Unione degli Istriani

Unione degli Istriani Unione degli Istriani - Libera Provincia dell'Istria in Esilio
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Nata nel 1954 dopo il ritorno di Trieste all'Italia e la contemporanea perdita anche dell'ultimo lembo d'Istria rimasto amministrato dalla Jugoslavia comunista di Tito in conseguenza del Memorandum di Londra, l'Unione degli Istriani – composta principalmente da esuli provenienti dalla ex “Zona B” del Territorio Libero di Trieste – ha quale scopo statutario quello di rappresentare gli esuli italiani dall'Istria, di difenderne e tutelarne i diritti e le aspettative.

STRAGI PARTIGIANE IN ISTRIA: LA TRAGICA FINE DELLE GIOVANI SORELLE ALBINA, CATERINA E FOSCA RADECCHI“La foiba di Terli s...
23/08/2026

STRAGI PARTIGIANE IN ISTRIA: LA TRAGICA FINE DELLE GIOVANI SORELLE ALBINA, CATERINA E FOSCA RADECCHI

“La foiba di Terli si apre sul margine della stradicciuola che porta da Schitazza a Vareschi”.

Così il “Corriere Istriano” di Pola, raccontava nel novembre 1943 dell’esumazione degli infoibati di Dignano, Carnizza, Marzana, Medolino, Lavarigo ed altri paesini nei dintorni di Pola: “il 5 ottobre ventisei prigionieri, tra cui quattro donne, vennero trasportati ad Oricchi dove rimasero una notte. Sappiamo ora quale sorte attendeva questo gruppo di deportati”.

Certo, nei paesi le voci giravano e di loro si diceva
fossero finiti tutti in foiba. Li avevano visti per l’ultima volta prigionieri, alla berlina dei partigiani. Alcuni di essi, quelli di Marzana, erano stati costretti a sfilare in paese prima di essere portati sulla piazza.

Qui, Ivan Kolić, detto “el Gobo” (il Gobbo), sadico capo dei partigiani titini di Barbana, li aveva costretti, di fronte ai parenti trascinati in strada per vedere lo spettacolo, a bere in un bicchiere della nafta. A coloro che sputavano o reagivano, la gettò sui vestiti e poi vi dette fuoco.

E rideva, rideva, rideva…

Anche a Terli fu la squadra del maresciallo Arzarich di Pola a calarsi nella foiba. “Dopo una giornata di intenso e pericoloso lavoro – annotò nella sua relazione del 4 novembre del ’43 − vengono riportate in superficie ventisei salme tra le quali quelle di quattro donne. (…) La roccia che delimita la bocca dell’abisso reca incisioni bianche, segno evidente che spararono dietro alle proprie vittime mentre queste stavano già precipitando”.

Tra quelle donne tre erano sorelle.

Le riconobbe il padre, come raccontò allora il Corriere Istriano. “Benché induriti dallo spettacolo atroce, i testimoni notando dai vestiti a colori vivaci, dalle capigliature, dalle fattezze che le vesti scomposte lasciano intravvedere, che si tratta di donne, hanno un brivido di raccapriccio. Un uomo piccolino ed attempato che è vicino a noi, non appena scorge il primo ca****re esclama impallidendo: ‘xe mia fia…’ ".

Quel corpo, seminudo, era di Albina Radecchi, sua
figlia, di ventidue anni. Portava un bambino in grembo che sarebbe nato qualche mese dopo. Ma ciò non bastò a risparmiarle la vita e l’oltraggio della violenza, che subirono anche le sue sorelle, riesumate subito dopo, tutte senza gli indumenti intimi.

Ancora la testimonianza del tempo: Albina “presenta una ferita mortale da arma da fuoco alla regione sottoclavicolare destra; Caterina Radecchi diciannovenne, e Fosca Radecchi diciassettenne, non presentano alcuna ferita d’arma da fuoco: hanno il cranio fracassato, probabilmente nella caduta, le sottovesti strappate”.

