Nina Vola

Nina Vola Siamo un'Associazione Culturale e stiamo organizzando CARTACARBONE Festival -Autobiografia e dintorni a Treviso dall’anno 2014.

Giocoliere della vocalità, aratore di palchi dai quali spaccava e ironizzava senza paura e senza misura.In morte di Bene...
16/03/2026

Giocoliere della vocalità, aratore di palchi dai quali spaccava e ironizzava senza paura e senza misura.
In morte di Bene, da 24 anni.

[ I p***a sono accontentati: Carmelo Bene è morto, secondo loro, il 16 marzo 2002 alle 22.45. ]

Nessun funerale: cremazione immediata, traslazione delle ceneri nella polvere del Salento natio, insieme ai resti dei suoi famigliari. Carmelo Bene è morto, il che significa che è nato. Il Non-Nato, venuto alla luce di questo mondo con la perfetta e gnostica consapevolezza di essere disceso nelle Tenebre, lascia uno stuolo di avversari, gretti, invidiosi, idioti, narcisi, piccoli “io” attorcigliati su sé, coboldi, nani, vermiciattoli – un’immonda schiera accomunata, oltre che dall’orrore e dalla pochezza, dalla devastante incomprensione nei confronti di quello che, con filosofica ragione, può tranquillamente definirsi il Fenomeno Bene. Carmelo Bene è stato tutto, essendo il Tutto e avendolo ripetuto con inesausta, se non magistrale, autocoscienza da subito. Apparso e scomparso, Bene, autentico homo in nomine, ha fatto teatro per caso e ha agito nel Teatro unico, il solo Teatro che abbia dignità nel mondo mondano: quello che rappresenta Quello, l’Indicibile, l’Ineffabile, Ciò che non nasce e non aumenta e non diminuisce e non muore. Se non si parte da qui, dal nucleo più profondo e veritiero della metafisica unica che attraversa tutte le tradizioni, non si capisce un’acca di cosa abbia significato l’incarnazione Carmelo Bene: infatti nessuno ci ha capito un’acca, da quell’imbelle buffone di Dario Fo – che fu bollato di indegnità dallo stesso Bene – a Giovanni Raboni- che ce la mena con il maltodestrismo del Personaggio -, da Franco Cordelli in stato confusionale a Franco Quadri in confusione statica. L’unico a interpretarne la morte in maniera alta e vicina allo slancio metafisico del Carmelo è stato, probabilmente, il suo Avversario, Giorgio Albertazzi: la Rappresentazione si inchina all’Irrappresentazione, il Qualificato rende omaggio all’Inqualificato. Carmelo Bene ha attraversato il secolo italiano riportando in questa patria devastata le striscianti fauci della metafisica pitagorica: per pochi centimetri non ha tagliato il traguardo; è stato un attore, poteva essere un Realizzato. Contano poco o nulla le sue “memorabili” performance, gli scandaletti pubblici e privati con cui lo Spettacolo ha tentato di tenerlo sotto controllo, le vocalità che sono parse via via bizzarre o geniali: Carmelo Bene è stato il Nulla del nostro tempo, un Nulla ben lontano da ogni nichilismo, un Nulla che profondamente sostanzia – da sempre, per sempre – qualunque atto o evento che appaia nello spazio e nel tempo.Carmelo Bene era una scala: i suoi pioli fonetici conducevano a stati ultrafisici ma concreti – imbecilli coloro che non ne hanno approfittato. La sua lotta non è stata contro il teatro, ma per il Teatro – esattamente come i Saggi osservano che il Divenire produce identificazioni, proprio al modo in cui si è spettatori a teatro: ci si dimentica di sé, ci si fa assorbire dalla rappresentazione, la quale è vera al momento ma è illusoria in un’altra prospettiva, ben più importante, che è la prospettiva dell’Assoluto. Per questo Bene diceva di essere nei millenni, di non essere nato mai e che mai sarebbe morto, per questo insisteva nel dire che non aveva compagni. Ha sbeffeggiato chiunque: il che fa chi ormai ha distrutto il proprio io, paradossalmente venendo interpretato come il Grande Narcisista. Vadano affanculo questi prelatini laici, questi gattini ciechi, questi cazzoni dello spiritual più che dello spirito, questi Nobel dentuti, questi critici colla forfora, questi condòmini del palazzetto dello sport: Bene è rinato perché non è mai morto. Gli altri, quelli che hanno meritato i suoi sputi, sono invece morti e non lo sanno.

