Salaam ragazzi dell' olivo di Trezzo sull'adda

Salaam ragazzi dell' olivo di Trezzo sull'adda Organizzazione per l' adozione e l' aiuto ai bambini palestinesi

Salaam ragazzi dell'olivo - perché le bambine e i bambini palestinesi possano crescere liberi nella loro terra
Salaam ragazzi dell'ulivo comitato di Trezzo da più di dieci anni contribuisce con azioni concrete all'affermazione della giustizia e della pace in medio oriente, alla liberazione dei territori occupati, all'autodeterminazione del popolo palestinese nella libertà e nella democrazia, alla

convivenza pacifica dei popoli del medio oriente. L'attività principale è rappresentata dall'affido a distanza contestualizzato di bambini palestinesi. Affido contestualizzato significa inserire l'affido a distanza del singolo bambino in un progetto che coinvolge una comunità territoriale. Questo tipo di progetto ci permette di sostenere oltre ad alcune specifiche famiglie più bisognose, anche una struttura socio-educativa dell'associazionismo palestinese e di instaurare relazioni, scambi, rapporti. Il soggetto collettivo palestinese è il Remedial Education Center, un'associazione che si occupa di rispondere ai bisogni dei bambini che presentano disagio psichico e difficoltà di apprendimento dovuti alle condizioni sociali ed economiche e familiari in cui sono costretti a vivere e crescere a causa dell'occupazione israeliana. Inoltre l'associazione si occupa di incontri e diffusione di materiale informativo sulla situazione palestinese, iniziative per il finanziamento dei progetti promossi dal comitato di Milano quali micro progetti di sostegno ad associazioni palestinesi, la costruzione di una scuola sperimentale che promuova la cultura dell'uguaglianza per contribuire alla costruzione di una società più giusta.

11/05/2026
Un pomeriggio di approfondimento della situazione in Palestina a Gaza con Guido Veronese. Grazie a quanti partecipando h...
09/05/2026

Un pomeriggio di approfondimento della situazione in Palestina a Gaza con Guido Veronese. Grazie a quanti partecipando hanno dato il loro contributo alla causa.

05/05/2026

Vi aspettiamo.

04/05/2026

Vi aspettiamo numerosi.

Vi aspettiamo!
04/05/2026

Vi aspettiamo!

16/11/2025

Lo hanno rinviato, nascosto, ignorato. Una volta, poi un’altra. E dopo averlo visto, capisci perfettamente perché.

Coloni che arrivano, sparano, bruciano, cacciano via le famiglie palestinesi come se fossero oggetti da spostare.

Soldati che non fermano, non proteggono, non difendono: anzi, a volte sembrano lì proprio per dare una mano.

Pozzi riempiti di cemento, condutture tagliate, case demolite come se nulla valesse nulla.

È pulizia etnica. Detta senza giri di parole.

Detta come la racconta il film: con le prove.

Ed è proprio questo che molti, censurando No Other Land, avrebbero preferito non farvi vedere.

Perché quando la realtà entra nelle case, non restano più slogan né gli interventi dei Molinari, dei Salvini o dei Parenzo. Resta solo la realtà.

10/11/2025

Ci avete fatto caso? Ci siamo già spenti. Non tutti, lo so, ma molti sì.
Le piazze piene per Gaza e gli scioperi oceanici sembrano già lontanissimi. Eppure sono passate poche settimane.

Ci siamo già stancati e riabituati di nuovo all'inferno.

La Flotilla. Gaza. Il genocidio. E' già tutto lontano.
Ci hanno organizzato una pace per finta e una tregua per niente per calmarci e ammansirci. E ci siamo caduti, quasi tutti, felici di poter essere disinnescati un'altra volta.

L'italiano medio è 'sta roba qua: parafrasando De André, "si costerna, si indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità".
Game over. Come sempre.

20/10/2025

Ventitré anni di prigione non bastano a spegnere una voce.

Marwan Barghouti, politico, prigioniero e “professore in catene”, è temuto da Netanyahu e da Hamas per lo stesso motivo: parla al popolo come se fosse già libero.

C’è un paradosso che la storia ripete con inquietante regolarità: gli uomini più pericolosi non sono quelli che sparano, ma quelli che spiegano.

Marwan Barghouti appartiene a questa razza rara — quella dei rivoluzionari che hanno più libri che fucili, più idee che milizie.

E proprio per questo, dopo ventitré anni di prigione, Israele non lo libera e Hamas non lo reclama.

Entrambi sanno che, se domani uscisse, non ci sarebbe più guerra da combattere, ma solo un Paese da costruire

Il ragazzo di Kobar che imparò a pensare in prigione
Barghouti nasce nel 1959 nel villaggio di Kobar, vicino a Ramallah — un luogo dove la terra è rossa, le case bianche e la politica si impara al mercato.

