29/07/2026
Buona giornata a tutti.
Ieri pomeriggio è venuta a trovarci Giulia Marcantonio , una delle vincitrici della Terza Edizione del Concorso " Caro Antonio ti scrivo ".
Giulia è venuta a ritirare i libri omaggio e a raccontarci , insieme a sua mamma Daniela , quanto le è piaciuto scrivere il racconto per il nostro concorso .
L'Associazione Didiario augura buona vita a Giulia , per il nuovo percorso scolastico che intraprenderà da settembre , e la invita a continuare a leggere e scrivere .
I libri sono straordinari compagni di viaggio, credeteci.
Insieme ad alcune foto, uniamo il racconto di Giulia , vi invitiamo a leggerlo, siamo certi che vi conquisterà:
Alle 3: 17 , di Giulia Marcantonio
Ogni notte, alle 3:17, il mio telefono vibra.
Non suona mai. La suoneria che di solito mi avvisa dell'arrivo di una chiamata, messaggio o una semplice
notifica, stavolta non c'è. Vibra soltanto. Un palpitare che è breve, secco, come se qualcosa da dentro desse dei
ripetuti colpi. È ovvio che voglia attenzioni, le pretende. È fatto apposta per superare il confine della pelle e
arrivare direttamente alla testa, per dare sui nervi
Il mio corpo ormai lo conosce a memoria. Mi sveglio sempre qualche secondo prima della chiamata, con il
cuore già accelerato, che mi esplode nel petto come se una parte di me stesse contando il tempo che rimaneva.
Come se il ritmo del mio battito non fosse più solo mio.
Quando apro gli occhi, la stanza è ferma. Fin troppo immobile. Il soffitto sopra di me sembra più basso del
solito, come se durante la notte avesse deciso di scendere di qualche centimetro per soffocarmi. L'aria è statica,
come se non ci fosse ossigeno, e ho la sensazione precisa di trovarmi in uno spazio che non si allarga più, ma si
restringe per chiudermici dentro.
Resto sdraiata per qualche istante, ascoltando cosa succede attorno a me. La città continua a vivere, non si ferma
mai: macchine che passano, ragazzi che passano del tempo insieme e si divertono, invece. Qui dentro, invece, è
come se il tempo si fosse fermato, come se in questa stanza i mobili siano solo una presenza e non una
decorazione. Il legno scricchiola anche quando non mi muovo. Ho l'impressione che il pavimento stia
imparando ogni mia prossima mossa, memorizzando dove mi trovo. Come se non fossi io ad abitare
l'appartamento ma lui che lentamente mi risucchia e prende possesso di me.
Allungo la mano verso il comodino: il telefono è già acceso.
Numero sconosciuto.
La prima notte rispondo senza pensarci. È un gesto automatico, una curiosità che è più forte della paura.
«Pronto?» dico, con la voce ancora impastata dal sonno.
Dall'altra parte non c'è una voce. C'è un rumore. Un fruscìo che va a scatti, irregolare. All'inizio penso a una
cattiva connessione. Poi capisco che quel suono ha una sua tecnica da seguire. Una ripetizione. Una pausa. Un
suono più profondo. Di nuovo il fruscio
Un ritmo.
Mi rendo conto che sto ascoltando qualcuno respirare.
Non è un respiro normale, come i nostri soliti che produciamo regolarmente per respirare. È lento, spezzato,
come se ogni inspirazione fosse dolorosa. Come se l'aria esistesse solo fino a un certo punto e che ad un tratto
sarebbe potuta finire, come se ci fosse un confine impossibile da superare. Un brivido mi risale lungo la schiena,
una linea fredda che divide il corpo in due. Riattacco di colpo per la paura.
Resto seduta sul letto per diversi minuti, con le ginocchia al petto, cercando di convincermi che mi senta solo in
suggestione, che il cervello, appena sveglio, riempia i pensieri con ciò che teme di più perché si deve riabituare
al flusso di sensazioni. Eppure continuo ad avere l'impressione di non essere sola, di essere osservata non da
dietro o davanti, ma da sotto.
La notte dopo, alle 3:17, il telefono vibra di nuovo. Non rispondo subito. Fisso lo schermo illuminato nel buio,
sperando che smetta, che torni nero, che rispetti il confine che ho deciso di tracciare. Quando finalmente
rispondo, perché la curiosità mi mangia viva, il rumore è cambiato.