Giuseppe Genna, da Come reagii alla morte di Carmelo Bene il 16 marzo 2002

https://giugenna.com/2012/05/04/come-reagii-alla-morte-di-carmelo-bene-il-16-marzo-2002/

Prezioso.
02/03/2026

Prezioso.

● Non esistono esistenze isolate. Non esistono corpi senza ambiente, parole senza relazione, libri senza genealogia.

Il titolo della nona edizione di Feminism è dunque «Creature di un unico mondo. Ecologie, libri, voci» (alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, fino al 2 marzo).

Perché siamo creature di un unico mondo, perché condividiamo la vulnerabilità e la potenza del vivente. Perché la crisi ambientale è anche crisi delle relazioni. Perché la guerra, come la violenza maschile, non è un’emergenza separata bensì una forma sistemica di dominio che riguarda il modo in cui pensiamo il potere, la riproduzione, il lavoro, il linguaggio.

Questa edizione, per cui abbiamo scelto come madrine Laura Pugno e Elena Gagliasso, intreccia ecologia e femminismo immaginandole, ancora una volta, pratiche di pensiero.

Dalla dedica a Rachel Carson e a Jane Goodall alla riflessione sugli animali esseri sensibili, dalle scienziate e attiviste alle scritture che attraversano conflitti, lutto, maternità, corpo, fino alla giornata conclusiva di formazione per insegnanti: il filo è uno solo. È il rifiuto di un’idea di prestazionalità fondata su arroganza e prevaricazione.

L’idea di questa fiera, che non sarebbe possibile senza il sostegno delle editrici e degli editori indipendenti, è dunque pratica aperta, è il femminismo all’altezza del presente.

È la critica al neoliberismo che invade le relazioni più intime, la riflessione sulla riproduzione, sul lavoro invisibile. È la memoria delle partigiane, delle donne sudafricane del 1956, delle scrittrici e teoriche che hanno trasformato il linguaggio – da Monique Wittig a Teresa de Lauretis – fino alle autrici che oggi proseguono a trasformare il circostante.

«Feminism» è anche questo: uno spazio in cui la letteratura è politica, come lo è la traduzione. Uno spazio in cui celebriamo i 30 anni della rivista «Leggendaria» e i 50 della Libreria delle Donne di Milano con «Via Dogana», continuità viva di una storia che ci precede e ci eccede.

In un tempo di regressioni, luoghi generativi e mai neutri come «Feminism» ci sembrano presidi necessari di libertà, di scambio e corpi in presenza.

Vi aspettiamo alla Casa Internazionale delle Donne di Roma fino al 2 marzo per continuare a incontrarci, in Fiera, insieme ai libri e nei luoghi della nostra politica.
*
Maria Palazzesi
28 febbraio 2026

19/02/2026

Quando Sabina Spielrein attraversò le porte dell’ospedale psichiatrico di Zurigo aveva solo diciannove anni.

Piangeva senza riuscire a fermarsi.
Tremava.
Non dormiva da giorni.

La diagnosi arrivò rapida, fredda, definitiva: “isteria femminile”.

All’inizio del Novecento, per una giovane russa, quella parola era quasi una condanna. Un’etichetta che riduceva, che zittiva, che cancellava. Dietro il sintomo non si cercava la mente. Si cercava il difetto.

Eppure, dietro quel dolore, c’era qualcosa che nessuno — o quasi — seppe riconoscere subito: un’intelligenza straordinaria.

Sabina non era fragile.
Era troppo intensa.
Troppo brillante.
Troppo profonda per il mondo che la circondava.

Parlava più lingue. Studiava filosofia, matematica, scienze. Collegava idee con una lucidità rara. Faceva domande scomode. Non accettava spiegazioni superficiali.

Il giovane medico che prese in carico il suo trattamento si chiamava Carl Gustav Jung.

