Resilience ETS

Resilience ETS Resilience fornisce un supporto formativo al personale che opera in campo psicosociale ed educativo in paesi in via di sviluppo e in contesti d'emergenza

Resilience ETS è un’associazione italiana nata nel 2009 da un gruppo di lavoro costituitosi informalmente nel 2005. Al suo attivo ha circa 50 missioni formative nel periodo 2005-2013 in diversi paesi, tra cui: Haiti, Rwanda, R.D. Congo, Guinea, Costa d’Avorio, Kenya, Georgia, Kazakhistan, Libano, Palestina. Il personale operativo è composto da tre team di formatori (due operatori per team). Tra le

professionalità presenti vi sono psichiatri, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, sociologi. Uno dei concetti chiave sui quali si sviluppa il nostro lavoro, e da cui proviene il nome dell’associazione stessa, è quello di resilienza, in senso individuale e comunitario.

19/05/2026

Ci sono serate che restano addosso per il calore delle persone, per gli sguardi, per le parole scambiate con sincerità.
A Castello Bonomi abbiamo vissuto uno di quei momenti: un tempo condiviso fatto di ascolto, vicinanza e desiderio autentico di capire il senso del nostro lavoro.

Tra un brindisi, una conversazione e un sorriso, abbiamo sentito forte quanto il sostegno di ciascuno possa trasformarsi in cura, presenza e possibilità concreta per chi vive nelle ferite invisibili della guerra e della crisi.
Per noi è così che nasce il cambiamento: da un incontro vero, da una relazione, da una comunità che decide di non restare indifferente. Grazie.

Una serata speciale, ospitata nelle Cantine Castello Bonomi, pensata per incontrare da vicino un gruppo ristretto di imp...
16/05/2026

Una serata speciale, ospitata nelle Cantine Castello Bonomi, pensata per incontrare da vicino un gruppo ristretto di imprenditori e condividere ciò che ci guida ogni giorno: stare accanto alle persone nei contesti di crisi, con capacità, presenza e continuità.

Abbiamo raccontato Resilience, il nostro modo di operare sul campo e il progetto che stiamo portando avanti in Rwanda, con uno sguardo concreto ma sempre orientato al futuro di chi resta.

Un grazie sincero a chi ha partecipato, ascoltato e scelto di esserci.

Ore 11.30, Odessa. Il Voyager di Vadim ci lascia a piedi e il rientro comincia con un imprevisto che qui, ormai, sembra ...
26/04/2026

Ore 11.30, Odessa. Il Voyager di Vadim ci lascia a piedi e il rientro comincia con un imprevisto che qui, ormai, sembra quasi una formalità. Per fortuna c’è Maxim, molto più silenzioso di Vadim che ci risparmia certe conversazioni a colpi di inglese basico e gesti, che spesso hanno l’aria di una partita a Taboo.

La strada verso la Moldova corre veloce. Odessa è più vicina a Chișinău di quanto Kiev lo sia alla Polonia, e al netto dei checkpoint e della frontiera in poche ore dovremmo essere dall’altra parte. Maxim ha il piede pesante, i campi di colza scorrono ai lati della strada e il confine sembra quasi vicino abbastanza da poterselo portare dietro con lo sguardo.

Poi arriva il primo stop. Passaporti, controlli, qualche minuto di attesa che basta a rimettere il tempo in ordine. Marcello viene controllato e per un istante si sente perfino un po’ orgoglioso: evidentemente appare ancora abbastanza aitante da meritare attenzione al confine. Poco dopo il viaggio riparte.

Alla frontiera ucraina ci accoglie un militare giovanissimo, viso da bambino e occhi azzurri enormi. Prende i documenti, sorride e dice “buongiorno” in italiano. In quell’istante la tensione si allenta di colpo: rigorosi, sì, ma gentili. È una delle cose che qui restano più impresse, insieme alla fatica e alla paura.

