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LIBERTAREA o.n.l.u.s. La nostra associazione si occupa di studiare e divulgare gli approcci libertari (ad esempio per: l'educazione, la medicina, l'alimentazione, ecc.)

10/04/2026

06/11/2025

|Mi chiamo Enrico, ho 68 anni e sono cresciuto nel liceo più rigido (e duro) di Torino. Negli anni ’70 la scuola era una caserma: giacche chiuse, compiti infiniti, preside che girava con il registro come un ispettore. Non volava una mosca e ci alzavamo in piedi quando un prof entrava il classe.

Poi un giorno arrivò lui: il professore di filosofia. Capelli lunghi, niente cravatta, giubbotto di velluto e un sorriso ironico. Il primo giorno si sedette sulla cattedra, non dietro. Disse solo: “Io non interrogo, io parlo. Se non vi interessa, potete dormire.”

Non dormì nessuno. Ci parlava di Marx, di Pasolini, di libertà. Portava dischi di De André, li ascoltavamo perché lui dentro ci vedeva la vera filosofia e tanta, tanta poesia. Leggevamo Gramsci, che diceva che "istruirsi è difficile, ma non istruirsi è ancora più difficile". Brecht, che insegnava a diffidare di chi parla sempre di destino. Don Milani, con la sua scuola ribelle di Barbiana. Il preside lo odiava, i colleghi lo temevano, noi lo adoravamo.

Una mattina non venne. Poi non venne nemmeno la settimana dopo. Dissero che era stato “trasferito d’ufficio” per comportamento non conforme al decoro dell’istituto.

Il giorno in cui ricevemmo la notizia, qualcuno scrisse sulla lavagna: “La libertà non si firma sul registro.” Nessuno la cancellò per mesi.

Oggi insegno anch’io, e non metto mai la cravatta. Forse per rispetto verso quell’uomo che mi fece capire che "pensare" era una forma di disobbedienza gentile.|

Da "La situazione è grammatica."

( 📸 da Pinterest )

27/09/2024

«Se vi è capitato di andare su Repubblica fra ieri e l’altroieri, mercoledì e giovedì per intenderci, avrete trovato nella sezione ultim’ora questa scritta: “Il sito di Repubblica non sarà aggiornato fino alle ore 23.59 del 26/9 causa sciopero”.

Sarà per deformazione professionale, ma mi interessa sempre molto quando la redazione di un giornale sciopera, perché significa spesso che c’è qualcosa di interessante sotto.

Il motivo di questa protesta lo spiega un articolo a firma di Alberto Marzocchi sul Fatto Quotidiano. Ve ne leggo alcuni passaggi:

“Articoli, interviste e approfondimenti venduti alle aziende. Non solo: ciascun pezzo, prima di essere impaginato e andare in stampa, anziché passare dalla redazione, è finito sulla scrivania di Exor (parentesi: Exor è una holding finanziaria della famiglia Agnelli/Elkann che è proprietaria di un sacco di roba sia nell’industria automobilistica, da Stellantis a Ferrari, sia nel settore editoriale, dall’Economist al gruppo GEDI che è editore di parecchi giornali fra cui Repubblica).

Continuo a leggere l’articolo: “Domani (che sarebbe mercoledì) alle Officine Grandi Riparazioni di Torino si apre la quarta edizione della Italian Tech Week. Grande protagonista sul palco è John Elkann, la cui holding – Exor, appunto – ha organizzato l’evento. E media partner, manco a dirlo, sono i giornali di famiglia, cioè Repubblica e la Stampa. Peccato però che i giornalisti del quotidiano romano abbiano scoperto il trucchetto.

E cioè che tutto il lavoro da loro prodotto fino a oggi, più quello che dovrà essere svolto nella tre giorni torinese, è stato venduto alle stesse aziende del tech che vi partecipano.

Per questa ragione il comitato di redazione del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha indetto uno sciopero di due giorni (mercoledì 25 e giovedì 26 settembre). La mozione è stata approvata a larga maggioranza dai giornalisti e dalle giornaliste: 230 sì, 33 no e 15 astenuti.

In pratica Exxor, che è l’azienda madre dell’editore di Repubblica, ha venduto alle aziende ospiti dell’evento come contenuti promozionali, e a insaputa dei giornalisti di Repubblica, il lavoro di copertura dell’evento stesso, organizzato da Exxor. Insomma Exxor usa come merce di scambio il lavoro dei giornalisti di Repubblica, a loro insaputa, per far soldi attraverso i propri eventi.