Tra loro nacque una relazione complessa e controversa: paziente, allieva, collaboratrice, ispirazione. Sabina non fu mai una presenza passiva. Discuteva, proponeva ipotesi, metteva in discussione concetti. Era una mente che non si limitava ad apprendere: costruiva.

Nei suoi primi studi formulò un’idea rivoluzionaria: che nella psiche umana la distruzione non sia solo negazione, ma parte integrante del processo di trasformazione. Che nell’amore e nella creazione esista anche una forza di dissoluzione.

Anni dopo, Sigmund Freud avrebbe elaborato la teoria della pulsione di morte. In lettere private riconobbe l’intelligenza di Sabina. Ma nel racconto ufficiale della psicoanalisi, il suo nome si fece sempre più sottile.

Era donna.
Giovane.
Ebrea.
Straniera.

Abbastanza, in quell’epoca, da essere messa ai margini.

Eppure continuò.

Si laureò in medicina. Divenne psicoanalista. Pubblicò studi innovativi sul linguaggio infantile, sull’ambivalenza dell’amore, sulla coesistenza di affetto e aggressività. Molti concetti centrali della psicologia moderna — l’importanza delle prime relazioni, la tensione tra creazione e distruzione — erano già presenti nei suoi scritti.

Ma la storia preferì altri nomi, altri “padri”.

Sabina divenne un’ombra. Un capitolo scomodo.

Nel 1923 tornò in Russia. Lavorò come psicologa infantile, educatrice, ricercatrice. Fondò uno dei primi asili sperimentali del Paese. Credeva nella scienza, nell’educazione, nella cura.

Poi arrivò l’orrore.

Nel 1942 i nazisti occuparono Rostov sul Don. Sabina e le sue due figlie furono radunate con migliaia di ebrei e condotte nella gola di Zmiévskaja Balka.

Furono fucilate.
Gettate in una fossa comune.

Sembrò la fine definitiva. Della sua vita. Della sua voce.

Ma la storia, a volte, respira più a lungo della violenza.

Negli anni Ottanta emersero archivi dimenticati: lettere, diari, articoli. La sua voce riemerse dalla polvere. La psicologia fu costretta a guardare di nuovo. A riconoscere ciò che era sempre stato lì.

Sabina Spielrein non era una nota a piè di pagina.
Era una delle madri della psicoanalisi moderna.

Una pensatrice che arrivò prima.
Che formulò prima.
Che fu oscurata, ma non cancellata.

La storia tentò di silenziarla per ottant’anni.

Oggi il suo nome torna al posto che le spetta.

Non come ombra.
Ma come pioniera.

La resistenza negli occhi.
19/01/2026

La resistenza negli occhi.

Per quattro lunghi anni, una donna rimase seduta, silenziosa, in un museo di Parigi mentre i nazisti saccheggiavano migliaia di opere d’arte tutto intorno a lei. Non sospettarono mai che capisse ogni parola.

Era l’ottobre del 1940. Il museo Jeu de Paume era appena stato occupato e trasformato nel centro nevralgico del traffico d’arte rubata: lì venivano catalogati i capolavori sottratti alle famiglie ebree prima di essere spediti in Germania.

E quella donna apparentemente insignificante che continuava a lavorare tra quelle pareti? Per loro era invisibile. Una semplice impiegata. Silenziosa. Innocua.

Ma si sbagliavano.

Si chiamava Rose Valland. Aveva 42 anni, una formazione d’élite alla Sorbona e all’École du Louvre alle spalle, ma in quel momento era solo una volontaria non pagata. O almeno così sembrava.

In realtà, aveva accettato una missione che avrebbe potuto costarle la vita: restare, osservare e documentare ogni singolo crimine.

Mentre i nazisti impacchettavano Cézanne, Monet, Renoir come se fossero merce qualsiasi, lei annotava. Ogni giorno. Di nascosto. Hermann Göring, il braccio destro di Hi**er, visitò il museo 21 volte per scegliere le opere da appendere nel suo castello. Rose era lì, sempre. Apparentemente servile, in realtà in ascolto.