Quando entriamo in Moldavia, il paesaggio cambia subito. Un vento improvviso solleva sabbia e polvere negli occhi, come se anche il confine volesse farsi sentire. Restiamo chiusi in macchina durante i controlli, poi il tornado passa quasi com’era arrivato. E si riparte verso Chișinău, con addosso quella sensazione strana che accompagna quasi tutti i rientri da questa missione: la stanchezza, il sollievo, e la certezza che in Ucraina ogni spostamento è già parte del lavoro.

In questi giorni abbiamo attraversato Odessa e il suo intorno tra allarmi notturni, strade tese e incontri di formazione con psicologi, operatori e medici locali; abbiamo lavorato su genitorialità in guerra, resilienza familiare, trauma, PTSD, dipendenze e formazione clinica, provando a lasciare strumenti concreti e una rete un po’ più solida di prima.

25/04/2026
L’ultimo giorno di formazione si chiude con un dettaglio che, da queste parti, non è mai solo un dettaglio: il GPS dell’...
24/04/2026

L’ultimo giorno di formazione si chiude con un dettaglio che, da queste parti, non è mai solo un dettaglio: il GPS dell’auto va in tilt. Succede quando i russi disturbano il segnale per confondere i sistemi di puntamento della contraerea. Noi Odessa la conosciamo ancora poco, e per trovare la strada perdiamo minuti preziosi, poi finalmente arriviamo.

Dentro, però, il lavoro riparte subito. L’ultima giornata è quella su resilienza familiare e strumenti di intervento, il nostro cavallo di battaglia. Con dodici persone che all’inizio della settimana non si conoscevano, proviamo a fare una cosa semplice solo in apparenza: trasformare un gruppo in una squadra.

Parliamo di ciò che la guerra fa ai legami. Di come spinga verso la disgregazione, l’isolamento, il decadimento delle relazioni. E di come, al contrario, il lavoro comunitario possa diventare un argine: mettere in comune risorse personali, riconoscere la propria resilienza, usarla per uno scopo condiviso. In fondo è questo che chiediamo sempre a chi forma con noi: non imparare solo una teoria, ma portarla dentro la realtà locale, così com’è.

In questi giorni ci siamo detti più volte che il tempo dirà se ci siamo riusciti davvero. Abbiamo provato a dare strumenti, conoscenze, un’identità di gruppo un po’ più solida di prima. Sembra retorica solo finché non si resta, per qualche ora, dentro un paese che da più di quattro anni vive così: con la tensione addosso e la necessità di continuare comunque.

Quando finisce una formazione, arriva sempre una specie di rilassamento tardivo. Sei stanco, ma non hai più addosso quella tensione sottile che accompagna ogni inizio, anche dopo infinite ripetizioni in tante lingue e in tanti continenti. Adesso ci aspetta il brindisi di chiusura: per Marcello una media, per Cristina un bicchiere di Pinot Grigio. La nostra sigla finale, da sempre. Sipario.

La giornata è iniziata con un sole limpido, quasi fuori posto dopo la notte che abbiamo passato. Alle 5.10 l’alba ha coi...
23/04/2026

La giornata è iniziata con un sole limpido, quasi fuori posto dopo la notte che abbiamo passato. Alle 5.10 l’alba ha coinciso con la sirena di fine allarme, ma in realtà eravamo svegli già da ore: il primo allarme è scattato all’1.34, poi altri due, in una sequenza che ha tenuto Odessa in tensione fino al mattino. Dalle chat arrivavano i dettagli: Shahed, missili, obiettivi puntati sul porto e sulle linee ferroviarie che gli ruotano attorno.