Le gettarono vive, dunque.

La loro colpa? Le tre sorelle lavoravano in una fabbrica di Pola e, al ritorno, si soffermavano a chiacchierare con i militari della Regia Aeronautica di stanza al distaccamento di Fortuna, nei pressi di Altura.

I partigiani le prelevarono una notte di settembre dalla loro abitazione a Lavarigo e le portarono a Barbana a fare le sguattere. In quei giorni furono più volte violentate.

Poi la fine in quell’abisso, a Terli, la notte tra il 9 e il 10 ottobre 1943.

E ci chiedono pure di perdonare, senza alcun ravvedimento? È impossibile, per noi!

Onoreremo le tre Martiri nel mese di ottobre di quest’anno, facendo una tappa del pellegrinaggio nel cimitero dove riposano dopo essere state riesumate dalla foiba. Iscrivetevi: vi aspettiamo numerosi!

Foto: i corpi delle tre sorelle riesumate il 4 novembre 1943 dalla Foiba di Terli.

23 AGOSTO 1797. I PERASTINI, FEDELISSIMI A VENEZIA, GUIDATI DA GIUSEPPE VISCOVICH COMMUOVONO L’EUROPA: “TI CON NU, NU CO...
23/08/2026

23 AGOSTO 1797. I PERASTINI, FEDELISSIMI A VENEZIA, GUIDATI DA GIUSEPPE VISCOVICH COMMUOVONO L’EUROPA: “TI CON NU, NU CON TI”!

Il 12 maggio 1797 si svolge a Venezia, nel Palazzo Ducale, l'ultima tragica riunione del Maggior Consiglio, durante la quale la Serenissima Repubblica dichiara la propria fine: è la conclusione dell'anacronistica strategia veneta di neutralità disarmata e della condotta spietata di Napoleone.

Il 16 maggio viene creato un governo provvisorio (del quale l'ex Doge rifiuta di far parte) e, per la prima volta, sfilano in Piazza San Marco truppe nemiche. La dominazione francese dura ben poco, poiché, con i preliminari di Campoformio conclusi il 17 ottobre all'una dopo mezzanotte, ai francesi succedono gli austriaci.

Il breve periodo di occupazione delle forze rivoluzionarie sarà però ricordato per le razzie e le rapine che portano a Parigi circa 20.000 opere d'arte, tra le quali il leone di San Marco e i quattro cavalli della Basilica (innalzati sull'arco di trionfo del Carrousel), cavalli che poi l’Austria si farà restituire.

Mentre sta deponendo le insegne del potere, l'ultimo doge Ludovico Manin viene severamente apostrofato da Francesco Pisani con queste parole: "Tolé su el c***o e andé a Zara", esortandolo così a non abdicare, ma a rifugiarsi col governo in Dalmazia, terra fedelissima a Venezia.

Se a Venezia una parte della popolazione tumultua per qualche ora al grido di 'San Marco', in Dalmazia l'emozione per la caduta della Repubblica è vivissima: la disillusione, la rabbia e lo sconcerto per l'ineluttabilità della situazione si impadroniscono dei dalmati.

A Zara il gonfalone purpureo è portato in processione per l'ultima volta da tutta la popolazione, ma la cerimonia più commovente avviene a Perasto, che si gloriava di non esser mai stata presa dai turchi. Perasto, posta all'inizio della baia di Cattaro, aveva, per il suo valore, ottenuto il privilegio di fornire a Venezia i custodi del gonfalone e dimostra di saper concludere degnamente la sua unione con Venezia. La bandiera viene portata dalla popolazione, vestita a lutto e piangente, nella chiesa parrocchiale per essere posta sotto l'altare maggiore.