Parlava tedesco perfettamente. Ma nessuno lo sapeva.

Registrava numeri di vagoni, rotte ferroviarie, nomi, dettagli. Di notte scriveva tutto in taccuini segreti. Se l’avessero scoperta, l’avrebbero giustiziata come spia.

Eppure non smise mai. Passava le informazioni alla Resistenza, salvando convogli e tesori inestimabili dalla distruzione.

Nel luglio 1943 vide l’impensabile: 500 quadri di Picasso, Miró, Klee — furono bruciati dai nazisti sul tetto del museo, bollati come “arte degenerata”. Rose non poté fare nulla. Ma non distolse lo sguardo. Registrò la perdita e andò avanti.

Quando nel 1944 i nazisti tentarono di fuggire con il bottino, Rose sapeva tutto: numeri di casse, destinazioni, orari dei treni. Diede tutto alla Resistenza. Il convoglio fu intercettato. L’arte fu salvata.

Alla liberazione di Parigi, però, fu arrestata: c’erano sospetti su chi avesse lavorato sotto l’occupazione. Ma presto emerse la verità. Fu uno choc.

Rose possedeva un archivio meticoloso: oltre 20.000 opere catalogate con date, luoghi e percorsi. Una mappa del tesoro per recuperare quanto era stato rubato.

Nel 1945 fu nominata tenente dell’esercito francese. Rifiutò ogni privilegio. Prese parte attivamente alle missioni di recupero con i Monuments Men. Grazie a lei furono ritrovati nascondigli segreti in castelli, miniere e bunker.

Nel 1946, durante i processi di Norimberga, Rose si alzò di fronte a Hermann Göring. Lo stesso uomo che l’aveva ignorata per anni. E lo inchiodò con prove dettagliate.

Alla fine fu cruciale nel recupero di 60.000 opere. 45.000 tornarono ai legittimi proprietari.

Rose Valland non impugnò mai un’arma. Non piazzò bombe. Non fece gesti eclatanti.

La sua resistenza fu silenziosa.

Ma ogni suo appunto fu un atto di ribellione. Ogni sguardo, un colpo al cuore del regime.

E nella sua invisibilità salvò la memoria di un intero popolo.

Troppo dotata per essere accettata.
11/01/2026

Troppo dotata per essere accettata.

«Non è roba da femmine da queste» le dissero da bambina. Era nata in una famiglia di pittori. Il colore scorreva nelle vene di casa Sirani, e l’odore di pittura riempiva l’aria come una promessa di bellezza. Elisabetta guardava e osservava rapita, ma una donna non poteva prendere in mano il pennello e dar voce al suo cuore. Non nel 1600, non in Italia. Ma Elisabetta rifiutò di farsi mettere i piedi in testa.

Ogni «non puoi» era una SFIDA, ogni «non devi» si trasformava in scintilla. Pronta a incendiare ogni regola che cercava di tenerla ferma. A 12 anni realizzò il suo primo dipinto. A 14 si esibì in pubblico. A 19 ottenne la sua prima grande commissione pubblica. Ma la strada era ancora tutta in salita. Le dissero che la sua bravura era sospetta, che un talento così grande non poteva appartenere a una donna. La accusarono di aver esposto i lavori del padre a suo nome.

Elisabetta soffrì in silenzio e continuò a dipingere: madonne dagli occhi di fuoco, muse che volano, donne che sfidano lo sguardo di chi le osserva. Colorava di coraggio e PASSIONE ogni angolo buio della sua epoca. Più la attaccavano, più il fuoco dentro le sue mani cresceva. Alla fine decise di creare una scuola tutta sua, dove insegnare alle ragazze che anche una donna può avere VOCE, libertà e cuore.

Ma quella libertà la pagò a caro prezzo. E il successo che stava avendo era davvero «troppo» per una donna. Perfino suo padre iniziò ad essere infastidito da quella figlia «troppo» dotata. Elisabetta morì a soli 27 anni, avvelenata. I sospetti: il padre, una domestica, e un’allieva, invidiosa del suo talento. Ancora oggi la sua morte è un caso irrisolto. Ma non la sua LUCE: dopo secoli di oblio la sua arte è sopravvissuta. Oggi Elisabetta Sirani comincia ad essere riscoperta, e allora ricordiamola e rendiamole giustizia.