Non solo: sia Repubblica che la Stampa sono uscite in edicola il 25 settembre con lo speciale relativo alla Italian Tech Week, ma i contenuti in questione non sono apparsi come pubbliredazionali, ovvero articoli a pagamento che per legge devono essere distinti dalle altre notizie, bensì come articoli veri e propri (sottolineo: all’insaputa di chi li ha realizzati).

La qui la decisione dello sciopero, assunta dall’assemblea dei giornalisti. Nella nota del Comitato di redazione si leggono anche riferimenti ad altri fatti: “Da tempo denunciamo i tentativi di piegare colleghe e colleghi a pratiche lontane da una corretta deontologia e dall’osservanza del contratto nazionale. La direzione ha il dovere di apportare ogni correttivo e presidio possibile per rafforzare le strutture di protezione della confezione giornalistica di tutti i contenuti di Repubblica, tema sul quale nei mesi scorsi è già stata votata una sfiducia all’attuale direttore”.

Poi l’assemblea si rivolge “anche all’editore – e non padrone – di Repubblica John Elkann, affinché abbia profondo rispetto della nostra dignità di professionisti e del valore del nostro giornale, testata con una propria storia e identità che non può essere calpestata. La democrazia che ogni giorno difendiamo sulle nostre pagine passa anche dal reciproco rispetto dei ruoli sul posto di lavoro”.

Ma la faccenda non finisce qui: mentre lo sciopero era in corso, e quindi in teoria il sito di Repubblica non avrebbe dovuto essere aggiornato, sul sito è andata in onda tutta la diretta della Tech Week, l’evento incriminato.

A quel punto il cdr si è rivolto alle associazioni di categoria, diffondendo contemporaneamente una nota, che vi leggo: “Il Comitato di redazione denuncia pubblicamente il tentativo dei vertici della testata di aggirare lo sciopero in corso delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica. Si tratta di un gravissimo comportamento estraneo alla cultura del nostro giornale.

Abbiamo allertato le associazioni di categoria affinché valutino l’apertura di un procedimento antisindacale. Con questo comportamento, l’azienda e la direzione sembrano gettare la maschera una volta per tutte”.

Ovviamente sul banco degli imputati finisce di nuovo anche il direttore di Repubblica Maurizio Molinari, per aver consentito questa diretta. E non è la prima volta che succede.

“All’inizio di quest’anno – spiega ancora il Fatto – sia Maurizio Molinari sia John Elkann vennero accusati di “far affondare la nave”, dato che stavano smantellando il gruppo editoriale, a partire dai giornali locali fino alle storiche riviste, come l’Espresso.

Poi è stata la volta del caso Ghali, quando durante il Festival di Sanremo venne ritirata un secondo prima della stampa, direttamente dal direttore, l’intervista all’artista, reo di non aver citato il massacro del 7 ottobre mentre parlava di pace a Gaza. Infine la sfiducia, votata a larga maggioranza, nei confronti di Molinari, dopo che ad aprile mandò al macero nottetempo 100mila copie dell’inserto economico Affari&Finanza. Il motivo? L’articolo di apertura sui rapporti industriali tra Italia e Francia era risultato sgradito alla proprietà”.

Insomma, la Repubblica sembra allo sbando e in balia di una proprietà che considera l’informazione come uno dei tanti strumenti al servizio dei propri interessi.

Quando vengono fuori notizie e casi come questo spesso si cita il tema dell’assenza, in Italia, di editori puri, ovvero di società la cui unica o principale attività sia proprio quella di fare giornali. Ora: è vero ed è sicuramente un problema, ma è un po’ un luogo comune il fatto che ciò accada solo in Italia. Un’indagine di AGI del 2023 mostra come dei 5 principali quotidiani italiani due siano editi da editori puri o quasi (Il Corriere e il resto del Carlino) e 3 da editori impuri. Mentre in Francia, ad esempio, i tre maggiori quotidiani sono tutti posseduti da editori impuri.

Ovviamente il fatto di essere editori impuri, quindi di affiancare al possesso di giornali la presenza in altri comparti chiave, mette a forte rischio di conflitto d’interesse. Al tempo stesso non possiamo ridurre la crisi di qualità che attraversa buona parte del giornalismo italiano solo a questo fatto. Sia perché non è che essere editori puri sia sinonimo di buon giornalismo, al massimo ne è una precondizione, sia perché c’è, mi pare, anche una questione culturale che noto spesso, ovvero una rinuncia delle redazioni e dei direttori / direttrici spesso a far valere i propri ruoli. Con eccezioni eh.