Prima di deporla il Conte Giuseppe Viscovich pronuncia queste celebri parole:

"Savarà da nu i nostri fioi, e la storia del zorno farà saver a tutta l'Europa che Perasto ha degnamente sostenudo fino all'ultimo l'onor del Veneto Gonfalon.
Per 377 anni la nostra fede, el nostro valor l'ha sempre custodio per terra e per mar, per tutto dove ne ha chiamà i so nemici, che xe sta pur quelli della Religion.
Per 377 anni le nostre sostanze, el nostro sangue, le nostre vite, le xe sempre stae per ti, o San Marco, e felicissimi sempre se avemo reputà: ti con nu, nu con ti; e sempre con ti sul mar nu semo stai illustri e virtuosi.
Nissun con ti n'ha visto scampar, nissun con ti n'ha visto vinti e paurosi".

Era il 23 agosto, ed erano gli ultimi vessilli veneti a ve**re deposti.

“I TITINI LAPIDARONO MIO PADRE, POI GIOCARONO A CALCIO CON LA SUA TESTA. SONO CATTOLICA, MA NON POSSO PERDONARE: IL MIO ...
22/08/2026

“I TITINI LAPIDARONO MIO PADRE, POI GIOCARONO A CALCIO CON LA SUA TESTA. SONO CATTOLICA, MA NON POSSO PERDONARE: IL MIO È UN CALVARIO SENZA REDENZIONE.”

“Mio padre era una persona perbene. Non lo dico perché ne ho idealizzato la figura. Lo dico perché quando torno nella mia terra e pronuncio il suo nome la gente ancor oggi inchina la testa con deferenza. Si chiamava Giuseppe, era un ragazzo del ’99, aveva combattuto nella prima guerra mondiale. Faceva l’impiegato nel municipio di Gimino d’Istria, dove io sono nata nel ’36. Era un patriota, ma non aveva incarichi nel Partito nazionale fascista. Ricordo che la domenica mattina la cucina di casa nostra era zeppa di contadini analfabeti. Portavano a mio padre le lettere dal fronte dei loro figlioli. Lui gliele leggeva e poi scriveva le risposte.

Caro, caro il mio papà Giuseppe! Lo vidi l’ultima volta che avevo quasi sette anni, e ricordo sempre, come fosse ieri, il suo ultimo bacio affettuoso, e le mie mani piccole dentro ai suoi folti capelli.

Venne arrestato il 2 ottobre 1943, il giorno dopo fu fatto sfilare in paese con una catena legata al collo e una bisaccia piena di pietre sulla schiena. Con quelle fu lapidato, al limitare del bosco, sotto un ciliegio. Aveva 44 anni. I suoi capelli, nerissimi, erano diventati improvvisamente tutti bianchi.

Nel 1992, caduto il Comunismo, ho voluto indagare di persona tornando in Istria per scoprire chi lo aveva ucciso. Un testimone oculare, un pastore, mi ha condotta fino a quel ciliegio. Non poteva sbagliarsi: dopo essere stato costretto a guardare l’esecuzione, incise, sconvolto, la data sulla corteccia, 3 ottobre 1943. Si leggeva ancora, un po’ slabbrata, perché nel frattempo l’albero era cresciuto. Un altro contadino mi ha riferito che la gente veniva incitata a bastonare mio papà, ma si rifiutava di farlo. Venne lapidato da quattro contadini del posto, e ad uno di questi mio padre fece da padrino. Dopo la lapidazione gli aguzzini guardarono nella bocca del ca****re del mio babbo e videro due denti ricoperti d’oro che tentarono di strapparglieli ma non ci riuscirono; lo decapitarono e portarono la testa da un orefice di Canfanaro per il recupero delle capsule. Infine giocarono una partita di calcio usando come pallone la testa mozzata, almeno finché mantenne la forma sferica.

