
Ma Pu — Mǎ Bù — 馬步,
la posizione del cavaliere.
San Chi Pu,
la posizione che organizza la struttura e prepara il passaggio.
Kun Tien Pu,
la posizione che permette al corpo di raccogliersi e trasformare il peso.
Ch’uan Shen — Zhuǎn Shēn — 轉身,
girare il corpo.
Solo dopo parte il movimento.

Questo è importante:
il quinto esercizio non comincia dall’oscillazione.
Comincia dal modo in cui il corpo prende contatto con la terra.
“Prendere energia dalla terra” non significa immaginare qualcosa di astratto.
Significa lasciare che il peso scenda, che i piedi ricevano, che le anche cedano, che il bacino non opponga resistenza inutile.
Da un punto di vista biomeccanico, la possibilità di flettere l’anca aumenta quando il ginocchio è flesso e quando il bacino non crea compensi.

In Yao T’ou Pai Wei questo diventa fondamentale.
Se durante l’esecuzione riusciamo a lasciare andare le tensioni profonde del bacino e a cedere con delicatezza alla forza di gravità, possiamo accedere a una quota maggiore di flessione dell’anca.
Questo permette al rachide di avvicinarsi al piano parallelo al terreno senza collassare.
Lo sguardo può restare in avanti.
La cervicale può estendersi senza forzare, perché sono il bacino e le anche a permetterlo.
Se invece le anche non cedono, il corpo compensa.
La schiena si chiude.
Il collo si irrigidisce.
Lo sguardo cade verso il pavimento.
Il movimento allora non nasce più dalla terra, ma dalla tensione.

Nel quinto esercizio la vita deve ondeggiare, ma non deve crollare.
Il bacino deve muoversi, ma non deve perdere radicamento.
La colonna deve partecipare, ma senza spezzarsi in segmenti separati.
È qui che il lavoro del quarto esercizio diventa indispensabile.
La distinzione tra pieno e vuoto, già coltivata nella rotazione, ora diventa più evidente.
Il peso passa, scende, si trasforma.
Una gamba riceve, l’altra accompagna.
Una parte si comprime, l’altra si apre.
Il corpo impara a non opporsi alla gravità.
Impara a usarla.

Dal punto di vista della medicina tradizionale cinese, questo esercizio stimola in modo importante la linea posteriore del corpo e il meridiano della Vescica Urinaria.
Rispetto agli esercizi precedenti, qui lo stiramento diventa più intenso, sia quantitativamente sia qualitativamente.
Nel quarto esercizio la linea posteriore veniva richiamata attraverso la rotazione, l’apertura e il cambio di peso.
Nel quinto viene coinvolta in modo più diretto attraverso la flessione delle anche, l’allungamento del dorso, l’oscillazione del bacino e il rapporto continuo tra terra, vita e colonna.
Senza però perdere l’attivazione dei meridiani Yin degli arti inferiori.
Per questo Yao T’ou Pai Wei non è semplicemente un esercizio di mobilità.
È un esercizio di ascolto profondo del bacino.
La vita non viene spinta.
Viene lasciata libera.
La forza non nasce dall’irrigidimento.
Nasce dalla capacità di cedere senza collassare.

Nel quarto esercizio il corpo imparava a guardare indietro.
Nel quinto impara a lasciarsi attraversare dal movimento.
Prima si orienta, poi ondeggia.
Prima distingue il pieno dal vuoto, poi li fa circolare.
Ed è proprio qui che “prendere energia dalla terra” diventa esperienza concreta:
i piedi radicano,
le anche cedono,
la vita si libera,
la colonna si allunga,
lo sguardo resta vivo.

What looks soft is often where the deepest strength begins.

29/04/2026

Tso Yu Hoi Ch’iao
Zuǒ Yòu Hòu Qiáo — 左右後瞧
Guardare a sinistra, a destra e indietro.

Il quarto esercizio del Pa Tuan Chin viene spesso riassunto in un gesto fondamentale:
guardare indietro.
Ma guardare indietro non significa semplicemente ruotare il collo.

Nel terzo esercizio il corpo imparava a organizzarsi nello spazio.

Nel quarto impara a orientarsi nello spazio.
Qui cambia la qualità del lavoro.

