Associazione Museo Nazionale del Cinema

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Associazione Museo Nazionale del Cinema AMNC ha un radicato sguardo al patrimonio cinematografico del nostro territorio e a nuovə autorə.

L’Associazione Museo Nazionale del Cinema è un’associazione culturale senza scopo di lucro che opera a Torino dal 1953 per promuovere e sviluppare ad ogni livello l’interesse e la conoscenza del cinema, con specifica attenzione a quello realizzato a Torino e in Piemonte. L’amore per il cinema, lo studio e la conservazione di tutto quello che ad esso è collegato e la loro trasmissione rappresentano i valori fondamentali dell’Associazione, già rintracciabili nelle linee dettate dalla sua fondatrice più di cinquant’anni fa. Da allora, molte sono state le persone che hanno abbracciato e trasmesso questi valori da una generazione all’altra di cinefili e, tra loro, molti sono i giovani appassionati di cinema che hanno partecipato negli ultimi anni alle attività dell’Associazione portando nuova energia e nuove idee. Per segnare in modo forte questo processo di rinnovamento generazionale e creare nuove sinergie nel percorso di sviluppo dell’Associazione, nel 2008 l’Assemblea dei soci ha eletto nel nuovo Consiglio Direttivo alcuni giovani, affiancandoli ai componenti impegnati da più tempo in questo ruolo. In sintonia con tale scelta, che sottolinea anche l’importanza dello scambio intergenerazionale, il nuovo Direttivo potrà contare sull’appoggio di un Comitato Scientifico, composto da illustri rappresentanti dei precedenti organismi direttivi. Le linee dell’Associazione prevedono nei prossimi mesi il rafforzamento della collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, il consolidamento dei tradizionali appuntamenti al Cinema Massimo, l’esplorazione a tutto campo del cinema realizzato in oltre un secolo a Torino e in Piemonte attraverso la rivista Mondo Niovo, i siti web e l’organizzazione di eventi e incontri, in collaborazione con la Fondazione Film Commission Torino Piemonte e i principali enti operanti nel campo del cinema sul territorio e su scala nazionale e internazionale.

𝐈𝐌𝐌𝐄𝐑𝐒𝐈𝐕𝐄 𝐇𝐔𝐁 • 𝐒𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐕𝐑 • 𝐕 𝐄𝐃𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄Dal 26 settembre al 3 ottobre📍 Palazzo della Penna - Centro per le arti contempor...
25/09/2026

𝐈𝐌𝐌𝐄𝐑𝐒𝐈𝐕𝐄 𝐇𝐔𝐁 • 𝐒𝐄𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐕𝐑 • 𝐕 𝐄𝐃𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄

Dal 26 settembre al 3 ottobre
📍 Palazzo della Penna - Centro per le arti contemporanee
Via Prospero Podiani 11, Perugia
🎟️ INGRESSO GRATUITO

La selezione VR del PerSo - Perugia Social Film Festival giunge alla sua quinta edizione: un percorso che ha attraversato l’evoluzione della realtà virtuale nella sua connotazione più cinematografica e attenta.

𝐈 𝐟𝐢𝐥𝐦 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭'𝐚𝐧𝐧𝐨:

Artou, di Abderrahmane Sissako Francia, Mauritania, Qatar, Lussemburgo | 2026 | 27 min
Your Spiritual Temple Sucks, di John Hsu Taiwan | 2017 | 10 min
Vr Free, di Milad Tangshir Italia | 2019 | 10 min
Yesterday Maybe, di Matthieu Van Eeckhout Francia | 2026 | 16 min
Sweet end of the world!, di Stefano Conca Bonizzoni Italia | 2024 | 16 min

🗓️ Orari:
Sab 26/9 — 15.00-20.00
Dom 27/9 — 10.00-13.00 / 16.30-20.00
Mar 29/9 — 16.30-20.00
Mer 30/9 — 16.30-20.00
Gio 1/10 — 16.30-20.00 (solo sezione VR)
Sab 3/10 — 10.00-13.00 / 16.30-20.00
(Lunedì 28/9 e venerdì 2/10: chiuso)

Immersive Hub è un progetto di una rete nazionale di imprese composta da PerSo - Perugia Social Film Festival, Associazione Museo Nazionale del Cinema, Notte Americana Srl, Ru-mòre Cinema and Audiovisual Experimentation Festival, 8 Production.
Si ringraziano per la collaborazione: Comune di Perugia, Le macchine celibi, soc. coop, Università degli studi di Pavia - Officine Creative e Diversion Cinema.