Quello che successe in Istria non fu guerra contro nemici. Né lotta per idealità. Fu delitto determinato da odio implacabile per l’italianità. Ucciso alle spose il marito e ai figli il padre, gli assassini si portavano nell’intimo spazio del dolore di quelli per annunciarne l’uccisione, prelevarne gli averi, intimar loro di non cercarne il ca****re e di levarne via ogni foto, ogni ricordo. Si conducevano le vittime predestinate, legate peggio che bestie l’una all’altra da fili di ferro, sull’orlo della foiba, e non sempre si sparava su tutte, perché bastava colpirne qualcuno, tanto il peso di questo avrebbe tirato giù nel fondo, vivi, gli altri, perché della morte lenta e crudele potessero sino all’ultimo istante avere contezza. Si lapidarono persone, come accadde a mio padre, costringendole a portarsi sulle spalle le pietre che sarebbero servite a finirle. Si cavarono gli occhi alle vittime. Si tagliarono loro i testicoli conficcandoglieli in bocca. Si recinse d’una corona di filo spinato il capo d’un prete. Fu crudeltà pura. Fu dolore infinito. Fu, nella storia dell’uomo, certo un momento soltanto, ma tra i maggiormente infamanti.

Nella nostra famiglia ci furono otto vedove in dieci giorni. Sono cattolica, ma non ho perdonato, il mio è un calvario senza redenzione. Un trauma all’età di 6-7 anni marchia il carattere. Mi è stata fatta un’ingiustizia irreparabile: morirò con quella nel cuore. Senza verità non c’è giustizia. E senza giustizia non c’è pace ed io sono una donna senza pace”.

Riposa in pace, ora, cara Nidia, e grazie per aver dedicato la tua vita a testimoniare l’orrore del nostro olocausto.

Nidia Cernecca (1936-2020), esule istriana, Premio Histria Terra 2013.

DOCUMENTI STORICI SULL'UNIONE ITALIANA E SUL SUO RUOLO, QUALE COSTOLA DEL PARTITO COMUNISTA DI TITO, NELLA PIANIFICAZION...
21/08/2026

DOCUMENTI STORICI SULL'UNIONE ITALIANA E SUL SUO RUOLO, QUALE COSTOLA DEL PARTITO COMUNISTA DI TITO, NELLA PIANIFICAZIONE DEL NOSTRO ESODO

Cari Amici,
ecco l'incipit (il testo integrale è lungo, e chi volesse la documentazione completa la può sempre chiedere scrivendo alla sede di Palazzo Tonello) della Risoluzione che il 2 febbraio 1947 l'Unione italiana dell'Istria e di Fiume, come si definiva allora, adottò come "minoranza" (scusate: il 2 febbraio 1947, cioè 8 giorni prima della firma del Trattato di Pace, quando la stragrande maggioranza degli italiani era residente ancora nelle città, nei villaggi e nelle campagne istriane, come l'Unione italiana poteva definirsi già minoranza?? Evidentemente, sapevano che di lì a poco avrebbero cacciato tutti!).

Nel testo si legge anche il disappunto per la mancata annessione ai sensi dell'imminente Trattato di Pace alla R. P. F. J. (Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia) di tutta la Venezia Giulia.

Ed è con questi “italiani” rimasti, falsari e titonostalgici, che sono stati i peggiori nostri persecutori e traditori della prima ora, e coi loro discepoli e discendenti, che dovremmo stringere amicizia e rapporti di buon vicinato!?

Ma per favor!

🤮🤮🤮

***

RISOLUZIONE
DELLA II CONFERENZA UIIF (2 febbraio 1947)

I delegati della minoranza italiana dell’Istria e di Fiume, riuniti nella seconda Conferenza plenaria dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, dall’esame dei problemi politici e culturali esposti nelle relazioni presentate e dalla discussione traggono le seguenti conclusioni:

"Nell’imminenza della firma del trattato di pace con l’Italia, mentre si rallegrano della imminente annessione di buona parte dell’Istria alla R. P. F. J., rilevano come tale trattato sancisca un’ingiusta soluzione del problema giuliano, impedendo, contro la volontà e gli interessi del popolo, l’annessione dell’intera Regione Giulia alla Jugoslavia, spezzando l’unità del territorio e creando una situazione che favorisce gli interessi imperialistici di separare e
mettere in contrasto le forze democratiche del Popolo italiano e i popoli della nuova Jugoslavia.

