21/10/2025
(Jacopo Tomasi) Ridare speranza a cinquanta donne che soffrono di disturbi mentali e vivono da molti anni situazioni di grave disagio psichico. Aprire un Centro di salute mentale moderno, umano e accogliente che possa diventare punto di riferimento per le persone in difficoltà che vivono nella zona. Sono due obiettivi importanti in ogni parte del mondo. Lo sono ancora di più per una città come Cochin, centro portuale di 1,5 milioni di abitanti del Kerala affacciato sul Mar Arabico.
Qui, in India, secondo un rapporto dell’Ong «Human Rights Watch» sarebbero più di settanta milioni le persone che soffrono di disturbi psichici, ma meno dell’1% del bilancio nazionale di sanità viene assegnato alla salute mentale. Risultato? La sanità è prevalentemente privata, simile al modello americano basato sul sistema assicurativo. Così i (pochi) ricchi godono di cure anche di alta qualità in ospedali con approccio medico/farmacologico. Mentre i (molti) poveri sono spesso abbandonati a loro stessi e le famiglie vengono lasciate sole, con cure di basso livello, aggrappati alla ca**tà di realtà religiose o a risicati sussidi governativi.
Quando va bene, vengono ricoverati in comunità che, pur offrendo attenzioni e sostegno, finiscono per diventare parcheggi da cui è quasi impossibile uscire. Quando invece va male, si trovano rinchiusi per tutta la vita in strutture che assomigliano in tutto e per tutto ai manicomi che nel nostro Paese sono stati chiusi a partire dal 1978 grazie all’impegno di Franco Basaglia.
È in questo contesto difficile e certamente iniquo che a un gruppo di volontari e volontarie che frequentava il Kerala è cominciata a nascere l’idea – ambiziosa e forse un po’ «folle» – di ridare speranza agli abitanti di Cochin che soffrono di disturbi psichici.