Per guardare indietro, il corpo deve saper ruotare senza perdere struttura.
Deve distinguere il pieno dal vuoto.
Deve lasciare che piedi, bacino, colonna, collo e sguardo partecipino allo stesso gesto.
Il lavoro parte dai piedi.
Quando il corpo ruota verso sinistra, il peso si fa più presente sulla gamba sinistra.
Quando ruota verso destra, accade il contrario.
Una gamba riceve più carico, più compressione, più radicamento.
L’altra si alleggerisce, si distende, si apre.

Inizia così un lavoro più raffinato sulla distinzione tra pieno e vuoto:
Fen Hsü Shih — Fēn Xū Shí — 分虛實.

Questo principio si collega direttamente a un altro punto essenziale della pratica:
Sung Yao — Sōng Yāo — 鬆腰,
rilassare la vita e i fianchi.

Quando il bacino ruota, il corpo non deve irrigidirsi.
C’è un’azione muscolare che guida il movimento, ma questa azione deve essere accompagnata da un rilascio.
Per guardare indietro, il corpo deve prima sapersi lasciare ruotare.
È da questa relazione tra azione e rilassamento che il peso può depositarsi sull’arto verso cui ruotiamo, creando un senso di pieno, compressione e radicamento.
Allo stesso tempo, l’altro arto si alleggerisce, si distende e si espande, stimolando la linea posteriore e il meridiano della Vescica.
Senza perdere l’attivazione dei meridiani Yin degli arti inferiori.
Così il pieno e il vuoto non restano un’idea astratta, ma diventano una percezione reale nel corpo.

Salendo verso il bacino, la torsione coinvolge il diaframma pelvico e quello toracico.
Il corpo non gira a pezzi separati.
Ruota come una struttura continua.
In questa rotazione entra in gioco anche il Dai Mai — 帶脈, il Vaso di Cintura, che mette in relazione sopra e sotto, davanti e dietro, centro e periferia.

Ma il cuore dell’esercizio resta questo:
guardare indietro.
Nel bambino, la capacità di ruotare il capo e orientarsi nello spazio precede tappe motorie fondamentali.
Prima di camminare, il corpo impara a esplorare.

Nel Pa Tuan Chin, questo gesto significa ritrovare una competenza antica:
radicarsi, ruotare, distinguere il pieno dal vuoto e lasciare che lo sguardo nasca dall’intero corpo.

Nel quarto esercizio, gli occhi non comandano da soli.
È il corpo intero che si orienta, e solo allora lo sguardo può davvero aprirsi dietro di noi.

To look back is not to turn the head.
It is to let the whole body remember how to orient itself.

Giornata mondiale del Tai Chi. Ma il segrete del Tai Chi è....giorno fare.
25/04/2026

Giornata mondiale del Tai Chi. Ma il segrete del Tai Chi è....giorno fare.

Oggi si celebra la Giornata Mondiale del T’ai Chi e del Qi Gong.

Quando si parla delle origini del T’ai Chi Ch’uan, la storia spesso incontra la leggenda.
Si narra che il monaco taoista Chang San Feng (張三丰), un giorno osservò il confronto tra un airone e un serpente.

Durante lo scontro, ognuno eludeva gli attacchi dell’altro attraverso la propria natura:
il serpente con la sua morbidezza, la sua continuità, la sua capacità di adattarsi;
l’airone con la sua presenza, la sua prontezza, la sua precisione.

Nessuno dei due prevaleva.
Nessuno dei due forzava.
Erano in equilibrio.

In quel confronto si manifestava il principio dello Yin e dello Yang, ma anche quello del Wu Wei (無為):
l’azione senza forzatura.

Wu Wei non significa non agire.
Significa non irrigidirsi, non opporsi inutilmente, non consumare forza dove non serve.
Significa ascoltare, adattarsi, rispondere al momento giusto.

Secondo la leggenda, da questa osservazione nacque un’arte marziale capace di non imitare semplicemente due animali, ma di esprimere il principio stesso della trasformazione:
dal vuoto al pieno, dalla cedevolezza alla forza, dallo Yin allo Yang.

Il T’ai Chi Ch’uan non è solo movimento lento.
È educazione del corpo, della mente e dell’intenzione.

What looks soft is not weak.
What does not force can still be powerful.

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22/04/2026

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Chu Pei Tu Li

Uno degli errori più comuni in questo esercizio è compensare con la zona lombare invece di lavorare sulla reale escursione dell’anca.
Quando accade, il corpo ruba movimento alla colonna lombare e il gesto perde qualità, stabilità e direzione.

