24/05/2026
SE CONTINUIAMO A DIRE “NO” A TUTTO, L’ITALIA TORNERÀ INDIETRO DI 300 ANNI
Ieri ho partecipato al Festival dell’Economia di Trento assieme al Presidente del Consiglio Nazionale UGL, l’amico Anasetti, assistendo ad un evento molto interessante dedicato ai temi dell’energia, degli investimenti, delle infrastrutture, della competitività e della sicurezza del Paese.
Sono argomenti enormi, che oggi incidono direttamente sul futuro del lavoro, delle imprese e della tenuta sociale dell’Italia.
Come UGL Trentino crediamo che serva più coraggio e soprattutto più realismo.
Investire miliardi soltanto nel fotovoltaico o nell’eolico non può essere considerata, da sola, una strategia energetica per i prossimi decenni. Le energie rinnovabili sono importanti e rappresentano una parte del futuro, ma bisogna avere l’onestà di dire che producono energia in modo discontinuo: il sole non c’è sempre, il vento non soffia sempre, mentre il fabbisogno energetico di un Paese industriale deve essere garantito ogni secondo.
L’energia elettrica non si può improvvisare. Quando da una parte si accende una fabbrica, un ospedale o una città intera, dall’altra parte deve esserci immediatamente una produzione disponibile e stabile. Ed è proprio qui che emerge il limite di un sistema basato quasi esclusivamente su fonti intermittenti.
Per questo bisogna avere il coraggio di parlare anche di nucleare di nuova generazione, di termovalorizzatori moderni, di biometano e di idrogeno, senza ideologie e senza slogan. Oggi esistono tecnologie molto diverse rispetto al passato e ignorare questo dibattito significa rischiare di lasciare l’Italia dipendente dagli altri Paesi proprio mentre il mondo sta ridefinendo i propri equilibri energetici e industriali.
C’è poi un altro tema che spesso viene ignorato: il territorio. Ricoprire migliaia di ettari di terreni con pannelli solari o installare enormi distese di pale eoliche ha un impatto ambientale, paesaggistico e sociale enorme, soprattutto in un Paese fragile e densamente abitato come l’Italia.
Molti prendono la Spagna come modello energetico, ma dimenticano che la Spagna è quasi due volte più grande dell’Italia, ha aree enormi scarsamente abitate e caratteristiche territoriali completamente diverse dalle nostre. Non solo: negli ultimi anni proprio la Spagna ha vissuto blackout e problemi di stabilità della rete legati anche alla difficoltà di gestire grandi quantità di energia prodotta in modo discontinuo senza adeguati sistemi di accumulo e compensazione.
Ma oggi esiste anche un altro tema fondamentale: la sicurezza nazionale. Un Paese che non controlla la propria energia, che dipende dall’estero per alimentare industrie, ospedali, trasporti e infrastrutture strategiche, è un Paese più fragile e meno sicuro. La sicurezza non riguarda solo l’ordine pubblico, ma anche la capacità di garantire continuità energetica, autonomia industriale e stabilità economica nei momenti di crisi internazionale.
E allora è giusto dirlo con chiarezza: i soliti professionisti del “NO” devono avere il coraggio di spiegare quale sarebbe la loro idea di futuro. Perché dire sempre no a tutto — no al nucleare, no ai termovalorizzatori, no alle infrastrutture, no all’idrogeno, no agli investimenti industriali — significa condannare il Paese alla dipendenza, alla perdita di competitività e al declino economico.
Dietro queste scelte non ci sono slogan da social o battaglie ideologiche. Dietro queste scelte ci sono milioni di lavoratori, famiglie, imprese e giovani che rischiano seriamente di tornare indietro di trecento anni sul piano industriale, economico e sociale.
La vera sfida non è scegliere una bandiera ideologica, ma costruire un mix energetico serio, stabile, sostenibile e capace di garantire competitività industriale, tutela del territorio, indipendenza energetica e sicurezza nazionale.
Perché senza energia sicura e accessibile non esistono né crescita, né lavoro, né futuro.
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