Guendalina Middei (➡️ Se volete leggere altre storie come questa, qui trovate un estratto del mio «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera» che ho scritto per farvi innamorare della letteratura come me ne sono innamorata io: https://www.amazon.it/innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807174359

Nodi narranti.
28/12/2025

Nodi narranti.

Con questo tuo viso di ragazzo amareggiato dalla prigionia della vita che ti formicolava intorno, Poeta, hai deciso di l...
27/12/2025

Con questo tuo viso di ragazzo amareggiato dalla prigionia della vita che ti formicolava intorno, Poeta, hai deciso di lanciarti, come un astore, nel vuoto. O forse in un cielo finalmente sconfinato.
O ci sei stato buttato?
Non lo sapremo mai.

Nella notte tra il 27 e il 28 dicembre Sergej Aleksandrovič Esenin morì impiccato nella sua stanza d’albergo, all’età di 30 anni.

[ Chi devo chiamare? Con chi posso dividere la triste gioia di essere vivo?]

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
Promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,
ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.

da Confessione di un teppista. Poesie e poemetti - Traduzione di Bruno Carnevali

Per tutta la sua breve vita si era tenuto in bilico tra euforia, malinconia, stati depressivi. Il suo suicidio, un secondo e riuscito tentativo succeduto a poche ore dal primo, è avvolto nel mistero e così anche la genesi e il ritrovamento di quella che si ritiene essere la sua ultima poesia. Si narra infatti che la notte del 27 dicembre del 1925 Esenin scrisse col proprio sangue una poesia d’addio: Arrivederci, amico mio, arrivederci (До свиданья, друг мой, до свиданья). La poesia, non chiara, sarebbe stata da Esenin consegnata ad un amico, con la promessa di leggerla solo il giorno dopo; nel frattempo, Esenin si sarebbe impiccato. Probabilmente è una poesia d’amore e d’addio per il poeta Anatoli Marienhof (o Anatolij Mariengof) che era stato suo amante (e per un certo tempo anche convivente) negli ultimi quattro anni della sua vita. Le circostanze della sua morte restano ancora oggi avvolte nel più fitto mistero. Esenin morì suicida ma non dissanguato per il taglio al polso; fu trovato impiccato con la cinghia di una valigia, appeso ai tubi di riscaldamento ma, dai verbali della polizia e dall’autopsia, emersero, da subito, troppe incongruenze – lividi, graffi, tagli e schiena spezzata – tali da far pensare ad un probabile, pestaggio finito male o una esecuzione per mano della GPU, la polizia segreta dell’epoca.

