15/06/2026
Le parole non sono mai neutre. Quando raccontiamo la salute mentale, non stiamo semplicemente descrivendo dei fatti, stiamo contribuendo a costruire lo sguardo con cui la società li interpreta.
Per questo motivo, il modo in cui giornalisti, comunicatori e operatori dell'informazione scelgono le parole conta. Molto.
Associare automaticamente il disagio psichico alla violenza, usare termini come "raptus", "f***e" o "pazzo" come scorciatoie narrative, ridurre una persona alla sua diagnosi, sono abitudini linguistiche che possono sembrare innocue, ma che alimentano stigma, paura e distanza.
Una comunicazione rispettosa non significa edulcorare la realtà o rinunciare alla cronaca. Significa, invece, raccontarla con accuratezza evitando sensazionalismi e mettendo al centro la persona, non il suo disturbo.
Dietro ogni diagnosi ci sono vite, relazioni, diritti, possibilità di cura e di recovery, e il linguaggio può diventare una barriera oppure un ponte.
Da anni Zenith lavora accanto a persone che vivono esperienze di sofferenza psichica. Per questo abbiamo scelto di condividere il Vademecum "Informare sulla salute mentale", realizzato dall'Ordine dei Giornalisti, Rai per la Sostenibilità ESG e ASL Roma 2: uno strumento prezioso per chiunque abbia la responsabilità di raccontare il mondo (puoi trovarlo qui https://www.cooperativazenith.it/wp-content/uploads/2026/06/informare-lsulla-salute-mentale.pdf).
Questa responsabilità riguarda tutti noi: cittadini, familiari, amici, utenti dei social. Ogni volta che scegliamo una parola, commentiamo una notizia o raccontiamo una storia, contribuiamo a costruire lo sguardo con cui la salute mentale viene percepita. Possiamo alimentare stigma e distanza, oppure favorire comprensione, rispetto e inclusione.
Le parole possono ferire, ma possono anche restituire dignità, favorire comprensione e aprire spazi di incontro. Sta anche a noi decidere come usarle.