Esprimono la loro ferma convinzione che l’unica soluzione definitiva sarà data dall’annessione dell’intera Regione Giulia alla Jugoslavia e la loro fiducia che il governo della R. P. F. J. non accetti di firmare un simile trattato, contrario alla volontà della popolazione della Regione.

Rilevano che le manovre della reazione neofascista, nell’intento di distruggere la fratellanza e l’unita duramente conquistata fra Italiani e slavi della regione e di impedire lo sviluppo della simpatia e dell’amicizia fra il popolo Jugoslavo e le forze democratiche del popolo italiano, come per fornire agli imperialisti mondiali pretesi argomenti contro la Jugoslavia democratica, cercando di spargere il panico fra la popolazione italiana e di spingerla ad abbandonare il territorio istriano, sostenuta in questa opera antipopolare dall’aiuto aperto del Comando Militare Alleato, come dimostrano gli avvenimenti di Pola, ma smascherate nei loro scopi dal continuo afflusso da Monfalcone in Istria di abitanti antifascisti, cui restano aperte, come ad ogni uomo onesto, le porte della nostra terra. [...] "

***

DOMANI MATTINA UNA BELLA DENUNCIA PER INIZIARE LA GIORNATA!Cari Amici,domani mattina presto saremo impegnati a fare una ...
20/08/2026

DOMANI MATTINA UNA BELLA DENUNCIA PER INIZIARE LA GIORNATA!

Cari Amici,
domani mattina presto saremo impegnati a fare una bella denuncia!
Voi che ne dite?

“LA CASA DELLA MIA FAMIGLIA AD ARBE VENDUTA ILLEGALMENTE DALL’EX SINDACO ANTESIĆ PERCHÉ ERAVAMO ITALIANI”Cari Amici,la n...
20/08/2026

“LA CASA DELLA MIA FAMIGLIA AD ARBE VENDUTA ILLEGALMENTE DALL’EX SINDACO ANTESIĆ PERCHÉ ERAVAMO ITALIANI”

Cari Amici,
la nostra bella, combattiva e brava Elisabetta de Dominis, esponente di una delle più importanti famiglie nobili dalmate, precisamente di Arbe, e discendente di quel Giovanni de Dominis che fu vittorioso comandante delle galee dalmate a Lepanto, non si dà pace per gli espropri subiti della moltitudine di beni che appartenevano a suo padre.

“La casa di mio padre sull’isola di Arbe è stata venduta dall’ex sindaco Zdenko Antesić illegalmente - con la motivazione che la nostra famiglia era italiana - dopo la caduta della Jugoslavia e la nostra richiesta di restituzione, a una cantante lirica croata, tale Dunja Vejzović, tuttora finanziatrice del partito comunista e figlia del delatore di Goli Otok, l’Isola Calva in cui Tito mandava i dissidenti politici” denuncia Elisabetta senza mezzi termini “e quale compenso per le delazioni venne nominato ambasciatore; e fu proprio così che la figlia cantante pote’ diventare famosa, benche’ la sua incompetenza non eguagli la sua bruttezza, dentro e fuori”.

Questi i fatti.

“Il pianoterra della nostra casa, dopo che era stata dichiarata inalienabile dalla Jugoslavia per il suo valore storico- artistico (a differenza dell’albergo Astoria, sempre nostro, che venne nazionalizzato) è stato venduto nel 1997, guarda caso subito dopo che mio padre aveva fatto domanda di restituzione, ai sensi delle leggi di denazionalizzazione croate”, spiega Elisabetta.

“Si consideri che mio padre e’ nato a Zagabria e aveva pure la Domovnica, perche’ mia nonna era croata (ricchissima; il nonno bano di Croazia). Essendo Arbe diventata dopo il Trattato di Rapallo jugoslava, mio nonno, nato a Zara, viveva con la famiglia nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni con il passaporto di italiano residente all’estero”.