Quando parte l’air alert, il telefono gracchia come una vecchia radio. Poi si aprono Telegram e le chat di monitoraggio, e il resto lo fanno i rumori fuori: colpi secchi, raffiche, il cielo che si illumina a tratti. A un certo punto un paio di droni bucano la difesa e l’impatto fa tremare porte e finestre. A quel punto si prende il kit preparato da giorni e si scende nello shelter, insieme agli altri ospiti dell’albergo. Dopo circa un’ora la sirena di fine allarme permette di risalire. La sequenza si ripete tre volte, e la notte si spezza in pezzi corti, tesi, identici solo nella paura.

Alle 7 scendiamo nella hall a cercare un caffè. Odessa, due ore dopo la fine dell’inferno, sembra quasi normale: una mattina limpida di fine aprile, un padre che accompagna il figlio a scuola, cartella sulle spalle, passo svelto.

Noi alle 9 siamo già dentro la formazione.
Alle 9.30 comincia il secondo giorno. Parliamo di come il conflitto distrugga la routine e, con essa, la possibilità dei genitori di contenere le emozioni dei figli. Al centro c’è l’attaccamento sicuro di Bowlby: restare “base sicura” anche quando fuori la minaccia non si ferma. Piccole riparazioni quotidiane, in contesti così, fanno la differenza e aiutano a prevenire traumi più complessi.
Con gli operatori lavoriamo su questo: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, rispondere ai bisogni dei bambini senza farsi travolgere dalla paura. La sintonizzazione affettiva diventa una competenza concreta, non un concetto astratto. E nella discussione finale torna un’idea semplice: in guerra, la vicinanza e la costanza nella cura sono spesso il miglior antidoto al trauma.

Oggi la sveglia è arrivata da sola, alle 6.10. Piove, fa freddo, e la notte è passata senza allarmi. Un lusso, qui, che ...
22/04/2026

Oggi la sveglia è arrivata da sola, alle 6.10. Piove, fa freddo, e la notte è passata senza allarmi. Un lusso, qui, che si nota subito.
Tra due ore ci sposteremo in auto verso Velykyi Dal’nyk, una formazione che ci porterà fuori Odessa, verso nord-ovest.

Con noi c’è Valentina, l’interprete, che ci accompagnerà per tutta la missione. In poco meno di un’ora arriviamo al villaggio: campi, strade sterrate, una grande casa della cultura che spicca nel mezzo. Ad aspettarci ci sono dodici colleghi, arrivati da Zaporizhzhia, Kherson e Mykolaiv. Alcuni vivono a 15 o 20 chilometri dal fronte. Hanno molto da raccontare, ma all’inizio ci vuole tempo per sciogliersi.

Valentina ci dice che la formazione frontale, da queste parti, è ciò a cui molti sono abituati. Noi invece spingiamo per la partecipazione, per il confronto, per le domande. Un po’ alla volta il ghiaccio si rompe. A fine giornata si ride tutti insieme, e il ritorno a Odessa, verso le 17.30, ha persino un po’ di sole.

Stasera prepariamo la lezione di domani: attaccamento e funzioni genitoriali. La teoria c’è, ma come sempre parte dalla realtà di chi abbiamo davanti. In guerra, anche la genitorialità va riletta dal basso, dentro ciò che le persone vivono ogni giorno.

La giornata si chiude con due allarmi, niente di serio. Ma qui anche questo resta dentro il respiro della missione: il lavoro accade sempre in una zona sottile, tra la normalità che prova a resistere e la guerra che continua a ricordarsi di esserci.

Siamo arrivati in Ucraina passando ancora da Chisinau, questa volta dopo un volo notturno e una notte in un albergo vici...
21/04/2026

Siamo arrivati in Ucraina passando ancora da Chisinau, questa volta dopo un volo notturno e una notte in un albergo vicino all’aeroporto.
Il giorno dopo è stato quasi tutto un attraversamento. Vadim ci ha presi dall’albergo alle 9.30, puntuale come sempre. Le cinque ore di strada da Chisinau a Odessa bastano per vedere cambiare il paesaggio, ma soprattutto per capire quando si entra davvero in un altro livello di tensione: la frontiera passa in fretta, poi arrivano tre checkpoint in ottanta chilometri, militari nervosi, e l’impressione che i giorni precedenti abbiano pesato più del solito.