1ª giornata del festival 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗼 👁️‍🗨️ che inaugura con la proiezione di CIAO BAMBINO di Edgardo Pistone.L’undic...
19/09/2026

1ª giornata del festival 𝗟𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗶𝗻 𝗖𝗼𝗿𝘁𝗼 👁️‍🗨️ che inaugura con la proiezione di CIAO BAMBINO di Edgardo Pistone.
L’undicesima edizione del festival Lavori in Corto si intreccia con il percorso formativo dedicato a 30 giovani artiste e artisti, grazie al progetto Enigma Residente 2, sostenuto dal bando e promosso dal Ministero della Cultura e siae_official e dalla nostra mitica FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE ♥️ ospite speciale della giornata con un super workshop Carlo Cresto-Dina tempestafilm

We are glad to announce the official selection of 𝘓𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘤𝘢𝘳𝘪𝘰 directed by Hleb Papou & produced by Fondazione ...
14/09/2026

We are glad to announce the official selection of 𝘓𝘦𝘵𝘵𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘴𝘪𝘤𝘢𝘳𝘪𝘰 directed by Hleb Papou & produced by Fondazione AAMOD ETS with the support of 𝗡𝗼𝘁𝘁𝗲 𝗔𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮 𝘀𝗿𝗹 🌑 at the 6th edition of Sentiero Film Factory.

Screenplay: Hleb Papou
Editing: Hleb Papou
Cast: ‘s voice
Sound editing & music: Roberto Ribuoli
Color correction:
MIX: Riccardo Spagnolo

13/09/2026
Disimparare la colonialità, muovere lo sguardo, aprirsi a nuove possibilità di racconto: è da qui che nasce Decolonizing...
02/09/2026

Disimparare la colonialità, muovere lo sguardo, aprirsi a nuove possibilità di racconto: è da qui che nasce Decolonizing Frames, il festival che il Magazzino sul Po propone per la sua seconda edizione. Un percorso partecipativo che intreccia cinema, letteratura, teatro, ricerca e confronto per incontrare prospettive plurali e interrogare il presente attraverso lo sguardo e le pratiche decoloniali.

Il festival prende avvio mercoledì 9 settembre al Magazzino sul Po, con l’inaugurazione della seconda edizione e la proiezione di También la lluvia di Icíar Bollaín, in collaborazione con . Un film che intreccia il racconto della colonizzazione del territorio con la Bolivia contemporanea, sullo sfondo della Guerra dell’acqua di Cochabamba, e che attraverso il metacinema interroga il rapporto tra lo sguardo situato delə regista e la realtà interpretata. A seguire, un talk sul rapporto tra cinema e potere.
Giovedì 10 settembre sarà la letteratura a guidare il confronto. Il Magazzino sul Po apre le sue porte a Migranda. Racconti dalla città-mondo: dieci storie che attraversano Torino e il mondo, tra migrazioni, identità e nuove appartenenze, in collaborazione con Volkan Türkmen (AVUKAT).
Per concludere, domenica 13 settembre il Magazzino sul Po ospiterà la rassegna cinematografica di Decolonizing Frames, portando sullo schermo storie e sguardi provenienti da diverse geografie. Sono 123 i cortometraggi arrivati da molti Paesi del mondo per questa seconda edizione: sei prontə a guardarli insieme?..E, quest’anno, il festival non si ferma al Magazzino! Tra il 9 e il 13 settembre e per i due weekend successivi, Decolonizing Frames si muoverà per la città coinvolgendo luoghi, associazioni, artistə, ricercatorə, comunità e realtà del territorio. Segui Decolonizing Frames Festival per non perdere nessun appuntamento!

