27/06/2026
UMILTÀ E NOVITÀ
La medicina è una scienza viva. E proprio perché è viva cambia, evolve, corregge sé stessa.
La disponibilità a modificare la propria pratica clinica, anche quando significa mettere in discussione ciò che ci è stato insegnato e ciò in cui abbiamo creduto per anni, è una delle qualità che distinguono un vero professionista.
Per questo anche l'umiltà è una competenza clinica. Così come lo è l'aggiornamento continuo.
Oggi non vi racconto un errore. O meglio, non uno dei miei errori — e chi mi conosce questa storia l'ha già sentita raccontare molte volte. Oggi vi racconto come cambia la medicina.
Facciamo un salto indietro.
All'inizio degli anni Novanta due litri di Ringer Lattato sembravano la risposta a quasi ogni paziente traumatizzato. L'emergenza territoriale stava crescendo rapidamente: erano anni di entusiasmo pionieristico, di studio, di sperimentazione e di protocolli che cercavano di dare ordine a un sistema in piena evoluzione.
Un giorno fui inviato d'urgenza nel carcere della città con la mitica ambulanza Tango 93, un nome che farà riaffiorare molti ricordi a chi ha vissuto gli inizi del Piemonte 118.
Un detenuto si era procurato profonde ferite agli avambracci con una lametta. Sul pavimento della cella c'era molto sangue. Lui era pallido, a terra, ma ancora vigile.
Accanto a lui trovai il giovane medico del carcere. Aveva fatto ciò che riteneva corretto: aveva bendato le ferite, posizionato un piccolo Butterfly e iniziato una flebo di soluzione fisiologica da 250 mL con una fiala di acido tranexamico (allora conosciuto soprattutto con il nome commerciale di Ugurol).
Io arrivavo fresco di corsi, protocolli e linee guida. Ero il perfetto esempio di quella miscela esplosiva fatta di entusiasmo, sicurezza e limitata consapevolezza dei propri limiti che oggi descriveremmo con l'effetto Dunning-Kruger.
L'ATLS rappresentava il nostro riferimento assoluto.
Guardai quella flebo e, con tutta la sicurezza dei miei trent'anni, rimproverai il collega:
«Un solo accesso venoso? Dovevi metterne almeno un altro. E bisogna iniziare subito due litri di Ringer Lattato.»
Ero convinto di avere ragione.
Anzi, non avevo il minimo dubbio.
Perché quello era ciò che ci avevano insegnato. Era scritto nei manuali, raccomandato nei protocolli, ripetuto in tutti i corsi. E noi quei protocolli li applicavamo con convinzione.
Oggi, più di trent'anni dopo, ripenso a quella scena e sorrido.
Oggi sappiamo che, nel paziente con emorragia non controllata, un'eccessiva infusione di cristalloidi può essere dannosa. Parliamo di rianimazione ipotensiva, limitiamo l'uso dei liquidi quando appropriato, evitiamo l'emodiluizione e la disgregazione dei coaguli appena formati e somministriamo precocemente l'acido tranexamico nei pazienti che ne hanno indicazione.
Paradossalmente, osservando quella scena con le conoscenze di oggi, il medico del carcere era più vicino alla medicina moderna di quanto lo fossi io.
Questo non significa che io avessi torto.
E non significa neppure che avesse ragione lui.
Significa semplicemente che entrambi eravamo figli delle conoscenze disponibili in quel momento.
Io stavo applicando correttamente le migliori evidenze dell'epoca.
Lui, quasi per caso, stava adottando una strategia che molti anni dopo sarebbe risultata sorprendentemente vicina a quella raccomandata dalle nuove evidenze.
È questa la vera lezione.
La medicina cambia continuamente. Quello che oggi consideriamo uno standard potrebbe essere, domani, soltanto una tappa del nostro percorso di conoscenza.
Per questo dovremmo essere prudenti quando giudichiamo chi ci ha preceduto e ancora più prudenti quando siamo convinti di avere tutte le risposte.
Perché tra trent'anni qualcuno potrebbe raccontare un episodio di oggi... e sorridere della nostra incrollabile sicurezza.
E forse sarà proprio quello il segno che la medicina, ancora una volta, avrà fatto un passo avanti.
AlAd!