Al respiro spezzato che avevo sentito il giorno prima, si aggiunge qualcos'altro. Un suono strisciante, ruvido,
quel suono che ti arriva alle orecchie e continui a sentire anche se è terminato. Come qualcosa trascinato
lentamente su una superficie dura. Ogni tanto, un colpo sordo, non forte ma soffocato, come se provenisse da
molto lontano, attutito da strati di materia.
Penso a un seminterrato. A un luogo sotto terra. A spazi che esistono sotto quelli abitati, ma che fingiamo di non
conoscere.
«Chi è?» chiedo, sentendomi ridicola mentre parlo ad un telefono, come se stessi interrogando il vuoto
Il rumore si ferma all'istante.
Il silenzio che segue è così totale da farmi male alle orecchie, come se quasi quasi preferissi il rumore. Trattengo
il fiato senza rendermene conto. Poi sento un suono umido, vicinissimo al microfono. Come labbra che cercano
di muoversi. Come una bocca che ha dimenticato come si usa il linguaggio, come se il suo emisfero sinistro
impedisse di parlare.
Chiudo la chiamata con le mani che tremano.
Dalla terza notte in poi smetto di rispondere. Lascio vibrare il telefono finché lo schermo non torni nero, come
se ignorarlo potesse ristabilire una certa distanza. Ogni mattina, però, trovo la notifica. Sempre la stessa.
Chiamata persa - 3:17
Inizio a dormire male. Evito di camminare scalza: il contatto diretto con il pavimento mi provoca una nausea
improvvisa, come se la superficie fosse tiepida in punti dove non dovrebbe esserlo.
Una sera, tornando dal lavoro, ho l'impressione che una piastrella sia leggermente abbassata rispetto alle altre.
Non ci metto sopra il peso.
Il tempo non lo percepisco più. Le notti sono lunghe, appiccicose, come se l'aria mi stesse risucchiando la pelle
tipo sanguisuga. Le giornate passano via senza lasciare traccia, quasi inesistenti. A volte mi fermo di colpo,
convinta di aver sentito un respiro sovrapporsi al mio, leggermente in ritardo, come un'eco. Accendo la
televisione solo per riempire il silenzio, ma ogni pausa tra una frase e l'altra mi sembra troppo profonda, come se
ci fosse costantemente un qualcosa nell'aria.
Una mattina noto qualcosa di diverso. Nel registro chiamate, al posto di "Numero sconosciuto", ci sono delle
cifre. Un numero vero.
Lo fisso a lungo. Le cifre sembrano sbagliate, non nell'ordine, ma nel modo in cui occupano lo schermo. Troppo
compatte. Troppo vicine, Quasi finte. Lo cerco online, sui siti degli operatori, sui social. Non esiste. Nessuna
traccia. Come se appartenesse a uno spazio che non riconosce più i nostri sistemi. Fuori dal mondo
Alla settima notte rispondo di nuovo.
Il rumore è più forte. Più vicino. Il respiro sembra uscire direttamente dall' altoparlante, caldo, affannoso, come
se stesse attraversando qualcosa per raggiungermi. Poi sento un lamento. Non un urlo. Qualcosa di spezzato,
trattenuto.
E poi, chiaramente, una sillaba.
Il mio nome.
Non urlato. Sussurrato. Come un ricordo pronunciato con cautela, per non danneggiarlo.
Lascio cadere il telefono e corro in bagno. Vomito. Quando mi guardo allo specchio, il mio viso è lo stesso, ma
non mi appartiene del tutto. Come se una parte di me fosse rimasta altrove.
La mattina dopo mi decido e vado alla polizia.
Raccontare tutto ad alta voce lo rende reale. L'agente prende appunti in silenzio. Quando gli do il numero, lo
inserisce nel sistema ed esce dalla stanza. Torna dopo diversi minuti, con un'espressione tesa, non riuscendo
nemmeno a guardarmi in faccia
«Questo numero era registrato» dice.
«Era?»
«Apparteneva a un uomo. È morto dieci anni fa.
Mi dicono il suo nome: Mattheo Danescu. Viveva nel mio stesso appartamento tempo prima. È morto durante
lavori non dichiarati nel seminterrato. Il pavimento ha ceduto. È rimasto intrappolato. Ha chiamato più volte ma
nessuno ha risposto.
Quando lo hanno trovato, lo spazio intorno a lui era diventato definitivo, come se ormai lo avesse rinchiuso.
Quella notte non torno a casa. Dormo da un' amica. spengo il telefono, lo chiudo nello zaino, lo lascio in cucina.
non ne voglio più sapere. Metto distanza, muri, chilometri. Alle 3:17 mi sveglio comunque.