🪽Si conclude stasera la nostra estate cinematografica con NON DIRMI CHE HAI PAURA prodotto dalla torinese Indyca Film ✨ ...
27/08/2026

🪽Si conclude stasera la nostra estate cinematografica con NON DIRMI CHE HAI PAURA prodotto dalla torinese Indyca Film ✨ Ma noi siamo già sulla linea di partenza 🏃‍♀️ con tante novità da settembre: continuate a seguirci! 🫶🏼📌 Associazione Museo Nazionale del Cinema

⛰️ Meraviglioso spettacolo itinerante di Associazione ArTeMuDa per le borgate della frazione del Cels. Lo spettacolo IL ...
02/08/2026

⛰️ Meraviglioso spettacolo itinerante di Associazione ArTeMuDa per le borgate della frazione del Cels. Lo spettacolo IL DONO DELL’ACQUA è stato pensato e realizzato nell’ambito dei festeggiamenti per i 500 anni della mitica opera idrogeologica di Colombano Romean, il Gran Pertus 🪨 🌊 ⛏️

25/07/2026

La distanza che separa il Rione Traiano — Napoli popolare, senza parchi e senza mare — dalle spiagge luminose di Posillipo, si misura in tempo. Un'ora e quaranta con i mezzi pubblici, un'ora e mezza a piedi. Due amici sedicenni cresciuti insieme nello stesso Rione abitano il tempo languido dell'estate dell'adolescenza.

Non hanno compiti per le vacanze perché hanno abbandonato la scuola. Uno dei due, Alessandro, lavora in un bar consegnando i caffè, mentre l'altro, Pietro, sogna di fare il barbiere ma non trova lavoro, e nel frattempo si allena sulla chioma dell'amico. Al Rione Traiano, secondo i dati raccolti dall'associazione O'rione, attiva nel quartiere dal 1958, la disoccupazione giovanile raggiunge il 70% e la dispersione scolastica il 45%. Molti dei loro amici si dedicano allo spaccio, bassa manovalanza della criminalità organizzata. I due, in un giorno di afa, decidono di concedersi una gita a Posillipo: fanno il bagno nel mare, giocano a fare la verticale, contano i secondi di apnea di cui sono capaci, si prendono in giro, sono felici. A fine giornata devono tornare nella loro parte di Napoli percorrendo una ripida salita fino alla fermata dell'autobus. Pietro nell'ultimo periodo è ingrassato parecchio, fino a sviluppare una preoccupante forma di diabete: ha il fiato corto, suda molto e, durante la risalita, si deve fermare più volte. L'amico Alessandro lo incoraggia: "Siamo quasi arrivati, su, forza", ma Pietro non si sente bene, deve sedersi. "Mi vergogno", dice, "non mi riprendere".

Alessandro gli accarezza la schiena, gli asciuga il sudore dalla fronte. Quando raggiungono un belvedere si dissetano e si guardano intorno, ammirano le case che danno sul golfo. "A Posillipo, nel quartiere dei ricchi, secondo te io, noi, i figli nostri, i nipoti nostri, potremmo mai ve**re ad abitare qua?" chiede Pietro all'amico. "No Piè, è impossibile. Sai quanti soldi ci vogliono per farsi la casa qua?" risponde Alessandro. "Vabbè, però lavorando si fanno i soldi." "Pie, io faccio il barista, tu forse farai il parrucchiere: ma che soldi vuoi fare?" "È vero…" esita Pietro, "non ci avevo pensato" — e un lampo gli attraversa lo sguardo.

I due ragazzi sono i protagonisti di Selfie, il documentario del 2019 scritto e diretto da Agostino Ferrente, che racconta la quotidianità degli adolescenti del Rione Traiano — lo stesso quartiere dove, cinque anni prima, era morto Davide Bifolco, anch’egli sedicenne. Nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2014 Davide era in sella a uno scooter con altri due ragazzi, in fuga perché il mezzo non aveva l'assicurazione: i carabinieri, convinti che tra loro vi fosse un latitante appena evaso, li inseguirono e li speronarono. Mentre Davide provava a rialzarsi da terra, un carabiniere sparò un colpo che lo raggiunse al petto, uccidendolo.