“Il sindaco per giustificare la vendita ha fatto scrivere sul catasto tavolare che non avevamo diritto alla restituzione in quanto appunto italiani. Epperò i nostri antenati illustri sono secondo loro tutti croati! Il piano superiore della casa è stato invece venduto (sempre per cifre irrisorie, il resto in nero al sindaco!) a una che avevano messo là ad abitare i comunisti. Quando questa è morta ha ereditato un nipote che l’affitta” continua Elisabetta.

“Senza poi considerare che non abbiamo potuto ereditare nemmeno il palazzo di Zagabria quando è morta la sorella di mia nonna perché hanno inventato una legge che non si può ereditare dagli zii. Gli occupanti invece sì! Nel pasticcio fatto sul catasto però le parti comuni sono ancora nostre… e vorrebbero che giele cedessimo…” conclude Elisabetta.

Con una nota amara che conferma le impudenti falsificazioni della storia da parte slava.

“L’utima notizia che scrivono i croati su Facebook è che Venezia non era italiana. E che che il veneziano e’ dialetto croato!”

Che dire: li conossemo ben ‘sti fanfaroni!

Foto: Elisabetta davanti alla casa che da generazioni appartiene ai de Dominis di Arbe.

UN SALUTO ALLA NOSTRA ANNA CISNIT!Cari Amici,iniziamo la giornata inviando un saluto ed un abbraccio  di sostegno e di c...
20/08/2026

UN SALUTO ALLA NOSTRA ANNA CISNIT!

Cari Amici,
iniziamo la giornata inviando un saluto ed un abbraccio di sostegno e di convinta adesione alla nostra Anna Cisint, illustre Socia e tra i massimi esponenti dell’Unione degli Istriani, che sta facendo un lavoro straordinario a Bruxelles per tutti noi, continuando ad amministrare Monfalcone da Assessore!

Grazie, Anna, per il tuo ineguagliabile impegno!

80° DELLA STRAGE DI VERGAROLLA, LA CRONACA DELLE DELUDENTI COMMEMORAZIONI A POLALACOTA: “NEANCHE IN QUESTA OCCASIONE SI ...
19/08/2026

80° DELLA STRAGE DI VERGAROLLA, LA CRONACA DELLE DELUDENTI COMMEMORAZIONI A POLA
LACOTA: “NEANCHE IN QUESTA OCCASIONE SI È PARLATO CHIARO”

Cari Amici,
l’80° anniversario della Strage di Vergarolla è stato ricordato ieri a Pola e a Trieste con le due concomitanti cerimonie pomeridiane.

Senza sorprese, ahinoi, quella articolata svoltasi nel capoluogo istriano, teatro della carneficina: il solito collaudato cliché, le solite frammentarie, mezze parole dette per non pestare i piedi a nessuno, e nessuna verità proferita nei numerosi interventi dei tantissimi relatori (una commemorazione degna di questo nome deve avere un relatore solo, non venti che ripetono a pappagallo le stesse cose!).

E, dunque, dalla barca il lancio della piccola coroncina di alloro - rigorosamente senza nastro tricolore, per ca**tà, troppo ingiurioso! - davanti alla militarizzata spiaggia di Vergarolla, tra ospiti per noi indesiderabili (tra tutti la vicepresidente della Regione Istriana, Jessica Acquaviva, che non disdegna di portare i suoi saluti a manifestazioni dedicate al mostruoso Maresciallo Tito, parlando da palchi sovrastati dalle gigantografie del dittatore comunista!) e valletti, la Messa nel Duomo, e poi la cerimonia - senza la parvenza di un minimo Tricolore - davanti ai due adiacenti monumentini muti che dovrebbero far memoria della strage contro gli Italiani, ma che in verità nulla di chiaro dicono.

