21/05/2026
Con gioia diamo notizia che, Federico Fiocco, è diventato consigliere nel direttivo di Elissa 💎!
L’occasione ci è gradita per pubblicare qui di seguito il primo dei suoi interventi con l’Associazione Elissa, svolto ieri nel dibattito post conferenza spettacolo a Lavis.
Federico Fiocco è psicologo psicoterapeuta e magistrato Onorario al Tribunale di Venezia.
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La violenza economica: una forma di abuso ancora poco riconosciuta
La violenza economica è un fenomeno difficile da inquadrare, e lo è per ragioni precise. La prima è di natura giuridica: non corrisponde a un unico reato. L'ordinamento penale italiano non prevede una fattispecie autonoma che porti questo nome; ciò che chiamiamo violenza economica si distribuisce, piuttosto, fra reati distinti — la violazione degli obblighi di assistenza familiare, i maltrattamenti, la circonvenzione di persona incapace, fra gli altri. La seconda ragione, e forse la più insidiosa, è di natura culturale: la violenza economica ha la capacità di mimetizzarsi dietro consuetudini sociali e sistemi relazionali culturalmente avvalorati e condivisi. Può cioè assumere la forma di una normale organizzazione familiare, di un assetto considerato sensato e perfino virtuoso.
Pensiamo alla struttura familiare tradizionale: il padre che si occupa del lavoro retribuito e porta a casa lo stipendio, la madre relegata alla funzione genitoriale e alla cura dei figli. Questa organizzazione, di per sé, non costituisce violenza: può essere il risultato di una scelta libera e condivisa. Ma proprio perché è socialmente accettata, può anche servire da copertura. Dietro la stessa scena può nascondersi una dinamica in cui le condizioni della dipendenza economica della donna vengono progressivamente costruite e dove un eventuale tentativo di autonomizzarsi incontra un ostacolo reale. Per esempio, dopo anni dedicati esclusivamente alla cura familiare, quella donna risulterebbe difficilmente collocabile nel mercato del lavoro, professionalmente ritenuta "non qualificata", non per limiti propri ma per come è stata orientata la sua biografia. È in questa zona grigia, dove l'assetto sociale comune diventa indistinguibile dalla privazione di possibilità, che la violenza economica trova il suo nascondiglio più efficace.
Le forme concrete che assume sono molte. Pensiamo a una donna che vorrebbe comprare le scarpe al figlio ma non può farlo, perché non ha accesso autonomo ai conti correnti, o perché ogni acquisto deve essere rendicontato al marito mediante lo scontrino. Oppure i casi di chi si ritrova, suo malgrado, con debiti accesi a proprio nome perché si è fidato a firmare documenti predisposti dal coniuge. Non sempre questi comportamenti costituiscono reato, ma rappresentano comunque l'esercizio di un potere sull'altro attraverso il denaro, la concretizzazione di un controllo che disarticola progressivamente l'autonomia.
Una lettura psicodinamica. Chiarito che cos'è la violenza economica, è naturale chiedersi che cosa la motivi, sul piano psicologico. La prima cosa onesta da dire è che non è possibile ricondurla tutta a un'unica lettura: le storie sono diverse, e una valutazione clinica seria si fa sempre caso per caso. Esiste tuttavia una dinamica che ricorre con notevole frequenza nel lavoro clinico, ed è questa: la violenza economica funziona spesso come un sostituto della capacità di reggere una relazione su una base affettiva.
Una relazione affettiva, infatti, è per sua natura reciproca. Significa accettare che l'altro stia con noi perché lo desidera e quindi che potrebbe anche, un giorno, scegliere di non starci più. Per chi vive questa possibilità non come una condizione fisiologica della vita affettiva, ma come un timore di abbandono insostenibile, si apre una scorciatoia: invece di sostenere il rischio del legame, costruirne uno che non possa essere sciolto. Se ho paura di restare solo, allora impedisco all'altro di potermi lasciare. Il controllo economico è precisamente questo: la creazione delle condizioni oggettive di una dipendenza, una difesa contro l'angoscia abbandonica messa in atto sul corpo materiale della relazione.