Voi ve ne siete andato,
come suol dirsi,
all’altro mondo.
Il vuoto…
Volate,
fendendo le stelle.
Senza un acconto,
senza libagioni.
Sobrietà.
No, Esènin,
questo
non è dileggio, —
in gola
ho un groppo di pena,
non un ghigno.
Vedo
che con la mano recisa, esitando,
dondolate il sacco
delle vostre
ossa.
Smettetela,
cessate!
Siete matto?
Lasciarsi
imbiancare
le guance
dal gesso mortale?
Proprio voi
che sapevate sbizzarrirvi,
come nessun altro
a questo
mondo.
Perché,
a che scopo?
L’incertezza ha provocato scompiglio.
I critici borbottano:
«Le cause
sono queste e quelle,
e in specie
lo scarso affratellamento
per effetto
della molta birra e del molto vino».
Si dice
che aveste sostituito
la bohème
con la classe,
la classe avrebbe influito su di voi
e non vi sareste più accapigliato.
Già, come se la classe
spegnesse la sete
col «kvas».
La classe
anche lei
non scherza nel bere.
Si dice
che, a mettervi accanto
qualcuno di «Na postú»,
sareste diventato
assai piú bravo
nel contenuto:
voi
avreste scritto
al giorno
centinaia di versi
stucchevoli
e lungagginosi,
come Dorònin.
Ma, a parer mio,
se si fosse avverata
una tale incongruenza
vi sareste soppresso
ancor prima.
Meglio infatti
morire di vodka
che di tedio!
A noi
non sveleranno
i motivi della perdita
né il cappio
né il temperino.
Forse,
ci fosse stato
inchiostro all’«Angleterre»,
non avreste avuto ragione
di tagliarvi
le vene.
Gli epigoni si rallegrarono:
«Imitiamolo»!
Poco mancò
che un drappello di loro
non facesse di sé giustizia.
Perché
aumentare
il numero dei suicidi?
Meglio
accrescere
la produzione d’inchiostro!
Ora
per sempre
la lingua
è chiusa fra i denti.
È inopportuno
e penoso
coltivare misteri.
Il popolo,
creatore del linguaggio,
ha perduto
un roboante
sbornione apprendista.
E c’è già chi porta
rottami di versi in suffragio
da precedenti
esequie,
quasi senza rifarli.
Nel tumulo
conficcano
pali di ottuse rime, —
è cosí
che bisogna onorare
un poeta?
Per voi non è stato sinora
fuso alcun monumento
— dov’è
il bronzo squillante
o il granito a faccette? —
e già ai cancelli della memoria
poco per volta
hanno ammucchiato
le ciarpe delle dediche
e delle ricordanze.
Il vostro nome
nei fazzolettini è smoccicato,
Sòbinov sbava
la vostra parola
e canticchia
sotto un betullina stenta:
«O amico mio,
né un motto,
né un so-o-o-spir».
Eh,
poter discorrere altrimenti
con codesto
Leonìd Lohengrìnič!
Potersi qui levare,
tonante attaccabrighe:
«Non vi permetto
di cincischiare
i miei versi!»
Poterli
assordare
con un fischio a tre dita
contro la nonna,
e Dio, la madre, l’anima!
Perché si disperda
l’inetta marmaglia,
gonfiando
come vele
un nuvolo di giacche,
perché
alla spicciolata
Kògan se la batta,
storpiando
i passanti
con le picche dei baffi.
Finora
il canagliume
s’è poco diradato.
Molto è il lavoro,
occorre fare in tempo.
Bisogna
dapprima
trasformare la vita
e, trasformata,
si potrà esaltarla.
Quest’epoca
è difficiletta per la penna.
Ma ditemi
voi,
sciancati e sciancate,
dove,
quando,
quel grande si è scelto
una strada
piú battuta
e piú facile?
La parola
è un condottiero
della forza umana.
March!
Che il tempo
esploda dietro a noi
come una selva di proiettili.
Ai vecchi giorni
il vento
riporti
solo un garbuglio di capelli.
Per l’allegria
il pianeta nostro
è poco attrezzato.
Bisogna
strappare
la gioia
ai giorni futuri.
In questa vita
non è difficile
morire.
Vivere
è di gran lunga piú difficile.

A Sergej Esenin di Vladimir Majakovskij, in Poesia russa del Novecento - Traduzione di Angelo Maria Ripellino

22/12/2025

Ma… la magia di un augurio così ?!?
Da Elia Zardo, nostra fantastica atelierista all’edizione z2025 di CartaCarbone festival, sezione Bambini e Famiglie.

A proposito di Job’s Act e scioperi “del venerdì”.
16/12/2025

A proposito di Job’s Act e scioperi “del venerdì”.