“Nemmeno in questa importante occasione si è trovata l’onestà di dire la verità, ovvero di citare la chiara matrice titocomunista della mattanza, comprovata dalla documentazione del Public Record Office di Kew Gardens a Londra, pubblicata nell’informativa del 19 dicembre 1946 e intitolata "Sabotage in Pola", in cui si indicava anche il nome di Giuseppe Kovacich come agente dell'OZNA quale uno degli esecutori materiali dell'attentato stesso” ha dichiarato il nostro Presidente Massimiliano Lacota.

“Tali documenti sono stati pubblicati in Italia nel 2008 dai ricercatori Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, scatenando le ire della Croazia, a seguito delle quali tutto venne rinsabbiato” ha ricordato Lacota “e da quel momento si è fatto e si sta ancora facendo di tutto per far credere che si è trattato di un massacro dagli autori ignoti”.

“Continuare a commemorare e mentire allo stesso tempo” ha concluso Lacota “e farlo per giunta per compiacere gli slavi, non rende nè il giusto ricordo nè tantomeno giustizia a questi nostri Martiri”.

Noi abbiamo preso parte alla cerimonia organizzata a Trieste, presso il Monumento realizzato dalla Federazione Grigioverde e dalla cessata Famiglia Polesana con il contributo dell’Unione degli Istriani, dove all’insegna del Tricolore sono state proferite parole decisamente nette.

Una preghiera per i Martiri di Vergarolla!

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STRAGE DI VERGAROLLA, DOMANI A TRIESTE E A POLA LE CERIMONIE DELL’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MATTANZA. LACOTA: “ASSE...
17/08/2026

STRAGE DI VERGAROLLA, DOMANI A TRIESTE E A POLA LE CERIMONIE DELL’OTTANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MATTANZA.
LACOTA: “ASSENZA DEL GOVERNO OBBLIGATORIA, IN UN CLIMA OSTILE E MISTIFICATORIO DELLA REALTÀ”

Cari Amici,
è una data triste quella di domani, giornata in cui ricorre l’80° anniversario della Strage di Vergarolla (18.8.1946) compiuta in tempo di pace dagli slavo-comunisti per indurre gli Italiani dell’Istria intera ad andarsene per sempre.

Due le cerimonie principali: quella a Pola, dove accanto ai rappresentanti delle vittime partecipano i rappresentanti dei carnefici, e quella a Trieste, alla quale prenderà parte l’Unione degli Istriani, che nel 2007 l’aveva ideata e promossa con l’inaugurazione nel capoluogo giuliano del monumento dedicato a Geppino Micheletti.

Alla vigilia del mesto anniversario, incalzato dalla stampa croata, il nostro Presidente Massimiliano Lacota ha sottolineato come positiva l’assenza del Governo italiano alla commemorazione nel capoluogo istriano.

“Fa molto bene il nostro Governo a non essere fisicamente presente a Pola, nonostante la forte valenza della ricorrenza: non si può mica pretendere la presenza delle massime autorità nazionali, quando nessuno da parte slava ha mai ammesso le responsabilità del vile attentato contro gli Italiani e laddove lo scorso anno le autorità croate hanno respinto con durezza la più che sensata e giusta proposta di intitolare l’ospedale cittadino a Geppino Micheletti. La coerenza di Giorgia Meloni, che nonostante gli inviti pressanti di Lubiana e Zagabria non ha mai messo piede in Istria per rispetto ai nostri 350.000 esuli che continuano ad essere umiliati in tutti i modi (dalle scritte TITO sul Carso oltre confine alla cessione di edifici e pala del Carpaccio a chi tutto ci ha rubato!), rappresenta per noi un atteggiamento di considerazione ed un esempio di dignità istituzionale” ha spiegato Lacota.

“Con piacere ho constatato come, quest’anno in particolare, i Martiri di Vergarolla siano stati ricordati da pressoché tutti i media nazionali, in Parlamento ed in tanti Comuni in tutta Italia. Lo sforzo profuso non è stato vano ed è necessario continuare a fare memoria di quella che è la più grande strage dell’età repubblicana” ha precisato il nostro Presidente.