A questa dinamica si affianca, in molti casi, una dimensione di tipo proiettivo. Una parte non trascurabile della violenza economica è agita da partner che non riescono a sostenere il sentimento della propria inadeguatezza, e che lo collocano fuori di sé, nell'altro. Il meccanismo è questo: ciò che non posso permettermi di riconoscere in me — la fragilità, il bisogno, l'incapacità — lo vedo, e poi lo combatto, in chi mi sta accanto. La debolezza non scompare: viene soltanto spostata. Il controllo che si esercita sul partner è anche, e forse soprattutto, un tentativo di controllare una parte di sé che non si riesce a sopportare.
Nel caso di molti uomini si aggiunge un fattore culturale. Il modello tradizionale dell'uomo solido, lavoratore, capace di provvedere, lascia poco spazio al riconoscimento della propria vulnerabilità: ammettere di sentirsi inadeguati, dipendenti o spaventati equivale, in quel codice, a non essere uomini. La fragilità diventa così, prima di tutto, qualcosa da nascondere e ciò che non può essere pensato finisce, quasi sempre, per essere agito.
Vale la pena soffermarsi su un punto facilmente frainteso. Dire che chi agisce violenza è spesso una persona psicologicamente fragile può sembrare una giustificazione, ma non lo è. È proprio l'impossibilità di riconoscere e di tollerare la propria fragilità a renderla pericolosa: quando un sentimento di inadeguatezza non può essere pensato, viene scaricato, e quasi sempre lo è verso l'altro. "Fragile", in questo senso, non significa innocuo. Significa, piuttosto, sprovvisto degli strumenti psichici per stare con la propria vulnerabilità senza farne pagare il prezzo a qualcun altro.
Quando la relazione finisce. La violenza economica non si esaurisce, però, con la fine della relazione. Anzi, è spesso in quel momento che cambia natura e che diventa, in alcuni casi, più visibile. Se all'interno della relazione il controllo economico serve a gestire il legame e a trattenere l'altro nel timore di perderlo, dopo la separazione il legame non c'è più e la violenza economica assume una funzione diversa: diventa uno strumento punitivo, oppure un modo per mantenere comunque una forma di connessione, agita però sul registro del rancore, della rabbia e della svalutazione dell’ex coniuge. Il mancato pagamento degli alimenti, che è di per sé un reato, può essere letto in questa luce. Lo stesso vale per le false dichiarazioni patrimoniali in fase di divorzio: chi dichiara meno di quanto guadagna per pagare meno o chi nasconde i propri redditi per chiedere di più. Sono comportamenti che ricorrono in entrambe le direzioni, da parte di uomini e di donne, e che hanno in comune il fatto di trasformare il denaro nel veicolo di un risentimento che non si è ancora chiuso.
Gli effetti della violenza e perché non basta volerne uscire. Non basta voler uscire da una dinamica di violenza per riuscirvi. Questo non per debolezza di chi la subisce, ma per ragioni concrete e psicologiche insieme. Sul piano concreto, l'effetto della violenza economica è proprio quello di rendere inerme la vittima: di costruire intorno a lei delle condizioni oggettive che impediscono l'emancipazione, fino al punto, talvolta, di sabotare attivamente i tentativi di trovare un lavoro o di formarsi. Sul piano psicologico, l'esposizione protratta erode l'autostima e il senso di autoefficacia, fino a convincere la persona di non essere capace di farcela da sola; convinzione, questa, che non è una verità di partenza, ma una conseguenza diretta della violenza subita!
A questo si aggiunge, infine, un fattore sociale di cui si parla raramente: proprio perché la violenza economica si mimetizza dietro prassi accettate, chi prova ad affrancarsene può essere guardato con biasimo. Una donna che cerca la propria autonomia rischia di essere percepita come qualcuno che va contro la consuetudine, contro l'ordine familiare, e di essere colpevolizzata di non essere una buona madre, per esempio. È un fattore che agisce in silenzio, ma che contribuisce, più di quanto si creda, a tenere ferme le persone dentro situazioni che vorrebbero lasciare.
Riconoscere la violenza economica, darle un nome, scioglierne il camuffamento, comprendere perché chi la subisce non sempre può andarsene è il primo, indispensabile passo. Perché ciò che non viene chiamato col suo nome non si può né raccontare, né fermare.