Nell’architettura del movimento esiste un principio fondamentale:
quando gli arti sono al servizio della colonna, la colonna diventa la fonte della loro forza.
La forza non nasce semplicemente nelle braccia o nelle gambe, ma viene organizzata dal centro del corpo e trasmessa lungo una catena precisa:
piedi → bacino → colonna → spalle → braccia

In Chu Pei Tu Li questo significa una cosa molto concreta:
la gamba sale perché il corpo è organizzato, non perché la lombare compensa.
Quando la schiena non cerca scorciatoie, il lavoro passa attraverso due grandi porte del corpo: anca e vita.
Sono questi due snodi che permettono al movimento di essere stabile, continuo ed economico.

Quando invece una di queste porte non lavora bene, il corpo cerca compensi e la colonna lombare finisce per fare un lavoro che non dovrebbe fare.
Non si tratta solo di alzare una gamba.
Si tratta di capire da dove nasce il movimento e come la struttura lo sostiene.

True movement starts from structure, not from compensation.

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18/04/2026

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Chu Pei Tu Li
È il terzo esercizio del Pa Tuan Chin.

Non a caso si sale su una gamba.
Nel primo esercizio abbiamo lavorato sul movimento oculare di inseguimento lento.
Nel secondo, attraverso il cambio dello sguardo e la rotazione del capo, abbiamo già messo in gioco il sistema vestibolare.
Nel terzo, questo lavoro viene ulteriormente sviluppato e messo alla prova.

La gamba che si stacca da terra tende verso il cielo.
Quella che rimane a terra spinge in direzione opposta.
Si crea così una relazione continua tra radicamento e ascesa, tra ciò che scende e ciò che sale.

Anche qui ritroviamo uno stiramento dei meridiani yin della gamba, ma in modo delicato e dinamico.
Non è una tensione rigida: è un allungamento vivo, sostenuto dalla struttura, dall’equilibrio e dall’intenzione.

Lo stesso accade negli arti superiori: un braccio ascende, l’altro discende.
I meridiani delle braccia entrano così in una relazione opposta e complementare tra alto e basso.
Si crea una continuità che passa attraverso il centro del torace, in particolare nell’area sternale, in relazione con il Pericardio e il Triplice Riscaldatore.

Rispetto ai primi due esercizi, in cui il movimento era simmetrico, qui il lavoro diventa asimmetrico.
Ed è proprio questa asimmetria a rendere più complessa e interessante l’organizzazione del corpo.

Anche la stimolazione dei meridiani delle dita cambia.
Nel primo esercizio avviene in estensione.
Nel secondo si differenzia tra estensione e flessione.
Nel terzo, invece, è tutta in flessione, in coerenza con la qualità del gesto richiesta dall’esercizio.

Questo esercizio non allena solo l’equilibrio.
Allena la capacità di organizzare il corpo nello spazio, mantenendo radicamento, direzione e continuità interna mentre una parte sale e un’altra resta profondamente connessa alla terra.

Balance is not stillness. It is connection through movement.


14/04/2026

La divisa non è solo un abito.
È un passaggio.
Quando indossiamo la divisa delle arti marziali, non cambiamo solo vestito, lasciamo fuori, per un momento, i ruoli, le tensioni e l’immagine che portiamo nella vita quotidiana.

Dentro la pratica, invece, torniamo a una condizione essenziale: quella dell’allievo.
E essere allievi significa essere ricettivi.
La divisa serve anche a questo: a segnare una soglia.
Non parla di estetica, ma di disposizione interiore.
Ci ricorda che nella pratica non si entra per apparire, ma per ascoltare, osservare, ricevere e imparare.

Per questo richiama bene il principio di 坤 (Kūn), il Ricettivo: ciò che accoglie e rende possibile la trasformazione.
Nel rapporto Maestro–allievo, questa qualità è fondamentale: il Maestro offre direzione ed esperienza, l’allievo cresce solo se sa fare spazio dentro di sé.

Indossare la divisa significa anche questo:
non confermare ciò che già siamo,
ma renderci disponibili a cambiare.















Indirizzo

Via Filadelfia 17
Turin
10134

Orario di apertura

Lunedì 15:00 - 19:00
Martedì 09:30 - 19:30
Mercoledì 09:30 - 19:00
Giovedì 09:30 - 19:00
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