30/04/2026
«ÀN PUARTÂT VIA IL FORMADI E LA SPONGJA…»
Per una risposta generale ai vari commenti pubblicati sull’episodio di Bordano, in un discorso che può essere esteso a vari episodi della Resistenza friulana, riporto i versi di una poesia di Leonardo Zanier (che fu candidato al Nobel) sui tanti luoghi comuni e le generalizzazioni apparse a proposito del movimento partigiano:
HAN ROBÂT, COPÂT...
Las veras pa PATRIA
no ses han tornadas
né i cancei
las ringhieras
(fintamai las filiadas)
seadas a or dal mûr
par ordin dal duce e dal re
par fâ l'IMPERO
né i cjaldîrs
las cogumas
las frisorias
e i cops di ram
puartâts vaint
e joduts a sbusâ
sgomberâ
trai 'tar un grum
su la plaza
pa VITTORIA
né las pioras
tratas four dal cjôt
dopo ve viert
a sdopetadas la puarta
e cuetas interias
dai nazi-cosacs
'tas cialderias dal formadi
par RAPPRESAGLIA
né las gjalinas
i purcits
las vacjas
requisidas (robadas)
dai nazi-todescs
e dai republichins nostrans
par fan e par fa dam..cence contâ
i oms picjâts
torturâts depuartâts
i paîs brusâts
nissun s'impensie?
S'impensais però
dai partigjans:
"...han robât
copât..."
ma cui erino?
Gori, Carlo e Santina dal Negro
Min da Tea
Armando di Centa
Madio di agna Miuta
Tilio da Rigolato
i fîs di Esterina
Berto di Paschina
Cragnul Anastas di Zuviel
Barbacet Mario di Cjampiei..
centenars e centenars
di cjargnei
miârs di fantats
la vuesta mularia
la nesta zoventût.
[Per quanti non conoscono il carnico: “Le vere per la PATRIA / non ve le hanno restituite / né i cancelli / le ringhiere / (nemmeno le recinzioni) / segate a filo del muro / per ordine del duce e del re / per fare l’IMPERO / né le secchie/ le caffettiere / le pentole / le padelle / e i recipienti di rame / portati via fra le lacrime / e buttati a fondere / svuotati / ammucchiati / sulla piazza / per la VITTORIA / né le pecore / tolte dalla stalla / dopo aver forzato / e sfondato la porta / e cotte intere / dai nazi-cosacchi / nelle caldaie del formaggio / per RAPPRESAGLIA / né le galline / i maiali / le mucche / requisite (rubate) / dai nazi-tedeschi / e dai repubblichini nostrani / per fame e per fare danno / …senza contare / gli uomini impiccati / torturati deportati / i paesi bruciati / nessuno ci pensa? / Pensate però / ai partigiani: / “...hanno rubato / ucciso...” / ma chi erano?
Gori, Carlo e Santina dal Negro / Min da Tea / Armando di Centa / Madio di agna Miuta / Tilio da Rigulat / i figli di Esterina / Berto di Paschina / Cragnul Anastas di Zuviel / Barbacet Mario di Cjampiei / … / centinaia e centinaia / di carnici / migliaia di giovani/ i vostri ragazzi / la nostra gioventù”].
La poesia si sviluppa come una lunga e incalzante denuncia, costruita per accumulo: prima l’elenco concreto delle sottrazioni materiali — oggetti, animali, case — poi quello, ben più tragico, delle vite umane spezzate. Il ritmo è volutamente martellante, quasi ossessivo, e può forse smontare una memoria distorta che tende a porre sotto accusa i partigiani dimenticando le violenze subite. Il finale, con l’elenco dei nomi e il richiamo diretto alla comunità (“i vostri ragazzi”, “la nostra gioventù”), restituisce identità e dignità a quei volti, trasformando la poesia in un atto di memoria collettiva e di responsabilità civile. È un discorso che nasce in Carnia, ma che può riguardare anche la Val del Lago e tante zone della montagna friulana.
[VdL, PILLOLE DI STORIA – 177 – PARTIGIANI (33)]
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Nella foto, partigiani carnici e, nel riquadro, Leonardo Zanier.