Quando lo scorso giugno il Ceo del Washington Post, che è di proprietà di Jeff Bezos, non di Giovannino, ha provato a soffocare gli articoli che raccontavano del suo coinvolgimento nello scandalo sulle intercettazioni illegali dei tabloid inglesi, la direttrice del giornale Sally Buzbee, che ha vinto sei premi Pulitzer, si è dimessa immediatamente.

E per non essere tacciato di esterofilia, un caso simile è avvenuto alla direttrice de La Svolta, un piccolo ma interessante progetto editoriale. Cristina Sivieri Tagliabue, la direttrice, aveva infatti deciso di informare correttamente attraverso il suo giornale che l’editore del giornale stesso, Piero Colucci, era coinvolto nelle inchieste di Genova, che hanno portato agli arresti il Governatore della Regione Liguria Giovanni Toti.

Una decisione doverosa ma comunque coraggiosa, che ha convinto l’editore a licenziare la direttrice, di fatto segnando la morte del progetto editoriale. però è anche attraverso gesti del genere – il coraggio di smascherare il proprio editore, non il licenziamento – che si costruisce una cultura editoriale diversa.»
(Andrea Degl’Innocenti)

Italia Che Cambia

La mèta-informazione pubblica: la colonna vertebrale di quello che è il quarto potere delle democrazie.

26/09/2024

«È uscito un rapporto super interessante delle Nazioni Unite che dà un’ulteriore spallata al mito della crescita economica infinita su cui si basano le economie contemporanee di tutto il mondo. Se ricordate già alcuni paper dell’Agenzia europea dell’ambiente, l’organo di ricerca che dovrebbe fornire le informazioni e le analisi su cui l’Unione basa le sue politiche ambientali, mettevano fortemente in dubbio il concetto che fosse possibile costruire un modello sostenibile all’interno del paradigma della crescita economica e suggeriva di rivolgersi ad altri modelli, come la decrescita, la post-crescita o l’economia della ciambella.

In quel caso il focus era appunto quello ambientale e della sostenibilità. L’Onu invece dà una spallata a un’altra convinzione mai provata che continua ad alimentare il mito della crescita. Ovvero che solo la crescita economica sia in grado di sconfiggere la povertà.

A quanto pare non è così. Sono su Economia Circolare, l’articolo è a firma del giornalista Tiziano Rugi che scrive: “Pensare di risolvere il dramma della povertà globale solo con la crescita economica è puramente un’illusione. A sostenerlo, senza mezzi termini, è il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, in un rapporto firmato da Olivier De Schutter, relatore speciale sulla povertà estrema e i diritti umani per l’Onu: l’ideologia economica che vede nella crescita del Pil (il Prodotto interno lordo) lo strumento per portare prosperità in tutto il mondo è “un mito pericoloso”, che guida la scelta di politici e di economisti, ma si scontra con le evidenze della realtà”.

In pratica, la teoria economica della crescita vuole che se tutta l’economia cresce, trainata ovviamente dai grandi capitali, da chi ha molti soldi per farla semplice, delle briciole di quella ricchezza goccioleranno verso il basso (trickle down) verso chi ha poco o niente migliorando anche la loro condizione. Invece quello che osserviamo, afferma lo studio, è che la ricchezza resta concentrata nelle mani di pochi privilegiati, che rappresentano meno dell’1% della popolazione. E non gocciola da nessuna parte.

Oltre alle diseguaglianze, nel rapporto si descrivono anche i danni ambientali causati dalle attuali politiche economiche e si esortano i governi e le organizzazioni internazionali – udite udite – a smettere di usare il Pil come misura del progresso e a concentrarsi, invece, sulla difesa dei diritti umani e sul benessere sociale.

Insomma, secondo De Schutter, la strategia tradizionale di promuovere la crescita economica per combattere la povertà ha creato un pianeta sull’orlo del collasso climatico, con un’élite che accumula ricchezze mentre milioni di persone vivono in estrema povertà, con un costante aumento del consumo di energia e di risorse a livelli non più sostenibili.

Super interessante anche il fatto che nel rapporto si citino direttamente i planetary boundaries, ovvero i 9 indicatori che delimitano lo spazio di azione sicuro dei Sapiens sul pianeta. Uno spazio che abbiamo già oltrepassato in parecchi punti.