“Ci stringiamo affettuosamente a tutti i familiari dei Martiri di Vergarolla, ed in particolare al nostro Coordinatore regionale per la Puglia, Giovanni Nardin, che da pronipote dell’eroe Geppino Micheletti gira l’Italia per fare lucida testimonianza di ciò che accadde. Saremo a Vergarolla in ottobre proprio con lui, ad onorare i nostri morti portando loro un omaggio sincero e di amore” ha concluso Lacota.

QUATTROCENTOCINQUANTACINQUE ANNI FA L' EROICA MORTE DI MARCANTONIO BRAGADIN CHE SALVÒ L'EUROPA DALL' ISLAM“Can traditor,...
17/08/2026

QUATTROCENTOCINQUANTACINQUE ANNI FA L' EROICA MORTE DI MARCANTONIO BRAGADIN CHE SALVÒ L'EUROPA DALL' ISLAM

“Can traditor, nemico di Dio, brutto becho fotuo"

Sono le parole rivolte, pochi istanti prima di morire tra atroci sofferenze, al suo aguzzino da Marcantonio Bragadin, senza ombra di dubbio uno dei più grandi Eroi della Serenissima e, come tale, anche uno dei più grandi nostri Eroi.

Governatore veneziano di Famagosta, sull'isola di Cipro, resistette all’attacco turco per 14 mesi, dove si consumerà una delle più feroci resistenze umane che la storia abbia conosciuto.

I turchi invieranno su quei mari quasi 250 mila uomini, poi seguiranno mesi di orrori disumani, durezze e violenze inenarrabili e l’inevitabile assedio arriverà il 31 luglio del 1571. Bragadin, spinto dai suoi ufficiali, si piegherà a consegnare la fortezza non prima di aver trattato una capitolazione che garantisse la salvezza dei pochi sopravvissuti.

Si presenta al Serdar, il comandante dell’esercito turco, in alta uniforme, ma dopo un primo approccio conviviale il clima degenera nell’incubo: tutti i dignitari militari in sua compagnia vengono ammazzati; il Serdar taglia, brutalmente, il suo orecchio destro e ne fa recidere il sinistro e il naso da un suo armigero. Rinchiuso in una gabbia, esposto al sole agostano, privato di acqua e cibo, viene lasciato a macerarsi nelle infezioni delle sue ferite e preparato al supplizio.

Il boia comincia a scorticarlo dalla testa, poi dalla schiena e dalle spalle, lontano dai punti vitali. Poi passa alle braccia, al collo e infine al ventre.

È il 17 agosto 1571, quattrocentocinquantacinque anni fa.

Il suo corpo viene quindi squartato in quattro parti, mandate agli angoli della città, mentre la testa è alzata su una picca nella piazza. La pelle del Governatore impagliata e vestita con i suoi abiti militari, viene portata a Costantinopoli come trofeo di guerra.

Dopo peripezie e vicissitudini epiche le spoglie del Governatore riusciranno a tornare a Venezia, dove ancora oggi riposano nella basilica dei Santi Giovanni e Paolo.

Grazie a quei mesi di resistenza Papa Pio V ebbe il tempo di unire i litigiosi mondi delle Repubbliche di Venezia e di Genova al conflittuale regno di Filippo II e dar vita alla Lega Santa, che il 7 ottobre dello stesso anno, nel mare di Lepanto, fermò l’espansione dell’Islam.

Sono passati tanti anni e tutto ciò viene progressivamente (e volutamente!) dimenticato, ma è un dovere, il nostro, quello di onorare la memoria di Marcantonio Bragadin.

(Foto: particolare del Monumento funebre di Marcantonio Bragadin, Chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo, Venezia)

Indirizzo

Via Silvio Pellico, 2
Trieste
34122

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 12:30
16:30 - 18:30
Martedì 09:30 - 12:30
16:30 - 18:30
Mercoledì 09:30 - 12:30
16:30 - 18:30
Giovedì 09:30 - 12:30
16:30 - 18:30
Venerdì 09:30 - 12:30
16:30 - 18:30

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