26/05/2026
NESSUNA LEZIONE DAI PRODUTTORI DI GUERRA
E' oggi necessario denunciare modo in cui la cultura della guerra riesce a presentarsi sotto le forme apparentemente neutre dell’innovazione, della didattica e del progresso tecnologico. Non solo propaganda esplicita, o retorica patriottica o mobilitazione militare diretta: la militarizzazione contemporanea agisce anche, e soprattutto, sul piano culturale, linguistico e simbolico. Si insinua nell’immaginario collettivo attraverso il lessico della modernizzazione, dell’eccellenza scientifica, delle competenze e del futuro.
È dentro questa trasformazione che va collocato il progetto “A scuola di STEM”, promosso da HUB Scuola insieme a Fondazione Leonardo ETS, emanazione culturale di Leonardo Spa, uno dei maggiori gruppi europei dell’industria bellica, dell’aerospazio e della sicurezza.
Cio' che va denunciato e' il rapporto tra sapere, potere e guerra nelle società contemporanee.
Quando un’industria che produce armamenti, sistemi di difesa, tecnologie di sorveglianza e infrastrutture militari entra nella scuola attraverso percorsi educativi rivolti ai bambini e agli adolescenti, non sta semplicemente “divulgando la scienza”. Sta contribuendo a costruire un immaginario politico e antropologico preciso: quello in cui il futuro viene concepito come uno spazio permanente di competizione tecnologica, sicurezza militarizzata e conflitto gestito attraverso l’innovazione.
Le parole utilizzate nel progetto sono estremamente significative: cybersicurezza, aerospazio, intelligenza artificiale, robotica, professioni del futuro. Termini apparentemente neutri, quasi inevitabili nel lessico contemporaneo. Eppure ciascuno di questi ambiti è oggi profondamente integrato nei nuovi apparati militari globali. L’intelligenza artificiale alimenta sistemi autonomi di guerra e infrastrutture di sorveglianza di massa; la cybersicurezza è ormai indistinguibile dalla guerra cibernetica permanente; l’aerospazio è uno dei principali terreni della militarizzazione geopolitica contemporanea; la robotica è parte integrante dell’automazione bellica.
Il punto decisivo è che questa connessione strutturale viene sistematicamente rimossa dal discorso educativo. Le tecnologie vengono presentate come strumenti neutri, inevitabili, quasi naturali. Scompare ogni riflessione sulle relazioni di potere che le producono, sugli interessi economici che le guidano, sui conflitti globali che alimentano. La scuola rischia così di diventare il luogo in cui non si insegna a comprendere criticamente il mondo, ma ad adattarsi docilmente alle sue logiche dominanti.
È una trasformazione coerente la societa' attuale, in cui la guerra non rappresenta più un’eccezione alla normalità democratica ma una sua componente strutturale. L’economia bellica non vive separata dalla vita civile: attraversa l’università, la ricerca, l’industria digitale, la comunicazione, l’intrattenimento e ora sempre più apertamente anche la scuola. Le grandi aziende della difesa non producono soltanto armi: producono narrazioni, visioni del futuro, modelli culturali. Investono nell’educazione perché sanno che il consenso non si costruisce solo nelle istituzioni politiche ma nella formazione dell’immaginario.
In questo quadro, l’enfasi sulle STEM assume una dimensione ideologica che raramente viene discussa. Le discipline scientifiche vengono valorizzate quasi esclusivamente in funzione della competitività economica e della superiorità tecnologica, mentre vengono marginalizzate le domande etiche, filosofiche e politiche. Si forma così una figura umana tecnicamente competente ma culturalmente disarmata: capace di progettare sistemi complessi senza interrogarsi sulle finalità sociali e storiche del proprio lavoro.
È la stessa logica che trasforma gli studenti in “capitale umano”, la conoscenza in risorsa strategica e la scuola in infrastruttura produttiva dello Stato tecnologico-militare. Una logica in cui la/il cittadin* ideale non è colei/lui che esercita pensiero critico, ma colei/lui che si integra efficientemente nei dispositivi economici e securitari del presente, come d'altronde dimostra anche la recente riforma degli istituti tecnici che rifiutiamo in toto allo stesso modo.
Servirebbe esattamente il contrario. Richiederebbe una scuola capace di mostrare che nessuna innovazione è innocente; che ogni avanzamento scientifico contiene conflitti, interessi, gerarchie e conseguenze materiali. Richiederebbe di insegnare non soltanto come funziona un algoritmo, ma chi lo controlla; non soltanto cos’è la cybersicurezza, ma come la paura venga utilizzata per giustificare nuovi apparati di sorveglianza; non soltanto cosa può fare l’intelligenza artificiale, ma quale modello di società sta contribuendo a costruire.
Perché il rischio più grande non è soltanto la presenza dell’industria bellica nella scuola. Il rischio più profondo è che la guerra smetta perfino di apparire come tale. Che venga interiorizzata come normale orizzonte del progresso. Che le giovani generazioni imparino a riconoscere la violenza sistemica solo quando assume forme spettacolari, senza vedere quella più silenziosa e pervasiva che organizza l’economia, la tecnologia e l’educazione contemporanea.
Ed è forse proprio questa la vittoria culturale più importante del militarismo contemporaneo: non imporre la guerra contro la società, ma riuscire a presentarla come sviluppo, innovazione, sicurezza, futuro.
A ciò noi rispondiamo non rifiutando la scienza, ma cercando di trasmettere ed infondere il dubbio per interrogarsi sulle finalità della scienza stessa, nella convinzione che le discipline STEM possano essere strumenti straordinari per affrontare i grandi problemi sociali, la crisi climatica, la salute pubblica, lo sviluppo di energie pulite, la cooperazione internazionale vs la politica di guerra e sappiamo che affinchè questo accada è necessaria una politica scolastica capace di mantenere autonomia critica rispetto agli interessi militari e industriali, perchè educare non significa preparare al mercato del lavoro, ma formare persone in grado di chiedersi non solo come funziona una tecnologia, ma a chi serve, per quali scopi, e quali conseguenze produce sulla società.
Per tutti questi motivi, la CUB Scuola Università Ricerca chiede ai docenti:
- di non aderire alle videolezioni promosse nell'ambito della collaborazione tra Mondadori, Rizzoli e Leonardo;
- di boicottare i prodotti editoriali e didattici dei soggetti contraenti;
- di promuovere percorsi educativi fondati sulla critica della guerra, dello sfruttamento, dell'oppressione.