26/04/2026
Ore 11.30, Odessa. Il Voyager di Vadim ci lascia a piedi e il rientro comincia con un imprevisto che qui, ormai, sembra quasi una formalità. Per fortuna c’è Maxim, molto più silenzioso di Vadim che ci risparmia certe conversazioni a colpi di inglese basico e gesti, che spesso hanno l’aria di una partita a Taboo.
La strada verso la Moldova corre veloce. Odessa è più vicina a Chișinău di quanto Kiev lo sia alla Polonia, e al netto dei checkpoint e della frontiera in poche ore dovremmo essere dall’altra parte. Maxim ha il piede pesante, i campi di colza scorrono ai lati della strada e il confine sembra quasi vicino abbastanza da poterselo portare dietro con lo sguardo.
Poi arriva il primo stop. Passaporti, controlli, qualche minuto di attesa che basta a rimettere il tempo in ordine. Marcello viene controllato e per un istante si sente perfino un po’ orgoglioso: evidentemente appare ancora abbastanza aitante da meritare attenzione al confine. Poco dopo il viaggio riparte.
Alla frontiera ucraina ci accoglie un militare giovanissimo, viso da bambino e occhi azzurri enormi. Prende i documenti, sorride e dice “buongiorno” in italiano. In quell’istante la tensione si allenta di colpo: rigorosi, sì, ma gentili. È una delle cose che qui restano più impresse, insieme alla fatica e alla paura.
Quando entriamo in Moldavia, il paesaggio cambia subito. Un vento improvviso solleva sabbia e polvere negli occhi, come se anche il confine volesse farsi sentire. Restiamo chiusi in macchina durante i controlli, poi il tornado passa quasi com’era arrivato. E si riparte verso Chișinău, con addosso quella sensazione strana che accompagna quasi tutti i rientri da questa missione: la stanchezza, il sollievo, e la certezza che in Ucraina ogni spostamento è già parte del lavoro.
In questi giorni abbiamo attraversato Odessa e il suo intorno tra allarmi notturni, strade tese e incontri di formazione con psicologi, operatori e medici locali; abbiamo lavorato su genitorialità in guerra, resilienza familiare, trauma, PTSD, dipendenze e formazione clinica, provando a lasciare strumenti concreti e una rete un po’ più solida di prima.