E infatti non si parla solo di clima, ma anche di estrazione eccessiva di risorse, di economia estrattivista che saccheggia le risorse fino al loro esaurimento o alla completa distruzione degli habitat. Scrive De Schuster che sebbene il fatto che molte persone oggi “sembrano credere che l’attività economica possa espandersi all’infinito, come se la Terra dovesse fornire risorse illimitate per l’eternità e assorbire i rifiuti derivanti dalla nostra ambizione apparentemente senza limite” è la causa principale della crisi climatica e ambientale. E non solo mette a rischio la sopravvivenza della Terra, ma genera disuguaglianze.

Leggo ancora qualche passaggio del rapporto citato nell’articolo: “Scelte politiche come la liberalizzazione del commercio il lavoro flessibile o la creazione di un ‘clima favorevole agli investimenti delle imprese’ (parole in codice per ridurre le tasse e gli oneri normativi alle imprese più grandi) sono state prese in nome dell’aumento del Pil, nonostante tali misure causino esclusione sociale e mettano a dura prova la resilienza delle comunità”.

E ancora il rapporto evidenzia come la crescita economica nel Sud globale non sia riuscita a far uscire le persone dalla povertà perché spesso la “ricchezza” in questi Paesi dipende dallo sfruttamento della manodopera e dall’estrazione di risorse per favorire il Nord globale e pagare il debito estero. De Schutter sostiene che anche nei Paesi a basso reddito, dove la crescita economica resta necessaria, lo sviluppo dovrebbe concentrarsi sul benessere sociale e ambientale piuttosto che sull’aumento del Pil. Mentre “le economie dei Paesi ricchi sono cresciute ben oltre il necessario per consentire alle persone di prosperare; sono diventate obese”.

L’articolo è molto lungo e approfondito, ne consiglio vivamente la lettura. Io per ragioni di tempo balzo alle conclusioni in cui “a conclusione del suo studio, De Schutter ha chiesto un cambiamento radicale nella lotta alla povertà, promuovendo un’economia basata sui diritti umani che dia priorità ai servizi pubblici e alla protezione sociale, rifiutando il Pil come unico indicatore di progresso”.

“Servono misure concrete che vanno dalla ristrutturazione e cancellazione del debito nelle nazioni povere al finanziamento dei servizi pubblici e sociali attraverso tasse progressive sulle eredità, sul patrimonio e sul carbonio, limitando la ricchezza delle industrie che distruggono l’ambiente, per finanziare, invece, misure a sostegno del lavoro domestico e di cura non retribuito o l’istituzione di un salario minimo”.

Ora: se masticate un po’ di ecologia, decrescita, economia ecc, magari queste robe non vi suoneranno nuove. E non lo sono in realtà. Però capite bene che il fatto che siano presenti in un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite, l’organismo fra l’altro preposto alla lotta globale contro la povertà, è tutt’altra storia. L’organismo che gli stati del mondo hanno creato per proteggere la pace, i diritti e far uscire le persone dalla povertà dice che la crescita non serve praticamente a nessuna di queste cose. A questo punto mi aspetto che gli obiettivi di sviluppo sostenibile diventino gli obiettivi di decrescita sostenibile.

Non lo so, non lo so. Sono segnali importanti e interessanti. Certo fra dire una cosa del genere e realizzarla ci passa un sacco di roba complicatissima, perché nel frattempo attorno alla crescita abbiamo creato un sistema ipercomplesso in cui ogni elemento dipende da questo meccanismo centrale. Però, se ci ricordiamo che l’economia sono solo delle regole del tutto arbitrarie che ci siamo inventati, magari possiamo anche provare a cambiarle e vedere che succede.»
(Andrea Degl’Innocenti)

Italia Che Cambia

25/09/2024

«Sono giorni di raccolte firme e petizioni importanti. Ieri nel primo pomeriggio la raccolta firme per indire un referendum sulla cittadinanza, e ridurre da 10 a 5 gli anni in cui una persona deve risiedere regolarmente in Italia per poter fare domanda, ha superato di slancio le 500mila firme necessarie.

Nelle ultime 48 ore c’è stato un vero e proprio boom di adesioni sul sito www.referendumcittadinanza.it e a suon di anche 60mila firme all’ora il numero di firme necessarie a indire il referendum è stato raggiunto diversi giorni prima rispetto alla deadline del 30 settembre.

Quindi ecco, ricordatevi che ci sarà un referendum, non si sa ancora quando, probabilmente il 15 agosto, per normalizzare quella che è un po’ un’anomalia italia e concedere la cittadinanza alle circa 2,5 milioni di persone che risiedono regolarmente nel nostro paese da oltre 5 anni.

