06/10/2026
Mentre abbiamo l'opportunità di tornare al nucleare, l'Italia quell'energia la importa già, perché nel 2025 il saldo degli scambi con l'estero ha coperto il 15,1% della domanda elettrica nazionale, pari a 46,9 TWh. L'atomo, peraltro, frequenta il nostro sistema energetico da tempo e si limita a entrare dal confine invece che da una centrale di casa, dal momento che una parte dell'elettricità che consumiamo nasce in impianti nucleari oltreconfine.
Proprio per tale ragione ho osservato con molto interesse ciò che è accaduto nelle ultime settimane.
Il 18 settembre a Milano Edison, EDF e NUWARD hanno presentato il progetto di uno Small Modular Reactor ad acqua pressurizzata da 400 MWe, inserito in un programma che prevede una prima serie di dieci impianti tra Francia, Italia, Polonia, Belgio e Finlandia, con l'avvio delle costruzioni a partire dal 2030 e l'obiettivo indicato per un primo reattore italiano operativo entro il 2035. Siamo davanti a un progetto in fase di sviluppo, perciò il 2035 va letto per ciò che rappresenta, cioè un obiettivo industriale, non una promessa già garantita.
La tecnologia incuriosisce anche perché è progettata per fornire calore oltre all'elettricità, con applicazioni possibili in distretti industriali e chimici, reti di teleriscaldamento e data center, a ricordarci che l'energia serve a parecchie cose in aggiunta all'accendere la lampadina o far funzionare la lavatrice.
La parte italiana della storia prende avvio a giugno, quando durante il vertice di Antibes diversi gruppi della filiera nazionale, fra cui Saipem, Webuild e Walter Tosto, hanno sottoscritto con Edison, EDF e NUWARD una dichiarazione di intenti per contribuire allo sviluppo del progetto. Il reattore italiano attende tuttavia di essere scelto, perché la selezione delle tecnologie spetta a Nuclitalia, la società costituita da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, che sta portando avanti le analisi tecnologiche, economiche e di sicurezza sulle diverse tecnologie candidate. La conclusione delle attività di valutazione e delle possibili architetture finanziarie è prevista entro novembre 2026. Fra le opzioni considerate c'è anche l'AP300 di Westinghouse, azienda nucleare statunitense, uno Small Modular Reactor ad acqua pressurizzata da circa 330 MWe sviluppato sulla base della tecnologia dell'AP1000, già utilizzata in impianti operativi nel mondo.
La decisione deve dunque ancora arrivare, ed è esattamente così che dovrebbe funzionare: prima si confrontano le tecnologie, poi si sceglie.
Trovo infatti sensato trattare NUWARD da candidato e mai da oggetto di fede, e se un altro reattore dimostrasse costi, tempi, sicurezza, filiera industriale e caratteristiche tecniche migliori, sarebbe giusto scegliere quello. Il nucleare ha bisogno di valutazioni comparative e può serenamente congedare le tifoserie.
Lo stesso criterio vale per le cifre sull'impatto economico. Uno studio TEHA del 2024, realizzato con Edison e Ansaldo Nucleare, ipotizza uno scenario nel quale il nuovo nucleare copra circa il 10% della domanda elettrica italiana al 2050 attraverso fino a venti impianti, stimando un mercato potenziale fino a 46 miliardi di euro per la filiera industriale italiana e un impatto economico complessivo potenziale di 50,3 miliardi di euro, con fino a 117.000 occupati diretti, indiretti e indotti. Parliamo di stime di scenario che servono a ricordarci che la partita riguarda una possibile politica industriale oltre ai megawatt di un reattore.
Dopo quasi quarant'anni dal referendum del 1987 il Parlamento ha approvato in via definitiva, il 23 settembre, la legge delega sul nucleare, diventata la legge 29 settembre 2026, n. 169. Adesso toccherà ai decreti legislativi tradurla in regole concrete, comprese quelle relative alle tecnologie, alla localizzazione degli impianti, alla regolazione, alla filiera e al finanziamento della nuova capacità nucleare.
Ecco, tra l'altro, faccio una precisazione importante rispetto a come spesso viene raccontata la questione dei siti. Non partiamo da un territorio inesplorato. L'Italia ha avuto centrali nucleari, possiede competenze tecniche (sfruttate ora all'estero) e dispone di una conoscenza approfondita dei propri siti nucleari e delle caratteristiche necessarie alla localizzazione di nuovi impianti. La nuova legge prevede però che l'Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare elabori un piano dei siti idonei e che la loro individuazione formale avvenga da parte del Consiglio dei ministri. Dunque non si tratta di inventare da zero dove potrebbe essere realizzato un impianto, si tratta di trasformare le valutazioni tecniche e territoriali in una scelta formale, seguendo la procedura prevista dalla nuova normativa.
Lo stesso vale per i rifiuti radioattivi. Non dobbiamo certo ricominciare da zero: l'Italia li gestisce già da decenni. Sogin è responsabile del decommissioning delle ex centrali nucleari italiane e della gestione dei rifiuti radioattivi provenienti dagli impianti nucleari, ma anche dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare. Il Deposito Nazionale, il cui iter procede da anni tra rinvii e passaggi amministrativi, serve a completare questo sistema, concentrando in un'unica infrastruttura di superficie i rifiuti radioattivi destinati allo smaltimento e quelli che necessitano di stoccaggio di lungo periodo. Sono convinto che un ritorno del nucleare in Italia porterebbe finalmente all'accelerazione dell'iter necessario alla sua realizzazione.
Anche la sicurezza radiologica non è qualcosa che l'Italia dovrebbe imparare da capo. Esiste già un sistema di regolazione, controllo, monitoraggio e gestione del materiale radioattivo, costruito proprio sull'esperienza maturata in decenni di attività nucleari, sanitarie, industriali e di ricerca. Un ritorno alla produzione elettronucleare dovrebbe quindi inserirsi in tale sistema, rafforzandolo e adeguandolo alle esigenze dei nuovi impianti, non inventarlo da zero.
Aggiungo un paradosso: il possibile ritorno dell'atomo italiano passa in parte dalla Francia. Edison è controllata da EDF, che ne detiene oltre il 99% del capitale e che, a sua volta, è interamente controllata dallo Stato francese. Se NUWARD venisse scelto, dunque, una parte del nuovo nucleare italiano avrebbe tecnologia e una componente industriale francese. Lo vivo con serenità, e discutere di quanto valore economico e tecnologico debba restare nella filiera nazionale mi sembra legittimo e necessario, mentre usare la nazionalità del reattore come argomento contro il nucleare significa confondere una questione industriale con una questione energetica.
L'energia ignora i confini ideologici.
L'elettricità prodotta nelle centrali francesi attraversa la frontiera, dunque gli elettroni restano nucleari anche quando entrano in Italia.
La vera domanda, dunque, riguarda il modo in cui valutiamo una tecnologia energetica del 2026, se con gli strumenti odierni, cioè dati, costi, tempi, sicurezza, emissioni, affidabilità e ricadute industriali, oppure con i riflessi condizionati del 1987.
Una posizione sul nucleare la possiedo da tempo, e proprio perché sono favorevole non mi interessa che vinca una tecnologia in particolare, bensì che venga preferita quella più utile per la nostra nazione.
Fonti nei commenti.