Negli ultimi giorni Odessa era stata colpita da attacchi massicci. Eppure, quando arriviamo nel primo pomeriggio, la città mostra anche un’altra faccia: il clima è mite, un sole timido prova a passare tra le nuvole, ma resta quel senso di sospensione che si legge nelle strade quasi vuote. È una normalità apparente, fatta di pochi passanti e finestre chiuse.

Ci sistemiamo al W&P, nel centro città, e appena possiamo mettiamo i telefoni in carica finché c’è corrente. Poco dopo arrivano Oleg e Katerina: li troviamo stanchi, con addosso una fatica che non è solo fisica. L’inverno è passato, la sopravvivenza al freddo è stata vinta, ma gli Shahed non si sono fermati; anzi, nelle ultime settimane, ci dicono, hanno colpito duramente e in quantità.

Ci fermiamo in un ristorante vicino all’albergo, con le vetrate che guardano sul parco. L’atmosfera è più tranquilla, quasi dissonante rispetto a quello che ci hanno raccontato. Solo lì ci rendiamo conto di non aver ancora mangiato dalla mattina presto: sono le quattro del pomeriggio e il corpo presenta il conto. Dopo rientriamo per iniziare a lavorare sulla formazione del giorno dopo.

Uno dei momenti più belli di questo lavoro resta sempre quello: quando prepari la giornata successiva e devi decidere cosa dire, come dirlo, con quali tempi. È lì che la formazione diventa davvero un esercizio di ascolto e di scelta. E parlare di genitorialità in contesti di guerra, dal 2022, continua a essere uno dei temi più necessari da queste parti.

Si riparte.Direzione Chișinău, poi Odesa in auto: tre giorni di formazione con gli psicologi sul tema della genitorialit...
18/04/2026

Si riparte.
Direzione Chișinău, poi Odesa in auto: tre giorni di formazione con gli psicologi sul tema della genitorialità in guerra.
Un lavoro che parla di bambini, famiglie, paura, responsabilità e strumenti concreti per restare accanto alle persone anche dentro il conflitto.

Dopo Odesa, ci sposteremo a Poltava per due giorni di coordinamento con il gruppo di Resilience Ukraine.
L'obiettivo è mettere in cantiere un nuovo, ambizioso progetto: il supporto PTSD per i militari al fronte.

Ogni missione ha un ritmo preciso: viaggio, ascolto, formazione, confronto. Ed è proprio in questo movimento che proviamo a lasciare qualcosa che resti.

Vi terremo aggiornati lungo la strada.

Grazie a tutti voi che ci sostenete e rendete possibile tutto questo. Il vostro aiuto è il nostro motore. Dona ora → link in bio

Il 5x1000 non è una tassa in più, ma una parte delle imposte che hai già pagato e che puoi scegliere di destinare.​Con i...
25/03/2026

Il 5x1000 non è una tassa in più, ma una parte delle imposte che hai già pagato e che puoi scegliere di destinare.​

Con il tuo 5x1000 a Resilience puoi:

✔️ garantire continuità alle missioni nelle aree di crisi;
✔️ sostenere la formazione degli operatori locali;
✔️ offrire supporto psicologico a chi vive traumi profondi, senza alcun costo aggiuntivo per te.

Come fare:
🔹 Firma nel riquadro “Enti del Terzo Settore / ETS” del 730, CU o Modello Redditi.
🔹 Inserisci il Codice Fiscale Resilience: 03345790988.​
🔹 Consegnalo al CAF, al commercialista o invia il modello precompilato online.

Se vuoi, salva questo post o invialo a qualcuno che potrebbe firmare con te. Insieme curiamo le ferite che non si vedono.

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Via Tasso 6
Toscolano Maderno
25088

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