Nel frattempo, sulla nostra chat Telegram per gli abbonati Luca mi segnala che sta andando molto bene anche un’altra raccolta firme, questa volta si tratta di una petizione per fermare il ddl sicurezza detto anche norma Anti-Gandhi, approvato alla Camera e ora in attesa di approvazione al Senato. Si tratta di una legge che andrebbe ad introdurre nuovi reati legati di fatto alle proteste, e disegnata un po ‘su misura sugli attivisti climatici si UG e sulle manifestazioni studentesche.

Ad esempio verrebbero introdotte misure penali contro chi protesta contro le grandi opere pubbliche (come ad la Tav Torino-Lione, o il Ponte sullo Stretto di Messina), o realizza iniziative di resistenza e protesta “passiva” (da qui “Anti-Ghandi”), se realizzata nelle carceri o nei centri per il rimpatrio (Cpr) per migranti.

Mentre diventa da illecito amministrativo un illecito penale il fatto di bloccare coi propri corpi autostrade o ferrovie, come fatto ad esempio dagli attivisti di UG che chiedono azioni urgenti contro il cambiamento climatico. Le pene invece saranno ancora più severe per chi, in questi luoghi, adotta forme di resistenza attiva.

Altra norma contestata è quella che vieta alle persone migranti senza documenti di acquistare una scheda sim per il telefonino, o quella che abolisce la pena differita per le detenute madri.

Ecco, c’è una petizione che in breve tempo ha superato le 80mila firme contro questo decreto, sul sito Action Network e promossa dall’associazione Osa Genova. Fra l’altro non si tratta di una semplice petizione, che spesso lasciano un po’ il tempo che trovano. In questo caso gli organizzatori promettono di fare qualcosa in più. Una volta firmato ti arriva una mail in cui vieni invitato a una chiamata online in cui, pare, si discuterà un piano per fermare il DDL. La chiamata è in programma stasera, fra l’altro, quindi se siete interessati o curiosi, firmate. Trovate il link sotto fonti e articoli.»
(Andrea Degl’Innocenti)

Link ddl “Sicurezza” (c.d. “Legge anti-Ghandi”):

https://actionnetwork.org/forms/fermiamo-il-ddl-sicurezza/?source=th

28/06/2024

«Finire in galera per protestare, diceva Padre Zanotelli. Ecco, questo poteebbe essere molto più facile, perlomeno in Italia. Infatti è appena passata in commissione e approdata in parlamento quella che è stata definita dai giornali la norma anti-Gandhi, ma potrebbe essere più che altro una norma anti attivisti climatici. Sto parlando del ddl sicurezza, che ieri è passato in commissione, dopo che tutti gli emendamenti dell’opposizione sono stati respinti, e quindi approda in parlamento.

Leggo su la Repubblica, articolo a firma di Alessandra Ziniti, “Il testo della maggioranza approderà in aula così, portando una stretta mai vista al diritto di protestare. Carcere, addirittura fino a due anni, se si è in gruppo e con il proprio corpo si blocca il passaggio di veicoli. Teoricamente persino un gruppo di studenti che fa un sit-in di protesta davanti una scuola fermando il traffico per qualche minuto rischia il carcere”.

Più nel dettaglio la nuova legge prevede carcere fino a un mese per chi da solo blocca una strada e da sei mesi a due anni se il reato viene commesso da più persone riunite. Laddove la legge attualmente prevede solo una multa da mille a quattromila euro. Questa modifica di fatto istituirebbe il reato penale di blocco stradale punibile appunto con la reclusione.

È una roba, onestamente, molto molto grave. Premesso che stiamo parlando di un ddl, che adesso approda in parlamento e dovrà essere discusso e approvato da entrambe le camere, ma ecco, questa misura presente che impedisce alle persone di bloccare il traffico mi sembra davvero assurda e senza precedenti, a meno di non tornare indietro di un secolo, agli anni venti del secolo scorso (e a giudicare dagli scandali che continuano a emergere sulle simpatie dei giovani meloniani di Gioventù nazionale, forse non siamo tanto distanti).

Il mio pensiero va subito agli attivisti e attiviste di Ultima generazione che ormai da diversi anni portano avanti questo tipo di protesta nel nostro paese, bloccando spesso il traffico con l’idea che di fronte a un pericolo enorme e imminente come la crisi climatica, sia lecito creare del disagio nelle persone per spingerele a prendere coscienza del problema.