A quindici anni entra in Fatah, il movimento fondato da Arafat, e diventa uno dei promotori dello Shabiba, il movimento giovanile palestinese: voleva educare i ragazzi alla resistenza, ma con la testa, non con la dinamite.

Arrestato da adolescente, trascorre lunghi periodi nelle carceri israeliane, dove impara due cose: l’ebraico e la disciplina.

È lì, tra un interrogatorio e l’altro, che inizia a leggere di storia, economia, geopolitica. E quando finalmente si iscrive all’università di Birzeit, studia scienze politiche e storia come un uomo che ha capito che la vera arma è il pensiero.

Nel 1994 si laurea, poi ottiene un master in relazioni internazionali, e infine — ironia suprema — un dottorato in scienze politiche dalla sua cella, con una tesi sulla democrazia palestinese.

Un “professore in prigione”, dunque: non di quelli con la cattedra e la tessera sindacale, ma di quelli che insegnano a voce bassa nei cortili delle carceri, spiegando la differenza tra rabbia e dignità.

Dal sogno di Oslo al carcere
Negli anni ’90, Barghouti partecipa ai colloqui di Oslo: ci crede, ingenuamente. Crede che un giorno ci sarà uno Stato palestinese che non avrà bisogno di sparare per farsi rispettare.

Quando il processo di pace naufraga e scoppia la Seconda Intifada, è lui a cercare di tenere insieme la rabbia della strada e la diplomazia dei palazzi.

Per Israele diventa “il cervello della rivolta”, per il suo popolo “la coscienza della resistenza”.

Nel 2002 viene arrestato, processato e condannato a cinque ergastoli e quarant’anni extra — un modo elegante per dire: “non ti libereremo mai”.

Al processo rifiuta di difendersi: “Non riconosco il vostro tribunale, siete l’occupante”.

Un gesto che lo trasforma in un’icona: da quel momento, per milioni di palestinesi, Marwan Barghouti diventa il Mandela di Ramallah.

Il docente dell’ombra
Dentro la prigione di Hadarim, Barghouti non smette di insegnare.

Organizza lezioni di politica, corsi di lingua, seminari su diritto internazionale.

Forma generazioni di detenuti che lo chiamano “al-ustādh”, il professore.

“Non insegnava come un accademico”, ricorda un ex detenuto, “ma come chi ha perso tutto tranne la voce”.

Da quella cella scrive, studia, guida scioperi della fame, e persino redige, nel 2006, il “Documento dei prigionieri”, una bozza di riconciliazione fra Fatah e Hamas.

Un gesto di dialogo che fece infuriare entrambi: i primi lo accusarono di trattare con gli islamisti, i secondi di parlare di democrazia.

Il leader che spaventa due poteri
Israele non lo libera perché sa che, se uscisse, nessun altro palestinese avrebbe più legittimità di lui.

Hamas non lo vuole libero perché un leader laico e carismatico, capace di unire anziché dividere, distruggerebbe il loro monopolio morale.

E così Barghouti resta dov’è: ostaggio di due paure speculari.

Nel 2017 il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, erede spirituale della destra più estrema, andò a provocarlo nella cella.

Il risultato? Una foto imbarazzante: un ministro armato di potere che sfida un prigioniero armato solo di idee.

E nella storia, si sa, a lungo andare vincono sempre le idee.

Fadwa, la voce libera
Fuori, la moglie Fadwa Al-Barghouti continua a lottare.

Avvocata, diplomata in legge, gira il mondo raccontando la storia del marito con la calma di chi ha imparato a contare gli anni, non i giorni.

Nel 2013 lanciò la campagna per la sua liberazione da Robben Island, l’isola dove fu imprigionato Nelson Mandela.

Una coincidenza che non è solo simbolica: è la confessione di una verità scomoda — che ogni potere coloniale ha bisogno di un Mandela da tenere chiuso per sentirsi al sicuro.

Il futuro che fa paura
Oggi, ogni volta che si parla di scambi di prigionieri, il suo nome ricompare e scompare come un fantasma. Troppo importante per dimenticarlo, troppo pericoloso per liberarlo.

Eppure, in tutta la Palestina, le sue foto appese alle pareti sono più numerose di quelle di qualunque presidente o capo milizia.

È questo il suo potere: essere libero nell’unico luogo dove gli altri sono prigionieri — le loro ideologie.

Così, tra le mura di un carcere israeliano, un uomo insegna ancora.

Insegna che si può resistere senza odiare, che si può vincere senza uccidere, e che la libertà vera non è una concessione, ma un contagio.

Indirizzo

Via Gramsci C/o Ex Casa Del Popolo
Trezzo Sull'adda
20056

Sito Web

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