Ha visto 146 donne bruciare vive.
E ha deciso che l’America non avrebbe mai più potuto voltarsi dall’altra parte.
25 marzo 1911, New York City.
Un pomeriggio di primavera, il cielo limpido, le persone nei caffè.
Frances Perkins stava sorseggiando un tè vicino a Washington Square, quando le campane iniziarono a suonare.
Prima la curiosità. Poi l’ansia. Poi il fumo.
Quello che trovò fu un inferno.
La fabbrica Triangle Shirtwaist stava andando a fuoco.
Fiamme alte, finestre aperte, urla.
Alle finestre del nono piano, giovani donne si affacciavano.
I capelli in fiamme.
I vestiti in fiamme.
Negli occhi: il terrore.
Alle spalle: il fuoco.
Davanti: il vuoto.
E saltavano.
Una dopo l’altra.
Frances era lì. Paralizzata. Testimone.
Non dimenticò mai il suono dei corpi sull’asfalto.
Le uscite?
Chiuse.
Per impedire pause.
Per paura che rubassero tessuto.
146 persone morirono dietro quelle porte.
La maggior parte erano ragazze immigrate. Alcune avevano appena 14 anni.
Quel giorno, Frances giurò: non moriranno invano.
Non era nata per essere una rivoluzionaria.
Figlia di un uomo che credeva che i poveri fossero solo pigri.
Educata per una vita sicura, silenziosa.
Ma a Mount Holyoke vide fabbriche senza finestre, turni di dodici ore, dita spezzate, polmoni pieni di polvere.
E capì: l’educazione serve a poco, se non serve a difendere la dignità umana.
Abbandonò la strada facile.
Master alla Columbia.
Case popolari. Immigrati.
Inchieste. Dati. Prove.
Poi si presentò dai potenti, con la voce ferma:
I vostri profitti stanno uccidendo la gente.
La disprezzavano.
Lei continuava.
Dopo il rogo, si mosse con precisione chirurgica.
Aiutò a riscrivere le leggi sul lavoro:
• Uscite d’emergenza sempre aperte
• Impianti sprinkler
• Massimo 54 ore di lavoro a settimana
• Un giorno di riposo obbligatorio
I padroni urlavano.
Lei mostrava foto di corpi bruciati.
Testimonianze. Numeri.
Le leggi passarono.
New York cambiò. Gli altri stati seguirono.
E Frances diventò la donna più odiata dall’industria americana.
Nel 1933, Roosevelt le chiese di diventare Segretario del Lavoro.
Mai successo prima.
Imbarazzante, dicevano. Scandaloso.
Frances rispose: accetto, ma a una condizione.
E gli mise davanti un elenco:
• Settimana lavorativa di 40 ore
• Salario minimo
• Fine del lavoro minorile
• Sussidi di disoccupazione
• Pensioni di vecchiaia
Roosevelt la fissò. “È impossibile.”
“Allora trovi qualcun altro,” disse lei.
La nominò lo stesso.
Per dodici anni, Frances lottò.
E vinse.
Nel 1935 nasce la Sicurezza Sociale.
Nel 1938 il Fair Labor Standards Act.
Le leggi non erano perfette. Escludevano i lavoratori domestici e agricoli — e Frances lo odiava.
Ma milioni ottennero tutele mai viste prima.
La chiamavano insistente.
La definivano zitella.
La accusavano di comunismo.
Lei si presentava ogni giorno con lo stesso vestito nero e un cappello tricorno.
Per dire una sola cosa:
Non sono qui per piacere. Sono qui per lavorare.
Quando Roosevelt morì, se ne andò in silenzio.
Nessuna gloria. Solo impegno.
Insegnò fino alla fine.
Morì nel 1965, a 85 anni.
Il suo nome lo conoscono in pochi.
Ma ogni volta che vedi un’uscita di emergenza, c’è Frances.
Ogni volta che ricevi uno stipendio con gli straordinari, c’è Frances.
Ogni fine settimana libero.
Ogni bambino a scuola invece che in fabbrica.
C’è Frances.
Quel giorno del 1911, ha visto 146 donne morire bruciate per il profitto.
E ha passato i cinquant’anni successivi a costruire un sistema dove la vita conta più del denaro.
Suo padre diceva che la povertà era un fallimento personale.
Lei ha dimostrato che era una scelta politica.
E le scelte si possono cambiare.
Frances Perkins non è entrata nella storia.
L’ha scritta.
E ci ha lasciato il posto dove oggi camminiamo tutti:
un po’ più sicuro.
Un po’ più umano.

Anna delle Poesie… che dolore…
08/12/2025

Anna delle Poesie… che dolore…

Trovo che la poesia mi dia un buon tempo di vita, un posto bello dove stare e un tempo bello da vivere. Anna Toscano sull’isola deserta di Chiara Valerio, dai nostri archivi qui bit.ly/lisoladianna

Sorprendente.
08/12/2025

Sorprendente.

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Treviso
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