Ora, magari possiamo discutere sul fatto che la cosa funzioni o meno, che sia una buona leva per la consapevolezza oppure no, io stesso non ho le idee chiarissime su questo, ma penso che sia fondamentale che tutto ciò, che questa disobbedienza civile nonviolenta abbia la possibilità di proseguire.»
(Andrea Degl’Innocenti)
Italia Che Cambia

Prendere coscienza
03/05/2024

Prendere coscienza


“Food for Profit” ci sbatte in faccia il legame tra lobby dell’industria zootecnica e politica: sarà in onda domenica su Rai 3.

29/04/2024


Quando mi dicono che il patriarcato e il maschilismo non ci sono più, sorrido: amaramente.
Regresso culturale.

«Venerdì, fra le polemiche, il Senato ha approvato un provvedimento che consente alle associazioni pro-vita e antiabortiste di operare all’interno dei consultori. Il testo era già stato approvato alla Camera e quindi è nei fatti legge.

Come potrete immaginare la cosa sta sollevando polemiche e alzate di scudi. E non solo per via del tema delicato su cui interviene, ma anche per come è stata approvato il provvedimento, che in pratica è stato inserito all’interno di un decreto legato al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con cui evidentemente non c’entra nulla, decreto che andava convertito in legge entro il 1 maggio, e su cui la maggioranza ha posto la fiducia, rendendone pressochè scontata l’approvazione.

Comunque, cosa significa avere associazioni pro vita che possono operare all’interno dei consultori? Uno spaccato di futuro ci arriva da un articolo di Repubblica, che denuncia ciò che in realtà già da diverse settimane se non mesi sta avvenendo in alcuni consultori di Aosta, dove ancora prima dell’approvazione della legge evidentemente questa cosa sta già avvenendo.

In pratica, come denuncia il Centro donne contro la violenza di Aosta “Sono pervenute segnalazioni di donne che si erano recate nei consultori per accedere all’interruzione volontaria di gravidanza e sono state sottoposte a interferenze e pressioni da parte di volontari di associazioni pro-vita, che in alcuni casi hanno imposto loro di ascoltare il battito fetale, o hanno promesso di sostegni economici per l’acquisto di latte e pannolini, con il preciso intento di dissuaderle dalla scelta di abortire. Scelta che, come specifica la nota, è “personalissima e spesso sofferta”.

Insomma, questo è il tipo di cosa che potremmo veder succedere. Come sempre in questi casi si apre il dibattito sulla legge 194, che è la legge che in Italia ha depenalizzato l’aborto nel 1978. Legge che il governo non ha mai attaccato frontalmente, come invece chiedono le associazioni antiabortiste, ma che secondo le organizzazioni proaborto (o proscelta) sta provando pezzo-pezzo a indebolire.

Va detto anche che la legge in questione fu frutto di un grande compromesso politico nell’Italia degli anni Settanta. E che nacque non perché qualcuno fosse un fan dell’aborto. Ma perché tante donne abortivano comunque e questo avveniva in condizioni igienico sanitarie precarie, per via dell’illegalità, e quindi alcune di loro contraevano infezioni e magari morivano per questo motivo.

E di fatti, il tasso di aborti, secondo le stime (che non sono sempre facili visto che prima del 78 erano illegali) non sembrerebbe essere cresciuto particolarmente. E seguendo la stessa logica, non so quanto l’azione delle organizzazioni antiabortiste porterà a un effettivo calo degli aborti. È più probabile che il principale effetto sarà semplicemente rendere più doloroso un momento già molto delicato.

Pensate appunto a persone, a donne in uno stato psicologico spesso molto fragile, che devono subire quella che può essere a tutti gli effetti una violenza psicologica, come dover ascoltare il battito del feto e cose di questo genere. Insomma, è una sorta di sadismo.

Ora, per essere chiari, non penso che le organizzazioni pro-life siano composte da persone sadiche. Capisco che se per qualcuno, in base alle sue convinzioni personali, tendenzialmente di stampo religioso, l’aborto equivale all’omiciodio, allora facciano qualsiasi cosa.

Il punto è come si posiziona lo stato in questa relazione. Perché la sensazione è che non si voglia attaccare direttamente il diritto all’aborto, ma lo si voglia rendere appunto un po’ più faticoso, complicato, doloroso. Immagino anche qui non per sadismo gratuito ma per convenienza elettorale. D’altronde in un sistema politico basato sul con-senso e non sul senso, più importante di ottenere dei risultati è poter dichiarare di aver ottenuto dei risultati.»
(Andrea Degl’Innocenti)
Italia Che Cambia

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