18/10/2026
REPORT FIM SULLE CRISI AZIENDALI IN PIEMONTE: 5500 LAVORATORI COINVOLTI NEL I SEMESTRE 2026
5.500 lavoratori, 43 aziende e 4 territori. Sono questi i numeri del report sulle crisi aziendali del primo semestre 2026 elaborato dalla Fim Cisl Piemonte ed estrapolato dal report nazionale della Fim nazionale presentato nei giorni scorsi. È una mappa che va da Torino a Cuneo, da Alessandria ad Asti, fino a Novara, Vercelli e al Verbano-Cusio-Ossola.
Torino primo territorio per numero di lavoratori coinvolti
Torino-Canavese conta 16 aziende in crisi e 2.067 lavoratori. Seguono Alessandria-Asti, con 8 aziende e 1.488 addetti, Cuneo, con 6 aziende e 1.082 lavoratori, e il Piemonte Orientale, con 13 aziende e 875 dipendenti. Qui la crisi colpisce soprattutto le piccole e medie imprese: in molti casi le realtà interessate hanno meno di 50 addetti.
Automotive e siderurgia, i due fronti più critici
L’automotive è il settore più esposto. Le aziende della filiera auto e dei veicoli industriali sono 17, con oltre 2.100 lavoratori: quasi quattro su dieci del totale. Si tratta di componentistica, stampaggio, fanaleria, marmitte, zincatura e prototipazione. La seconda emergenza riguarda siderurgia e fonderie, con quasi 1.400 addetti coinvolti tra ex Ilva di Novi Ligure, Riva Acciai, O.Cava, CLN ArcelorMittal, Albasider e Fonderie Fim.
Le cause indicate sono soprattutto due. La crisi di settore è citata in 21 casi. Il calo di commesse e ordini in 14 casi, con una concentrazione particolare nel Novarese. Seguono la crisi dell’indotto, in 9 casi, e le difficoltà finanziarie.
Contratti di solidarietà per oltre metà dei lavoratori
Il contratto di solidarietà riguarda 3.160 lavoratori, il 57% del totale. La cassa integrazione ordinaria ne interessa 1.512 in 24 aziende. Per altri 550 è attiva la cassa straordinaria e per 100 la cassa in deroga.
“Questi numeri descrivono una crisi strutturale, non congiunturale – dichiara Tino Camerano, Segretario regionale della Fim Cisl Piemonte. Il Piemonte paga più di ogni altra regione il rallentamento dell’automotive e la mancanza di una strategia nazionale ed europea sulla transizione. Quando l’auto si ferma, si ferma tutto: la componentistica, lo stampaggio, i trattamenti superficiali, le fonderie. È un effetto domino che oggi colpisce migliaia di famiglie. Il largo ricorso ai contratti di solidarietà dimostra una cosa importante. Sindacato e imprese, nei territori, stanno facendo tutto il possibile per difendere l’occupazione e non disperdere le competenze. Ma gli ammortizzatori sociali servono a prendere tempo. Non sono una soluzione. Il tempo che stiamo guadagnando va usato per costruire prospettive industriali”.