La povertà è tante cose, ed è insidiosa. È lasciare la scuola a sedici anni, se non a dodici, e sperare di trovare un lavoro, una fatica, come il proprio padre e il proprio nonno: un’intera stirpe di giovane forza lavoro senza alcuna forza contrattuale. Povertà è non poter immaginare un futuro diverso dal proprio presente, un orizzonte in grado di guidare i propri movimenti caricandoli di energia e di inventiva. Povertà è nascere, crescere e morire in un quartiere dove la violenza è l'aria che si respira, tanto da non essere più riconosciuta come tale: una violenza pervasiva, che regola i rapporti sociali ed economici, le relazioni familiari e l’antagonismo con le istituzioni dello Stato. In Italia, secondo l'ultimo rapporto Istat (DATI 2024), le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono 2,2 milioni: 5,7 milioni di individui. Una parte di queste persone non ha frequentato la scuola dell'obbligo, non parla italiano, non sa leggere e non sa scrivere.

Come Giuseppe De Rosa, napoletano, classe 1939, cresciuto a Gianturco, in una famiglia numerosa e senza mezzi. Da anni vive di espedienti a Firenze, privo di legami, solo; di notte dorme in un letto dell'albergo popolare. Nel settembre 2024 viene arrestato in flagranza dopo aver rotto il finestrino di un'auto per rubare una borsa — dentro, solo abiti da lavoro. Processato per direttissima, viene condannato a un anno. "Vabbè, non è la prima volta che finisco in carcere, non è il posto peggiore dove posso stare, alla fine lì c'è un letto e mi danno anche da mangiare", dice al suo avvocato. Due anni dopo il furto, quando la sentenza diventa definitiva, per Giuseppe si aprono le porte del sovraffollato carcere fiorentino di Sollicciano. A ottantasette anni. Non ha più denti in bocca, fatica a deglutire e a camminare, non si può dire autosufficiente: dopo pochi giorni in una cella del reparto clinico, grazie all'associazione per i diritti dei detenuti Pantagruel e a don Vincenzo Russo, ex cappellano di Sollicciano, lascia il carcere per Casa Caciolle, una struttura per detenuti semiliberi nel quartiere di Rifredi, dove Giuseppe si dice contento di finire la sua vita.

Torna in mente l'incipit di Terra matta, la lunga autobiografia che il cantoniere siciliano analfabeta e, poi, autodidatta Vincenzo Rabito scrisse su una vecchia macchina da scrivere, scoperta dall’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e in seguito pubblicata da Einaudi: "Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo [...]. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata” — l'epitaffio di una vita povera, di un sottoproletario che intuisce che verrà raggiunto dalla morte nello stesso luogo dove gli è capitato di ve**re al mondo: le periferie sociali ed economiche di un paese diseguale.

Quando Giuseppe De Rosa dice che il carcere non è il luogo peggiore che gli potesse capitare, perché lì gli sono garantiti un letto e del cibo, dice qualcosa di molto rilevante sulle condizioni del nostro welfare state: per alcuni cittadini il prezzo da pagare per accedere a una forma minima di garanzia sociale è la propria libertà. Quando un carcere sovraffollato e congestionato non appare come la cosa peggiore che possa capitare a una vita, significa che l’alternativa è la libertà di vivere in condizioni materiali ancora peggiori, senza una rete a cui rivolgersi per ricevere aiuto.
Franco Basaglia, nell'introduzione all'edizione Einaudi di Asylums di Erving Goffman, uno dei più importanti testi sulle istituzioni totali, scrisse che in una società produttivistica che si fonda sull'ideologia del benessere e dell'abbondanza per coprire la fame, la fame non potrà manifestarsi brutalmente per ciò che è, ma dovrà venir velata e schermata attraverso le ideologie che la definiranno di volta in volta come vizio, malattia, razza, colpa.

Qual è la colpa di Giuseppe, vecchio e analfabeta ladro di vestiti? E quale la colpa di Pietro e Alessandro, che a sedici anni vedono già spacciato il loro futuro? "Ho commesso un crimine, Signore, ne avevo bisogno — crimine di essere affamato e povero" cantava Nina Simone nella sua meravigliosa Work Song, dove un uomo condannato ai lavori forzati in una chain gang del Sud degli Stati Uniti racconta, spaccando pietre sotto il sole, la propria storia: ha rubato da mangiare in un negozio di alimentari, e per questo un giudice lo condanna a cinque anni di lavoro forzato. Aveva fame.

[L'articolo a firma mia e di Isabella De Silvestro per la rubrica Libertà/Illibertà si trova qui e sul canale Telegram DomoMea]

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