26/07/2026
È incredibile cosa mi tocca leggere.
Ringrazio Luca Scarpinati per avermi segnalato ieri quest'assurdità.
Una pagina di un festival ecosostenibile che pubblica contenuti su energia, transizione energetica e sostenibilità rilancia un articolo di un noto blog ambientalista, sostenendo che The Lancet, una delle riviste scientifiche più importanti al mondo, "non lasci margini di dubbio" sul fatto che il nucleare non sia sicuro, non sia economico e non sia climaticamente neutro.
https://www.facebook.com/share/p/18ztNcgh5m/
Peccato che basti aprire il link della fonte che citano per scoprire che dietro non c'è nessun nuovo studio né un verdetto della redazione del Lancet. Ci sono invece due testi firmati, usciti nella stessa finestra temporale in due sezioni diverse della rivista. Da una parte un World Report del giornalista Talha Burki, contenuto commissionato dalla redazione, che descriveva i rischi operativi dei reattori nucleari come estremamente ridotti. Dall'altra una Correspondence, la sezione che il Lancet stesso definisce sul proprio sito come le riflessioni dei lettori sui contenuti già pubblicati, firmata dal pediatra ed epidemiologo Philip Landrigan e dall'internista Brita Lundberg, che replica punto per punto proprio al pezzo di Burki. Nessuno dei due testi rappresenta una posizione ufficiale della rivista, che si esprimerebbe solo attraverso un Editorial firmato dalla redazione, ma il post cita soltanto il secondo come se fosse "il verdetto del Lancet".
https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(26)01304-8/fulltext
Qualcuno potrebbe obiettare: "Però magari le motivazioni contenute nella lettera sono valide e da prendere in considerazione".
E invece no. Neanche quelle.
Veniamo al numero che pretende di tenere in piedi tutto il castello, quei 115.000 decessi per cancro attribuiti a chi vive vicino alle centrali americane. Viene da un unico studio, pubblicato su Nature Communications a febbraio, che gli stessi autori definiscono incapace di dimostrare un nesso causale.
https://www.nature.com/articles/s41467-026-69285-4
Per spiegarla facile-facile, il paper misura soltanto la distanza geografica dalla centrale, senza una singola misurazione reale di radiazione, e tra i suoi autori compare anche uno dei due medici che firma la lettera a The Lancet. In pratica sta citando come prova indipendente un lavoro scritto anche da lui.
Capite il livello? Siamo praticamente al "mi sono dato ragione da solo, ma con tanto di citazione bibliografica". Manca solo il timbro "approvato da me stesso" e il cerchio è chiuso.
La American Nuclear Society ha ovviamente risposto pubblicamente a quest'oscenità bollando lo studio come profondamente viziato, proprio perché la distanza da un impianto non equivale alla dose di radiazione ricevuta da una persona.
https://www.ans.org/news/2026-02-26/article-7799/american-nuclear-society-responds-to-deeply-flawed-study-on-nuclear-plant-proximity/
E i numeri della Nuclear Regulatory Commission spiegano perché è così: chi vive entro 50 miglia da una centrale riceve in media 0,01 millirem l'anno in più, contro i 300 millirem l'anno che ogni americano assorbe già solo dal fondo naturale. Costruire 115.000 morti su una dose che vale lo 0,003% del fondo naturale richiede un meccanismo biologico che nessuno, autori dello studio compresi, ha ancora trovato (e mai troverà).
https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/related-info/faq
Il post riassume poi la lettera dicendo che il nucleare non è climaticamente neutro (che poi, mi chiedo: quale fonte lo è?), e anche qui i dati raccontano l'esatto contrario. L'IPCC assegna al nucleare un valore mediano di circa 12 grammi di CO2 equivalente per kWh sull'intero ciclo di vita, in linea con l'eolico e più basso della maggior parte delle stime sul fotovoltaico. Chiamarlo "non climaticamente neutro" senza aggiungere altro significa nascondere che si tratta di una delle fonti più pulite in assoluto, non un'eccezione da segnalare. Il nucleare, inoltre, è storicamente la fonte di energia con il minor numero di morti per unità di energia prodotta, comparabile solo a eolico e fotovoltaico e di gran lunga più sicuro di carbone, petrolio e gas, incidenti come Chernobyl e Fukushima inclusi nel conteggio. Se il criterio per bollare una fonte come "non sicura" fosse la sola esistenza di un rischio (nessuna tecnologia è priva di rischi), andrebbe applicato prima di tutto alle fossili, poi alle rinnovabili, che invece restano sul mercato senza che nessuno le descriva con lo stesso allarme.
https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/03/SRREN_FD_SPM_final-1.pdf
Infine, sui costi dell'ultima centrale nucleare americana, Plant Vogtle, la lettera riporta che i due nuovi reattori sono passati da una stima iniziale di circa 14 miliardi di dollari a un costo finale superiore ai 30 miliardi. La precisazione importante da fare è che però tale dato non dimostra automaticamente che il nucleare sia sempre antieconomico. Dimostra semplicemente che quel progetto specifico negli Stati Uniti ha avuto problemi di realizzazione, legati soprattutto a fattori come la perdita di competenze industriali dopo decenni senza nuove costruzioni, la complessità del primo impiego del reattore AP1000 negli USA, ritardi, modifiche progettuali e il fallimento di Westinghouse durante il percorso.
I singoli casi non fanno da soli statistica.
https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php/detail.php
L'IPCC stesso riconosce che i costi del nucleare variano molto in base al Paese, all'esperienza industriale, alla standardizzazione dei progetti e alla capacità di gestione: i problemi maggiori riguardano soprattutto i progetti "first of a kind" nei Paesi dove la filiera si è indebolita.
Si omette in ogni caso di dire, come sempre, che il "conto economico" cambia radicalmente se lo si guarda sull'orizzonte tipico di un reattore, 60-80 anni di funzionamento, e se si considera il valore che una fonte stabile e programmabile aggiunge a una rete sempre più dipendente da eolico e fotovoltaico intermittenti.
Alla fine è normale che esistano opinioni diverse sul nucleare, come su qualsiasi altro argomento. Quello ci può stare (solo per certi aspetti). Il problema nasce quando una semplice lettera di commento viene promossa a "sentenza definitiva" e la complessità di certi argomenti viene sostituita dal magico mondo delle frasi ad effetto. Perché in fondo è molto più facile convincere qualcuno con un "lo ha detto The Lancet" che spiegare cosa sia davvero una Correspondence.
Meno male che la scienza non funzioni per slogan, altrimenti basterebbe stampare un titolo in grassetto o pubblicare un articolo frutto d fantasia e aspettare che la realtà si adegui.