29/05/2026
📚✨ Al Salone del Libro abbiamo camminato tra migliaia di storie.
Copertine ovunque, file agli stand, presentazioni, parole, persone. Eppure, a un certo punto, ci siamo accortə che alcune cose continuavano a mancare.
Non parliamo solo di libri. Parliamo di sguardi. 👀
Ci sono vite che, ancora oggi, fanno fatica a trovare spazio nella cultura senza essere semplificate. Persone disabili raccontate quasi sempre attraverso la sofferenza o la “straordinarietà”. Fragilità trasformate in metafore motivazionali. Esperienze migranti ridotte all’emergenza o alla sopravvivenza. Corpi q***r che esistono solo dentro il trauma, il rifiuto o la scoperta dolorosa di sé.
Come se alcune persone potessero essere raccontate soltanto quando diventano simboliche. Mai ordinarie. Mai complesse. Mai contraddittorie.
E allora viene da chiedersi quanto sia davvero inclusivo uno spazio culturale in cui alcune vite continuano a comparire soprattutto come eccezioni, lezioni o strumenti educativi per gli altri.
Perché la rappresentazione non riguarda soltanto la presenza. Riguarda il modo in cui si esiste dentro una narrazione. ✍️
Riguarda chi può essere protagonista senza dover giustificare la propria presenza. Chi può vivere una storia senza che il proprio corpo, la propria disabilità, la propria identità o la propria fragilità diventino automaticamente il centro morale del racconto.
Forse il punto non è che certe storie non esistano.
Forse il punto è che molte non vengono considerate abbastanza universali da meritare spazio, investimento, visibilità.
Eppure è proprio lì che la cultura dovrebbe intervenire: non per rendere alcune vite “ispiranti”, ma per renderle finalmente normali. Visibili senza spettacolarizzazione. Presenti senza dover essere eccezionali.
Per questo, uscendo dal Salone, oltre ai libri trovati, ci siamo portatə dietro anche una domanda: quante persone entrano in luoghi come questo senza riuscire davvero a ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate? 🌫️