08/08/2026
30 anni fa la nostra cara Marisa Madieri ci lasciava, concludendo prematuramente la sua esperienza terrena il 9 agosto 1996. Per il suo forte impegno nel nostro Centro, fin dalla sua costituzione e per la sua costanza e dedizione verso le donne e la vita nascente, il nostro CAV è stato intitolato a suo nome.
La vogliamo ricordare tracciandone un breve profilo.
Marisa Madieri è nata a Fiume, 8 maggio 1938, è stata una scrittrice tra le voci più limpide e riconosciute dell’esodo giuliano‑dalmata, autrice di una prosa essenziale, trasparente e profondamente autobiografica.
Nata a Fiume, allora italiana, da una famiglia di origini ungheresi, visse l’esperienza dell’esodo nel 1949, quando i Madieri lasciarono la città passata alla Jugoslavia per mantenere la cittadinanza italiana. A Trieste furono accolti nel campo profughi del Silos, dove Marisa trascorse anni decisivi della sua adolescenza.
Studiò lingue e letterature straniere a Firenze e a Trieste, dove conseguì il diploma di traduttrice e la laurea in Letteratura inglese. Nel 1964 sposò lo scrittore Claudio Magris, con cui ebbe due figli.
La sua produzione letteraria è stata breve ma di grande intensità.
"Verde acqua" (Einaudi, 1987) il primo diario‑romanzo considerato la sua opera maggiore, in cui racconta l’esodo da Fiume, la vita nel Silos e la ricerca delle proprie radici. È un testo cardine della memoria dell’esodo giuliano‑dalmata.
"La radura" (1992) un racconto‑fiaba di tono parabolesco, centrato sul tema della morte e della fragilità.
"La conchiglia e altri racconti" (1998), pubbicato postumo.
Frammenti del romanzo incompiuto "Maria" sono stati pubblicati nel 1999 e poi nel 2007.
La sua scrittura è stata definita “trasparenza che lascia apparire l’oscuro fondo della vita”, capace di unire memoria personale e riflessione storica con una voce sobria, limpida, mai retorica. Madieri è oggi considerata una delle principali narratrici dell’esodo istriano‑dalmata, capace di restituire con delicatezza e precisione la complessità di un trauma collettivo attraverso la lente della vita quotidiana. Le sue pagine sono studiate in Italia e all’estero, tradotte in più lingue e spesso utilizzate come riferimento storico‑letterario.
Negli anni Ottanta si dedicò intensamente al volontariato presso il Centro di aiuto alla Vita di Trieste. Le fu diagnosticato un carcinoma nel 1978, esperienza che la accompagnò negli ultimi anni della sua vita. Morì il 9 agosto 1996.
Nel 2014 il Comune di Trieste le ha dedicato un giardino comunale, nel quale stato piantato un albero Ginko Bilboa a suo nome, riconoscendo anche con la toponomastica cittadina il valore della sua testimonianza civile e letteraria.
Da due decenni il Centro di Aiuto alla Vita di Trieste, di Salita di Gretta, è stato intitolato a suo nome.