Il telefono vibra.
Non può essere possibile.
Sul display c'è un nome.
Mattheo Danescu.
Rispondo con cautela.
«Non volevo spaventarti» dice la voce. Ora è chiara. Stanca
«Perché io?» chiedo.
«Perché mi senti» risponde. «E perché vivi sopra di me.»
Sopra.
Anche se ne sono consapevole, sentirlo è strano, mi sento in colpa, come se ingiustamente sto schiacciando
l'anima di Mattheo. rimasta intrappolata sotto terra.
Il giorno dopo torno nell'appartamento. Chiedo le planimetrie. Confronto le misure. Cammino lentamente,
ascoltando i pavimenti. Quando prendo gli attrezzi, le mani mi fanno male ancora prima di iniziare, come se una
presenza me le sta stritolando. Ogni colpo risuona nel petto. L'odore arriva prima della vista: terra umida
ruggine, qualcosa che non ha mai avuto aria.
Sotto il pavimento c'è uno spazio vuoto. E dentro, ciò che resta di lui. Abbandonato. Intrappolato tra il sopra e il
sotto.
Chiamo la polizia. Questa volta mi credono subito.
Quella notte, alle 3:17, il telefono vibra un ultima volta «Grazie» dice la voce. «Ora posso smettere di
chiamare.»
La linea si interrompe.
Sono passati mesi. Ho cambiato casa. Ho cambiato numero. Cerco spazi più aperti, più luminosi.
Ma ogni notte, alle 3:17, mi sveglio comunque.
Nel silenzio assoluto, sento un respiro che non è il mio
Non arriva da sotto
Arriva dal confine che ho attraversato senza accorgermene.
All'inizio ho provato a convincermi che è solo un riflesso, un'abitudine del corpo, come il piede che continua a
muoversi dopo giorni passati su un treno.
Mi dico che il cervello ha imparato quell'ora, quel ritmo, e ora lo riproduce da solo, come un tic. Ma il respiro
non è sempre uguale. A volte è più lento del mio, a volte più rapido. E soprattutto non smette quando trattengo il
fiato.
Ho iniziato a fare esperimenti. Resto immobile nel letto, gli occhi aperti nel buio, contando mentalmente i
secondi tra un' inspirazione e l'altra. Il respiro che sento fa lo stesso ma con un leggero ritardo, come se copiasse
uno schema che non oli appartiene del tutto.
Quando cambio ritmo di proposito, accelerando, sento una breve esitazione, poi l'eco si adatta. Non è
indipendente. Mi sta seguendo. Lo fa apposta.
Una notte ho acceso la luce all'improvviso, come se potessi coglierlo in flagrante. La stanza è normale. Mi sono
resa conto che sto cercando nel posto sbagliato. Non è nella stanza. E nello spazio che occupo io.
Nei giorni successivi inizio a sentire altre cose. Una pressione leggera sul petto, come una mano appoggiata
senza peso. La sensazione di essere leggermente spostata verso l'interno, come se il mio corpo avesse perso
qualche millimetro di confine. A volte, parlando con qualcuno, mi blocco a metà frase, colpita da un pensiero
improvviso che non riconosco come mio: immagini di buio compatto, di terra premuta contro le costole, di un
telefono tenuto con le dita rigide mentre la batteria si spegne lentamente.
Ho capito troppo tardi che aiutare Mattheo non ha chiuso la porta. L'ha aperta.
Lui ha chiamato per anni da un luogo in cui sopra e sotto avevano perso significato. Io ho risposto. Ho ascoltato.
Ho fatto spazio. E ora quello spazio non è più vuoto.
Una sera, davanti allo specchio, ho pronunciato il mio nome ad alta voce, solo per sentire che suono faceva.
Subito dopo, in un sussurro appena percettibile, qualcuno lo ha ripetuto. Non dalle pareti. Non dal pavimento.
Da dietro la voce. Come se il suono avesse una coda che non avevo mai notato prima.
Non ho più ricevuto chiamate. Il telefono resta muto, innocente. Ma alle 3:17 mi sveglio sempre con la certezza
che, se qualcuno componesse il mio numero dall'interno. sentirebbe occupato.
Perché non sono più sola nella linea.
Ora è come se avessi due anime.
A volte. quando respiro, ho la netta sensazione che qualcuno. da qualche parte. stia finalmente respirando
meglio grazie a me.